L’extraterrestre è mio fratello

Riporto qui un tema sul rapporto scienza e fede di padre Funes, direttore della Specola Vaticana, che tratteremo a Civiltà Cattolica il 26 ottobre alle ore 18,00.

40934_observatorio_josé_funes“E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Cita Dante – il celebre verso che chiude l’ultimo canto dell’Inferno – per descrivere la missione dell’astronomia. Che è anzitutto quella di “restituire agli uomini la giusta dimensione di creature piccole e fragili davanti allo scenario incommensurabile di miliardi e miliardi di galassie”. E se poi scoprissimo di non essere i soli ad abitare l’universo? L’ipotesi non lo inquieta più di tanto. È possibile credere in Dio e negli extraterrestri. Si può ammettere l’esistenza di altri mondi e altre vite, anche più evolute della nostra, senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell’incarnazione, nella redenzione. Parola di astronomo e di sacerdote. Parola di José Gabriel Funes, direttore della Specola Vaticana.

Argentino, quarantacinque anni, gesuita, dall’agosto del 2006 padre Funes ha le chiavi della storica sede nel Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo, che Pio XI concesse all’osservatorio vaticano nel 1935. Fra circa un anno le restituirà, per ricevere quelle del monastero delle basiliane situato al confine tra le Ville Pontificie e Albano, dove si trasferiranno gli studi, i laboratori e la biblioteca della Specola. Unisce modi cortesi e pacati a quel leggero distacco dalle cose terrene di chi è abituato a tenere gli occhi rivolti verso l’alto. Un po’ filosofo e un po’ investigatore, come tutti gli astronomi. Contemplare il cielo è per lui l’atto più autenticamente umano che si possa fare. Perché – spiega a “L’Osservatore Romano” – “dilata il nostro cuore e ci aiuta a uscire dai tanti inferni che l’umanità si è creata sulla terra: le violenze, le guerre, le povertà, le oppressioni”.

Come nasce l’interesse della Chiesa e dei Papi per l’astronomia?

Le origini si possono far risalire a Gregorio XIII, che fu l’artefice della riforma del calendario nel 1582. Padre Cristoforo Clavio, gesuita del Collegio romano, fece parte della commissione che studiò questa riforma. Tra Settecento e Ottocento sorsero ben tre osservatori per iniziativa dei Pontefici. Poi nel 1891, in un momento di conflitto tra il mondo della Chiesa e il mondo scientifico, Papa Leone XIII volle fondare, o meglio rifondare, la Specola Vaticana. Lo fece proprio per mostrare che la Chiesa non era contro la scienza ma promuoveva una scienza “vera e solida”, secondo le sue stesse parole. La Specola è nata dunque con uno scopo essenzialmente apologetico, ma col passare degli anni è divenuta parte del dialogo della Chiesa col mondo.

Lo studio delle leggi del cosmo avvicina o allontana da Dio?

1313503630697-jose-funesL’astronomia ha un valore profondamente umano. È una scienza che apre il cuore e la mente. Ci aiuta a collocare nella giusta prospettiva la nostra vita, le nostre speranze, i nostri problemi. In questo senso – e qui parlo come prete e come gesuita – è anche un grande strumento apostolico che può avvicinare a Dio.

Eppure molti astronomi non perdono occasione per fare pubblica professione di ateismo.

Direi che è un po’ un mito ritenere che l’astronomia favorisca una visione atea del mondo. Mi sembra che proprio chi lavora alla Specola offra la testimonianza migliore di come sia possibile credere in Dio e fare scienza in modo serio. Più di tante parole conta il nostro lavoro. Contano la credibilità e i riconoscimenti ottenuti a livello internazionale, le collaborazioni con colleghi e istituzioni di ogni parte del mondo, i risultati delle nostre ricerche e delle nostre scoperte. La Chiesa ha lasciato un segno nella storia della ricerca astronomica.

Ci faccia qualche esempio.

Basterebbe ricordare che una trentina di crateri della luna portano i nomi di antichi astronomi gesuiti. E che un asteroide del sistema solare è stato intitolato al mio predecessore alla direzione della Specola, padre George Coyne. Si potrebbe richiamare inoltre l’importanza di contributi come quelli di padre O’Connell all’individuazione del “raggio verde” o di fratello Consolmagno al declassamento di Plutone. Per non parlare dell’attività di padre Corbally – vicedirettore del nostro centro astronomico di Tucson – che ha lavorato con un team della Nasa alla recente scoperta di asteroidi residui della formazione di sistemi binari di stelle.

L’interesse della Chiesa per lo studio dell’universo si può spiegare col fatto che l’astronomia è l’unica scienza che ha a che fare con l’infinito e quindi con Dio?

Per essere precisi, l’universo non è infinito. È molto grande ma è finito, perché ha un’età: circa quattordici miliardi di anni, secondo le nostre conoscenze più recenti. E se ha un’età, significa che ha un limite anche nello spazio. L’universo è nato in un determinato momento e da allora si espande continuamente.

Da che cosa ha avuto origine?

Quella del big bang resta, a mio giudizio, la migliore spiegazione dell’origine dell’universo che abbiamo finora dal punto di vista scientifico.

E da allora che cosa è successo?

Per trecentomila anni la materia, l’energia, la luce sono rimaste unite in una sorta di miscela. L’universo era opaco. Poi si sono separate. Così noi adesso viviamo in un universo trasparente, possiamo vedere la luce: quella delle galassie più lontane, per esempio, che è arrivata a noi dopo undici o dodici miliardi di anni. Bisogna ricordare che la luce viaggia a trecentomila chilometri al secondo. Ed è proprio questo limite a confermarci che l’universo oggi osservabile non è infinito.

La teoria del big bang avvalora o contraddice la visione di fede basata sul racconto biblico della creazione?

Da astronomo, io continuo a credere che Dio sia il creatore dell’universo e che noi non siamo il prodotto della casualità ma i figli di un padre buono, il quale ha per noi un progetto d’amore. La Bibbia fondamentalmente non è un libro di scienza. Come sottolinea la Dei verbum, è il libro della parola di Dio indirizzata a noi uomini. È una lettera d’amore che Dio ha scritto al suo popolo, in un linguaggio che risale a duemila o tremila anni fa. All’epoca, ovviamente, era del tutto estraneo un concetto come quello del big bang. Dunque, non si può chiedere alla Bibbia una risposta scientifica. Allo stesso modo, noi non sappiamo se in un futuro più o meno prossimo la teoria del big bang sarà superata da una spiegazione più esauriente e completa dell’origine dell’universo. Attualmente è la migliore e non è in contraddizione con la fede. È ragionevole.

Ma nella Genesi si parla della terra, degli animali, dell’uomo e della donna. Questo esclude la possibilità dell’esistenza di altri mondi o esseri viventi nell’universo? universo

A mio giudizio questa possibilità esiste. Gli astronomi ritengono che l’universo sia formato da cento miliardi di galassie, ciascuna delle quali è composta da cento miliardi di stelle. Molte di queste, o quasi tutte, potrebbero avere dei pianeti. Come si può escludere che la vita si sia sviluppata anche altrove? C’è un ramo dell’astronomia, l’astrobiologia, che studia proprio questo aspetto e che ha fatto molti progressi negli ultimi anni. Esaminando gli spettri della luce che viene dalle stelle e dai pianeti, presto si potranno individuare gli elementi delle loro atmosfere – i cosiddetti biomakers – e capire se ci sono le condizioni per la nascita e lo sviluppo della vita. Del resto, forme di vita potrebbero esistere in teoria perfino senza ossigeno o idrogeno.

Si riferisce anche ad esseri simili a noi o più evoluti?

È possibile. Finora non abbiamo nessuna prova. Ma certamente in un universo così grande non si può escludere questa ipotesi.

E questo non sarebbe un problema per la nostra fede?

Io ritengo di no. Come esiste una molteplicità di creature sulla terra, così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio. Questo non contrasta con la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio. Per dirla con san Francesco, se consideriamo le creature terrene come “fratello” e “sorella”, perché non potremmo parlare anche di un “fratello extraterrestre”? Farebbe parte comunque della creazione.

E per quanto riguarda la redenzione?

Prendiamo in prestito l’immagine evangelica della pecora smarrita. Il pastore lascia le novantanove nell’ovile per andare a cercare quella che si è persa. Pensiamo che in questo universo possano esserci cento pecore, corrispondenti a diverse forme di creature. Noi che apparteniamo al genere umano potremmo essere proprio la pecora smarrita, i peccatori che hanno bisogno del pastore. Dio si è fatto uomo in Gesù per salvarci. Così, se anche esistessero altri esseri intelligenti, non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti nell’amicizia piena con il loro Creatore.

Insisto: se invece fossero peccatori, sarebbe possibile una redenzione anche per loro?

Gesù si è incarnato una volta per tutte. L’incarnazione è un evento unico e irripetibile. Comunque sono sicuro che anche loro, in qualche modo, avrebbero la possibilità di godere della misericordia di Dio, così come è stato per noi uomini.

Il prossimo anno si celebra il bicentenario della nascita di Darwin e la Chiesa torna a confrontarsi con l’evoluzionismo. L’astronomia può offrire un contributo a questo confronto?

Come astronomo posso dire che dall’osservazione delle stelle e delle galassie emerge un chiaro processo evolutivo. Questo è un dato scientifico. Anche qui io non vedo contraddizione tra quello che noi possiamo imparare dall’evoluzione – purché non diventi un’ideologia assoluta – e la nostra fede in Dio. Ci sono delle verità fondamentali che comunque non mutano: Dio è il creatore, c’è un senso alla creazione, noi non siamo figli del caso.

Su queste basi, è possibile un dialogo con gli uomini di scienza?

Direi che anzi è necessario. La fede e la scienza non sono inconciliabili. Lo diceva Giovanni Paolo II e lo ha ripetuto Benedetto XVI: fede e ragione sono le due ali con cui si eleva lo spirito umano. Non c’è contraddizione tra quello che noi sappiamo attraverso la fede e quello che apprendiamo attraverso la scienza. Ci possono essere tensioni o conflitti, ma non dobbiamo averne paura. La Chiesa non deve temere la scienza e le sue scoperte.

Come invece è avvenuto con Galileo.

Quello è certamente un caso che ha segnato la storia della comunità ecclesiale e della comunità scientifica. È inutile negare che il conflitto ci sia stato. E forse in futuro ce ne saranno altri simili. Ma penso che sia arrivato il momento di voltare pagina e guardare piuttosto al futuro. Questa vicenda ha lasciato delle ferite. Ci sono stati malintesi. La Chiesa in qualche modo ha riconosciuto i suoi sbagli. Forse si poteva fare di meglio. Ma ora è il momento di guarire queste ferite. E ciò si può realizzare in un contesto di dialogo sereno, di collaborazione. La gente ha bisogno che scienza e fede si aiutino a vicenda, pur senza tradire la chiarezza e l’onestà delle rispettive posizioni.

Ma perché oggi è così difficile questa collaborazione?

Credo che uno dei problemi del rapporto tra scienza e fede sia l’ignoranza. Da una parte, gli scienziati dovrebbero imparare a leggere correttamente la Bibbia e a comprendere le verità della nostra fede. Dall’altra, i teologi e gli uomini di Chiesa dovrebbero aggiornarsi sui progressi della scienza, per riuscire a dare risposte efficaci alle questioni che essa pone continuamente. Purtroppo anche nelle scuole e nelle parrocchie manca un percorso che aiuti a integrare fede e scienza. I cattolici spesso rimangono fermi alle conoscenze apprese al tempo del catechismo. Credo che questa sia una vera e propria sfida dal punto di vista pastorale.

Cosa può fare in questo senso la Specola?

Diceva Giovanni XXIII che la nostra missione deve essere quella di spiegare agli astronomi la Chiesa e alla Chiesa l’astronomia. Noi siamo come un ponte, un piccolo ponte, tra il mondo della scienza e la Chiesa. Lungo questo ponte c’è chi va in una direzione e chi va in un’altra. Come ha raccomandato Benedetto XVI a noi gesuiti in occasione dell’ultima congregazione generale, dobbiamo essere uomini sulle frontiere. Credo che la Specola abbia questa missione: essere sulla frontiera tra il mondo della scienza e il mondo della fede, per dare testimonianza che è possibile credere in Dio ed essere buoni scienziati

© Copyright L’Osservatore Romano – 14 maggio 2008

Francesco: «Ringraziamo Dio per il dono di Benedetto XVI, un grande Papa»

Francesco: «Ringraziamo Dio per il dono di Benedetto XVI, un grande Papa»

Ottobre 27, 2014 Redazione

All’inaugurazione di un busto in onore di Ratzinger, Bergoglio ne ha descritto il grande amore per le scienza e la profonda fede. Poi ha parlato di natura e libertà

papa-francesco-benedetto-xvi-natale1«Ringraziamo Dio per il dono che ha fatto alla Chiesa e al mondo con l’esistenza e il pontificato di papa Benedetto». Lo ha detto oggi papa Francesco all’inaugurazione di un busto in onore di Joseph Ratzinger. In occasione della plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, papa Bergoglio ha pronunciato un discorso che può essere diviso in due parti: la prima, in cui ha parlato del Pontefice emerito e una seconda, in cui si è soffermato sul concetto di natura e la responsabilità umana. Eccone alcune stralci.

BENEDETTO XVI. «Questo busto di Benedetto XVI rievoca agli occhi di tutti la persona e il volto del caro papa Ratzinger. Rievoca anche il suo spirito: quello dei suoi insegnamenti, dei suoi esempi, delle sue opere, della sua devozione alla Chiesa, della sua attuale vita “monastica”. Questo spirito, lungi dallo sgretolarsi con l’andare del tempo, apparirà di generazione in generazione sempre più grande e potente. Benedetto XVI: un grande Papa. Grande per la forza e penetrazione della sua intelligenza, grande per il suo rilevante contributo alla teologia, grande per il suo amore nei confronti della Chiesa e degli esseri umani, grande per la sua virtù e la sua religiosità. Come voi ben sapete, il suo amore per la verità non si limita alla teologia e alla filosofia, ma si apre alle scienze. Il suo amore per la scienza si riversa nella sollecitudine per gli scienziati, senza distinzione di razza, nazionalità, civiltà, religione; sollecitudine per l’Accademia, da quando san Giovanni Paolo II lo nominò membro. (…) Certo di lui non si potrà mai dire che lo studio e la scienza abbiano inaridito la sua persona e il suo amore nei confronti di Dio e del prossimo, ma al contrario, che la scienza, la saggezza e la preghiera hanno dilatato il suo cuore e il suo spirito. Ringraziamo Dio per il dono che ha fatto alla Chiesa e al mondo con l’esistenza e il pontificato di Papa Benedetto».

LA NATURA, DIO E IL BIG BANG. «State affrontando il tema altamente complesso dell’evoluzione del concetto di natura. (…) Voglio solo sottolineare che Dio e Cristo camminano con noi e sono presenti anche nella natura, come ha affermato l’apostolo Paolo nel discorso all’Areopago: “In Dio infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”. Quando leggiamo nella Genesi il racconto della Creazione rischiamo di immaginare che Dio sia stato un mago, con tanto di bacchetta magica in grado di fare tutte le cose. Ma non è così. Egli ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che Lui ha dato ad ognuno, perché si sviluppassero, perché arrivassero alla propria pienezza. Egli ha dato l’autonomia agli esseri dell’universo al tempo stesso in cui ha assicurato loro la sua presenza continua, dando l’essere ad ogni realtà. E così la creazione è andata avanti per secoli e secoli, millenni e millenni finché è diventata quella che conosciamo oggi, proprio perché Dio non è un demiurgo o un mago, ma il Creatore che dà l’essere a tutti gli enti. L’inizio del mondo non è opera del caos che deve a un altro la sua origine, ma deriva direttamente da un Principio supremo che crea per amore. Il Big-Bang, che oggi si pone all’origine del mondo, non contraddice l’intervento creatore divino ma lo esige. L’evoluzione nella natura non contrasta con la nozione di Creazione, perché l’evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono».

L’UOMO, LA LIBERTA’ E LA RESPONSABILITA’. «Per quanto riguarda l’uomo, invece, vi è un cambiamento e una novità. Quando, al sesto giorno del racconto della Genesi, arriva la creazione dell’uomo, Dio dà all’essere umano un’altra autonomia, un’autonomia diversa da quella della natura, che è la libertà. E dice all’uomo di dare il nome a tutte le cose e di andare avanti nel corso della storia. Lo rende responsabile della creazione, anche perché domini il Creato, perché lo sviluppi e così fino alla fine dei tempi. Quindi allo scienziato, e soprattutto allo scienziato cristiano, corrisponde l’atteggiamento di interrogarsi sull’avvenire dell’umanità e della terra, e, da essere libero e responsabile, di concorrere a prepararlo, a preservarlo, a eliminarne i rischi dell’ambiente sia naturale che umano. Ma, allo stesso tempo, lo scienziato dev’essere mosso dalla fiducia che la natura nasconda, nei suoi meccanismi evolutivi, delle potenzialità che spetta all’intelligenza e alla libertà scoprire e attuare per arrivare allo sviluppo che è nel disegno del Creatore. Allora, per quanto limitata, l’azione dell’uomo partecipa della potenza di Dio ed è in grado di costruire un mondo adatto alla sua duplice vita corporea e spirituale; costruire un mondo umano per tutti gli esseri umani e non per un gruppo o una classe di privilegiati. Questa speranza e fiducia in Dio, Autore della natura, e nella capacità dello spirito umano sono in grado di dare al ricercatore un’energia nuova e una serenità profonda. Ma è anche vero che l’azione dell’uomo, quando la sua libertà diventa autonomia – che non è libertà, ma autonomia – distrugge il creato e l’uomo prende il posto del Creatore. E questo è il grave peccato contro Dio Creatore»

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Papa Francesco “apre” alla teoria del Big Bang? Che sciocchezza. La prima ipotesi la fece un gesuita

Papa Francesco “apre” alla teoria del Big Bang? Che sciocchezza. La prima ipotesi la fece un gesuita

Ottobre 28, 2014 Giuliano Guzzo

Nel 1927 fu un astronomo gesuita, padre Georges Lemaître, il primo a formulare tale ipotesi, allora chiamata dell’atomo primigenio. Chi lo attaccò, la Chiesa? Nient’affatto. Furono alcuni scienziati laici

big bangTratto dal blog di Giuliano Guzzo Il grande risalto avuto dalle parole di papa Francesco il quale, intervenendo alla Pontificia Accademia delle Scienze nella Casina Pio IV ai Giardini Vaticani, ha dichiarato che il Big Bang «non contraddice l’intervento creatore divino, ma lo esige», lascia intendere che si sia trattato dell’ennesima “apertura” del pontefice argentino. In realtà così non è – né può essere – dato che nel 1927 fu un astronomo gesuita, padre Georges Lemaître (1894–1966), il primo a formulare tale ipotesi, allora chiamata dell’atomo primigenio. E la Chiesa che fece? Perseguitò forse padre Lemaître come (non) fece, anche se molti ancora lo pensano, con Galileo? Nient’affatto. Infatti non solo l’ipotesi del gesuita venne progressivamente accolta – «Tutto sembra indicare che l’universo materiale ha preso, da tempi finiti, un potente inizio» disse nel novembre 1951 papa Pio XII (1876-1958) -, ma pochi anni dopo, nel 1939, venne eletto membro della Pontificia Accademia delle Scienze, della quale, dal marzo 1960, fu anche presidente sino alla morte.

Furono invece illustri scienziati – ricorda lo studioso Enzo Pennetta – ad attaccare Lemaître, dal fisico Arthur Eddington (1882-1944), che definì «ripugnante» l’idea che l’Universo avesse avuto un inizio a nientemeno che Albert Einstein (1879-1955), che rigettò la teoria del Big Bang apostrofandola come «abominevole» e vedendo in essa uno sfacciato tentativo di proporre in fisica il racconto della Genesi; la stessa Margherita Hack (1922-2013) non pare fosse convinta del Big Bang: «Io penso che l’universo sia infinito nel tempo e nello spazio, cioè sia sempre esistito e sempre esisterà», ha scritto in un suo libro. E’ vero che Lemaître non diede riscontri sperimentali della sua ipotesi – anche se ve ne sono un paio: la scoperta, da parte di Robert W.Wilson e Arno Penzias, della radiazione cosmica di fondo, e la rilevazione, ufficializzata allo Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics nel marzo 2013, degli effetti diretti delle onde gravitazionali sulla radiazione cosmica di fondo – ma certamente il suo contributo scientifico è stato assai rilevante.

Non è dunque un caso che l’Agenzia Spaziale Europea abbia deciso di dedicare proprio al sacerdote cattolico il quinto esemplare della navetta automatica Europea ATV – acronimo che sta per Automated Transfer Vehicle – lanciato nel luglio di quest’anno e denominato, per l’appunto, Georges Lemaître. E si è trattato solo dell’ultimo omaggio ad un grande studioso le cui intuizioni subito attirarono pesantissime critiche, più che per motivi strettamente scientifici, per il fatto che l’idea di un universo che comincia ad esistere sembrò a tanti qualcosa di apologetico e quindi di finalizzato alla dimostrazione del Creatore. Cosa che in realtà l’astronomo gesuita – la cui straordinaria opera, purtroppo, è ancora sconosciuta ai più – non cercò mai di fare, limitandosi invece a seguire insieme scienza e fede, nella convinzione che i due percorsi, anche se molti sostengono il contrario, vadano nella stessa direzione: «Ero interessato alla verità dal punto di vista della Salvezza così come alla verità dal punto di vista della certezza scientifica. V’erano due strade per giungere alla verità. Decisi di percorrerle entrambe».

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“La Creación no es fruto de una varita mágica”, dice el Papa a la Pontificia Academia de Ciencias

“La Creación no es fruto de una varita mágica”, dice el Papa a la Pontificia Academia de Ciencias
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29 de Octubre de 2014

Ciudad del Vaticano (Miércoles, 29-10-2014, Gaudium Press) Los académicos de la Pontificia Academia de Ciencias, reunidos en el Vaticano para su Plenaria que finalizó ayer, fueron saludados por el Papa Francisco en la mañana del lunes 27.

La presencia del Pontífice en la Academia se dio por ocasión de la inauguración de un busto erguido en homenaje al Papa Emérito Benedicto XVI.

Al dirigir algunas palabras a los académicos, Francisco los alentó a llevar avante el progreso científico. Sin entrar en el mérito de la temática que está siendo tratada en la Plenaria, “La evolución del concepto de naturaleza”, el Pontífice destacó la compañía de Dios y de Cristo en el camino del ser humano.

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El mundo surgió de un Principio supremo que crea por amor, expresó el Papa

El Papa recordó que “cuando leemos en el Génesis el capítulo referente a la Creación, corremos el riesgo de imaginar que Dios haya actuado como un mago, con una varita mágica capaz de crear todas las cosas. Pero no es así”. Él explicó que Dios es el Creador que da el ser a todas las entidades: el inicio del mundo no es obra del caos, sino deriva de un Principio supremo que crea por amor.

Para Francisco, el Big-Bang no contradice la intervención creadora, sino, al contrario, exige esa intervención. Según el Pontífice, en este contexto, el hombre fue creado con una característica especial -la libertad- y recibe la incumbencia de proteger la Creación. Sin embargo, si la libertad se torna autonomía absoluta, eso destruye la Creación y el hombre asume el lugar del Creador. Y eso, recordó el Papa, “Es el pecado contra Dios Creador.”

Al concluir sus palabras a los académicos, el Papa recomendó: “Al científico, por tanto, y sobre todo al científico cristiano, corresponde la actitud de interrogarse sobre el futuro de la humanidad y la tierra; de construir un mundo humano para todas las personas, y no para un grupo o una clase de privilegiados”. (JSG)

De la Redacción, con Informaciones de Radio Vaticana

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Frontier Fields

Frontier Fields

PUSHING THE LIMITS OF THE HUBBLE SPACE TELESCOPE

First Galaxy Field Complete: Abell 2744

This past summer, the Hubble Frontier Fields team completed observations of the first cluster on its list: Abell 2744!  The second set of observations — astronomers call them epochs — consisted of 70 orbits and marks the completion of the first Frontier Fields galaxy cluster. During this set, Hubble’s Advanced Camera for Surveys (ACS) was pointed at the main galaxy cluster and studied the visible-light portions of the spectrum, while the Wide Field Camera 3 (WFC3) looked at the parallel field in the infrared.

Remember that Hubble will visit each field multiple times, with Hubble oriented such that one set of observations will point WFC3 at the cluster and ACS at a parallel field adjacent to the cluster (that’s one epoch).   The telescope will then come back and do another set of observations with the cameras switched: ACS pointing at the cluster and WFC3 pointing to the parallel field (that’s the second one).

The Frontier Fields team does this to allow for complete wavelength coverage in both infrared and visible light for the galaxy cluster and the parallel field.

The first epoch, completed in November 2013, consisted of  87 orbits.  This brings the total amount of time Hubble looked at this cluster to 157 orbits.

Here’s the result.  This is the galaxy cluster Abell 2744:

Final mosaic of the Frontier Fields galaxy cluster Abell 2744.  This image is the culmination of both epochs totaling 157 Hubble orbits. The numbers prefixed with "F" are the Hubble filters used by the ACS and WFC3 cameras to take the image.  The scale bar of 30" is approximately 2% the angular size of the full moon as seen from Earth - very small! Credit: NASA, ESA, and J. Lotz, M. Mountain, A. Koekemoer, and the HFF Team (STScI)

And here is the parallel field:

Parallel field of Frontier Field Abell 2744

See? Epic! Er, I mean epoch.

Once the second epoch was completed, some of the faintest galaxies ever seen were measured for the first time.  Astronomers have been working on these images since their release, and we are anxiously awaiting to hear what they find.

What is Dark Energy?

There is a dark side to the universe; in fact, most of what makes up our cosmos is dark. In our post, entitled “What Is Dark Matter?” we introduced this pie chart that shows the relative composition of everything in the universe.

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This deceptively simple diagram shows the percentages of everything the universe is made of. Embedded in this uncomplicated, straightforward pie chart is a story full of surprises and anxiety.

Measuring the Universe

With the exception of Einstein’s “biggest blunder,” few prior to the 1990’s had any expectation that a cosmological force, such as dark energy, even existed. It was thought that the universe was solely comprised of normal matter and dark matter. There was much debate on the nature of dark matter.  How much is there? How much is made of exotic undiscovered particles versus the more mundane but visibly dark stuff like planets, small stars, etc.?  Much has been learned, but dark matter is still largely a mystery today.  Theories and experiments abound to find all constituents of the missing dark matter, particularly the exotic variety that does not contain normal matter, i.e., those particles that do not interact with normal matter other than via gravitational force.

Dark matter and normal matter both have one thing in common: gravity. Thus, the expectation for astronomers was that they would observe some decrease in the expansion rate of the universe over time due to the pull of gravity from all of the matter in the universe. In the 1990’s, two groups of astronomers attempted to measure the deceleration rate of the universe independently by looking at a whole bunch of Type 1a supernovae.  Type 1a supernovae are the explosions of a certain type of star, where the explosions themselves all have the same intrinsic brightness. You can determine how far away the star is by how bright it appears to us; the dimmer a Type 1a supernova appears, the farther away it must be.  Just like the equivalent of a standard 60–watt lightbulb, finding these “standard candles” allows astronomers to accurately measure the distances, and thus the time in the past, where these explosions took place.

Click here for more information on how Type 1a supernovae were used to measure distances.

What the astronomers actually discovered was far more surprising, and it was important that two different groups did this because, if only one had done it, no one would have believed what actually happened. These teams of astronomers noticed that distant supernovae, whose light from the early epochs of the universe was just now reaching our telescopes, were fainter and thus farther away than expected. In 1998, these two groups both declared that the universe wasn’t decelerating at all – it was accelerating!

This was a completely unexpected result — no one saw it coming. I mean, the universe is full of normal matter and dark matter, all gravitationally pulling on each other as the universe expands. Shouldn’t that mean the universe is slowing down its expansion? One could hear hyperventilating cosmologists from across the globe.

After everyone started to calm down, astronomers began to ask, “OK, so what does it take to have an accelerating universe?”

The answer is, you need something else besides matter. Whatever that is, we call it dark energy.

But What Does Dark Energy Mean?

After the initial surprise of finding an accelerating universe wore off and people started thinking about it, astronomers did something they rarely do — they accepted the idea rather quickly. Usually, an unexpected result like this generates huge debates among scientists, and this did too. The thing is, the notion of a cosmological force like dark energy now solved a lot more problems than it created. In an uncharacteristically short period of time, people started warming to the idea of dark energy.

As a function of time, galaxies are moving away from us at a faster and faster rate, and that is what is meant by an accelerating universe. The discovery of dark energy has brought the ultimate fate of our universe back into question. Will dark energy continue to increase its dominance over gravity and cause our universe to rip apart — a potential fate known as the Big Rip? Or will the repulsive force of dark energy and the attractive force of gravity balance out so that the universe expands forever at a constant, non-accelerating rate? With the current understanding of dark energy, it seems improbable that gravity will reverse the expansion and collapse the universe back in on itself. However, the nature of dark energy is not well understood yet.

What’s Next for Dark Energy?

Right now, astronomers are making observations designed to constrain some of the many dark energy models that are out there.  The nature of this research is often done from the ground so that wide areas of the sky can be observed for a very long time. This kind of campaign is not well-suited to a high-demand telescope like the Hubble Space Telescope. The idea is to “constrain,” or better understand, the expansion rate of the universe, and measure the growth of large–scale structure (like galaxy clusters).

Past surveys like the Sloan Digital Sky Survey have made some progress, and current projects like the Dark Energy Survey (DES) has started its observing runs. DES will observe 5,000 square degrees of the night sky over 525 nights, making measurements that should help us whittle down some of the many dark–energy models presently being considered. Currently being built is the Large Synoptic Survey Telescope, an 8.4–meter ground-based telescope in Chile, which will image the entire sky every few nights at several wavelengths, and will no doubt play a large role in helping us understand dark energy.

Space-based telescopes do have an essential role to play in characterizing dark energy. For example, Hubble has played a key role in getting data on distant supernovae — hence the discovery of dark energy. It is the combination of ground-based large surveys with space-based pointed deep follow-ups that give us our breakthroughs. Future missions are being envisioned to build on the best of both ground-based surveys and space-based observations. The Wide-Field Infrared Survey Telescope (WFIRST) will use a Hubble-class, space-based telescope to survey a large portion of the sky in an effort to better constrain the nature of dark energy through the history of the universe.

Frontier Fields and Dark Energy

While the Frontier Fields were not designed to capture the large numbers of supernovae needed to explore dark energy through cosmic time, the observations of strong galaxy cluster lensing will be used in combination with cosmological measurements from other missions to help constrain the nature of dark energy.  Stay tuned for more!

James Edwin Webb: Turning Imagination into Reality

by Holly Ryer and Ann Jenkins

The Frontier Fields program peers into the universe’s distant past, yet it also offers a glimpse of the future work that the powerful James Webb Space Telescope will conduct. Webb, known as Hubble’s successor, will use infrared vision to detect galaxies beyond even Hubble’s reach.

But the man for whom the Webb telescope is named is not commonly linked to space science. James Edwin Webb (1906–1992) wasn’t a scientist or engineer; he was a businessman, attorney, and manager. Still, many believe that this second administrator of NASA, who ran the fledgling agency from 1961 to 1968, did more to advance science and space exploration than perhaps any other government official. He laid the foundations at NASA for one of the most successful periods of astronomical discovery, one that continues today.

James Webb was born in Granville County, N.C. He completed his college education at the University of North Carolina at Chapel Hill, where he received a degree in education. Webb then became a second lieutenant in the United States Marine Corps and served as a Marine Corps pilot. Afterward, he studied law at the George Washington University Law School in Washington, D.C. and was admitted to the Bar of the District of Columbia in 1936.

Webb’s long career in public service included serving as director of the Bureau of Budget and Under Secretary of State under President Harry Truman. In 1961, when he was selected by President John Kennedy to serve as the NASA administrator, Webb was reluctant to take the job. He assumed that it might be better handled by someone with a firmer grasp of science or technology. However, Kennedy wanted a leader with keen political insight and management skills for the position.

Webb oversaw great progress in the Space Program while serving as NASA’s administrator. During his tenure, NASA developed robotic spacecraft, which explored the lunar environment so that astronauts could do so later. On his watch, NASA also sent scientific probes to Mars and Venus. By the time Webb retired, NASA had launched more than 75 space science missions to study the stars and galaxies, our own Sun and the as-yet-unknown environment of space above the Earth’s atmosphere.

Webb also weathered the turmoil of the 1967 Apollo 1 tragedy, in which three astronauts—“Gus” Grissom, Edward White, and Roger Chaffee—died in a flash fire during a simulation test on the launch pad at Kennedy Space Center in Florida. Firmly committed to getting NASA back on its feet after this terrible setback, Webb strove to maintain support for the program. His success helped to pave the way to future NASA triumphs, such as the historic Apollo moon landing, which took place shortly after his retirement from NASA in 1968.

Webb remained in Washington, D.C., where he served on several advisory boards and as a regent of the Smithsonian Institution. In 1981, he was awarded the Sylvanus Thayer Award by the United States Military Academy at West Point for his dedication to his country. Former NASA Administrator Sean O’Keefe said of Webb: “He took our nation on its first voyages of exploration, turning our imagination into reality.”

Edwin Hubble Expands Our View of the Universe

by Donna Weaver and Ann Jenkins

American astronomer Edwin Powell Hubble (1889–1953) never lived to see the development or launch of his namesake, the Hubble Space Telescope. But like the telescope that bears his name, Dr. Hubble played a crucial role in advancing the field of astronomy and changing the way we view the universe. As Hubble’s namesake is breaking new ground in the exploration of the distant universe via the Frontier Fields, let us take a step back and learn more about Hubble, the man.

This is an illustration of Dr. Edwin Powell Hubble.

As a young boy, Edwin Hubble read tales of traveling to undersea cities, journeying to the center of the Earth, and trekking to the remote mountains of South Africa. These stories by adventure novelists Jules Verne and H. Rider Haggard stoked young Hubble’s imagination of faraway places. He fulfilled those childhood dreams as an astronomer, exploring distant galaxies with a telescope and developing celestial theories that revolutionized astronomy.

But Hubble didn’t settle immediately on the astronomy profession. He studied law as a Rhodes Scholar at Queens College in Oxford, England. A year after passing the bar exam, Hubble realized that his love of exploring the stars was greater than his attraction to law, so he abandoned law for astronomy. “I chucked the law for astronomy and I knew that, even if I were second rate or third rate, it was astronomy that mattered,” Hubble said. (1)

Our Galaxy Is Not Alone

He studied astronomy at the University of Chicago and completed his doctoral thesis in 1917. After serving in World War I, he began working at the Mount Wilson Observatory near Pasadena, Calif., studying the faint patches of luminous “fog” or nebulae — the Latin word for clouds — in the night sky. Hubble and other astronomers were puzzled by these gas clouds and wanted to know what they were.

Using the 100-inch reflecting Hooker Telescope — the largest telescope of its day — Hubble peered beyond our Milky Way Galaxy to study an object known then as the Andromeda Nebula. He discovered special, “variable stars” on the outskirts of the nebula that changed in brightness over time. These stars brightened and dimmed in a predictable way that allowed Hubble to determine their distances from Earth. Hubble showed that the distance to the nebula was so great that it had to be outside the Milky Way Galaxy. Hubble realized that the Andromeda Nebula was a separate galaxy much like our own. The discovery of the Andromeda Galaxy helped change our understanding of the universe by proving the existence of other galaxies.

Hubble also devised the classification system for galaxies, grouping them by sizes and shapes, that astronomers still use today. He also obtained extensive evidence that the laws of physics outside our galaxy are the same as on Earth, verifying the principle of the uniformity of nature.

The Expanding Universe

As Hubble continued his study, he made another startling discovery: The universe is expanding. In 1929 he determined that the more distant the galaxy is from Earth, the faster it appears to move away. Known as Hubble’s Law, this discovery is the foundation of the Big Bang theory. The theory says that the universe began after a huge cosmic explosion and has been expanding ever since. Hubble’s discovery is considered one of the greatest triumphs of 20th-century astronomy.

Albert Einstein could have foretold Hubble’s discovery in 1917 when he applied his newly developed General Theory of Relativity to the universe. His theory — that space is curved by gravity — predicted that the universe could not be static but had to expand or contract. Einstein found this prediction so unbelievable that he modified his original theory to avoid the problem. Upon learning of Hubble’s discovery, Einstein immediately regretted revising his theory.

For his many contributions to astronomy, Hubble is regarded as one of the most important observational cosmologists of the 20th century.

(1) As quoted by Nicholas U. Mayall (1970). Biographical memoir. Volume 41, Memoirs of the National Academy of Sciences, National Academy of Sciences (U.S.). National Academy of Sciences. p. 179.

Frontier Fields Public Lecture

Want to hear about the Frontier Fields project straight from the scientist? On August 5, 2014, principal investigator Dr. Jennifer Lotz gave a public lecture entitled “The Frontier Fields: a Sneak Peek at the First Billion Years of the Universe” and the recorded webcast is available at the link below.

Dr. Jennifer Lotz
The Frontier Fields: a Sneak Peek at the First Billion Years of the Universe

August 5, 2014

How we far can we go? What are the faintest objects the Hubble Space Telescope can possibly see? Can we get a sneak peek at the early universe before the James Webb Space Telescope is launched? These are the key questions we hope to answer with the Frontier Fields campaign. Over this three year program, astronomers at the Space Telescope Science Institute will attempt to push the Hubble Space Telescope’s capabilities to its limits. This ambitious effort will combine the power of Hubble with the natural gravitational telescopes of massive clusters of galaxies that magnify more distant galaxies. Hubble will obtain the deepest ever optical and infrared images of six massive clusters, in parallel with the deep images of six neighboring “blank” fields. These observations will reveal galaxies about 10-20 times fainter than any previously seen, allowing astronomers to study the birth of galaxies like our own Milky Way.

https://webcast.stsci.edu/webcast/detail.xhtml?talkid=4287

This lecture is part of the monthly public lecture series at the Space Telescope Science Institute in Baltimore, Maryland. Each month addresses a different cosmic topic, usually related to Hubble, but always venturing to some fascinating part of the universe. For more information, check out the web page on HubbleSite:  http://hubblesite.org/about_us/public_talks/

 

Seeing Double (or More!) in Frontier Fields Images

The immense gravity in this foreground galaxy cluster, Abell 2744, warps space to brighten and magnify images of far-more-distant background galaxies as they looked over 12 billion years ago, not long after the big bang.  This is the first of the Frontier Fields to be imaged.

Take a long look at this image. You’re seeing a lot of distant galaxies magnified by the natural “gravitational lens” of galaxy cluster Abell 2744. But you aren’t seeing as many as you think.

Gravitational lenses, natural magnifiers created in space when light is bent by the enormous mass of galaxy clusters, distort and enlarge the images of distant galaxies behind the cluster. But they do more than that: sometimes they replicate them, like multiple images in a funhouse mirror.

abell multiple

In the above image, we’ve marked the galaxies that are actually images of the same galaxy by overlaying them with numbered triangles. Each galaxy has a number. The multiple images are identified by letters. The galaxies labeled 1a, 1b, and 1 c, for instance, are one galaxy, its image repeated three times. (Only numbers and letters are significant. The colors don’t represent anything, but are used to make it easier to distinguish the various numbered galaxies.)

In previous posts, we explained that mass distorts space. Light from a distant galaxyfollows space’s curve like a ball rolling along a putting green. (Think of space as a miniature golf course with fewer animatronic dinosaurs.)

Sometimes, the level of distortion sends the light to multiple places. If you’ve ever seen asingle candle reflected multiple times in the bottom of a wineglass, you’ve seen this distorting effect occur in lenses. In fact, gravitational lensing is so similar to glass lensing that you could replicate the distortions of a gravitational lens by grinding a glass lens to the same proportions and bumps.

And cosmic lenses are quite lumpy. The galaxies of the cluster, embedded in halos of dark matter, create bumps of mass. Light can take multiple paths around the galaxy cluster as it encounters the distortions in space-time created by the cluster’s mass. The closer the light of more-distant galaxies passes to the lens, the stronger the deflection. If the light passes close enough to the lens, these multiple images are likely to appear. The individual galaxies in the cluster also add small deflections, and occasionally help produce multiple paths for the light to reach us.

When astronomers look at a lensed image, they’re looking at a giant puzzle. They need to figure out where all the mass is in the image – most of it, being dark matter, is invisible. Pinpointing the multiple images of identical galaxies helps accomplish this because they’re a good indicator of how dramatically the light is being deflected.

Abell2744-multilens-1+markers Abell2744-multilens-3+markers

Some of the multiple images are obvious. Galaxy images 1a, 1b and 1c (left image) are good examples – they’re blue galaxies with red centers, and they look very like one another. The green-hued galaxy identified by 3a, 3b and 3c (right image) is another good example. Astronomers seek out those obvious candidates to start with, then try to build a model of how the mass in the cluster is distributed. Based on that model, they start identifying the multiple images that aren’t so obvious: Does this reddish galaxy to the side have a counterpart where the model says it should be? Analysis of attributes like color, and especially distance, also play an important role in determining which galaxies are multiples — a technique that comes in handy in many situations.

Thanks to reader Judy Schmidt for the idea for this post.

How Hubble Observations Are Scheduled

This is the third in a three-part series.

After observing time is awarded, the Institute creates a long-range plan. This plan ensures that the diverse collection of observations are scheduled as efficiently as possible. This task is complicated because the telescope cannot be pointed too close to bright objects like the Sun, the Moon, and the sunlit side of Earth. Adding to the difficulty, most astronomical targets can only be seen during certain months of the year; some instruments cannot operate in the high space-radiation areas of Hubble ’s orbit; and the instruments regularly need to be calibrated. These diverse constraints on observations make telescope scheduling a complex optimization problem that Institute staff are continually solving, revising, and improving.”

Preparing for an observation also involves selecting guide stars to stabilize.the telescope’s pointing and center the target in the instrument’s field of view. The selection is done automatically by the Institute’s computers, which choose two stars per pointing from a catalog of almost a billion stars. These guide stars will be precisely positioned within the telescope’s fine guidance sensors, ensuring that the target region and orientation of the sky is observed by the desired instrument.”]

A weekly, short-term schedule is created from the long-range plan. This schedule is translated into detailed instructions for both the telescope and its instruments to perform the observations and calibrations for the week. From this information, daily command loads are then sent from the Institute to NASA’s Goddard Space Flight Center to be uplinked to Hubble.

Hubble’s Flight Operations Team resides in the Space Telescope Operations Control Center at NASA’s Goddard Space Flight Center in Greenbelt, Md.  In addition to monitoring the health and safety of the telescope, they also send command loads to the spacecraft, monitor their execution, and arrange for transmission of science and engineering data to the ground.

The journey from proposal through selection and scheduling culminates in the email informing astronomers that their data is ready to be accessed. Usually, the process takes more than a year from idea to data—sometimes even longer. Of course, that’s when the real work begins—the analysis of the data and the hard work of uncovering another breakthrough Hubble discovery!

How Hubble Observations Are Planned

This is the second in a three-part series.

Researchers awarded telescope time based on the scientific merit of their Phase I proposal must submit a Phase II proposal that specifies the many details necessary for implementing and scheduling of the observations. These details include such items as precise target locations and the wavelengths of any filters required.

Once an observation has occurred, the data becomes part of the Hubble archive, where astronomers can access it over the Internet. Most data is marked as proprietary within the Institute computer systems for 12 months. This protocol allows observers time to analyze the data and publish their results. At the end of this proprietary-data-rights period, the data is made available to the rest of the astronomical community. (Most of the very large programs, such as Frontier Fields, have given up proprietary time as part of their proposal.)

This is a view of the many computers that are part of the Barbara A. Mikulski Archive for Space Telescopes (MAST), located at the Space Telescope Science Institute (STScI) in Baltimore, Md. The archive is named in honor of the United States Senator from Maryland for her career-long achievements and becoming the longest-serving woman in U.S. Congressional history. MAST is NASA’s repository for all of its optical and ultraviolet-light observations, some of which date to the early 1970s. The archive holds data from 16 NASA telescopes, including current missions such as the Hubble Space Telescope and Kepler. Senator Mikulski is in the center, STScI Director Matt Mountain at her right, and STScI Deputy Director Kathryn Flanagan at her left. The plaque to image right is a photo of Supernova Milkuski, an exploding star that the Hubble Space Telescope spotted on Jan. 25, 2012. It was named in honor of the Senator by Nobel Laureate Adam Riess and the supernova search team with which he is currently working. The supernova, which lies 7.4 billion light-years away, is the titanic detonation of a star more than eight times as massive as our Sun.

Along with their Phase II proposal, observers can also apply for a financial grant to help them process and analyze the observations. These grant requests are reviewed by an independent financial review committee, which then makes recommendations to the Institute director for funding. Grant funds are also available for researchers who submit Phase I proposals to analyze non-proprietary Hubble data already archived. The financial committee evaluates these requests as well.

Up to 10 percent of Hubble ’s time is reserved as director’s discretionary time and is allocated by the Institute director. Astronomers can apply to use these orbits any time during the course of the year. Discretionary time is typically awarded for the study of unpredictable phenomena such as new supernovae or the appearance of a new comet. Historically, directors have allocated large percentages of this time to special programs that are too big to be approved for any one astronomy team. For example, the observations of the Frontier Fields use director’s discretionary time.

Gravitational Lensing in Action

In my previous blog post, Visual “Proof” of General Relativity, I discussed how gravitational lensing demonstrates the effects of Einstein’s theory of general relativity in a direct, visual manner. Images created by gravitational lenses show features that are not possible in Newton’s version of gravity.

Although seeing general relativity with your own eyes is kinda awesome, there’s one unsatisfying aspect: you only see the result, not the process. Since you don’t know exactly what those galaxies looked like before the gravitational lensing, it is hard to fully appreciate the magnitude of the distortions. We have no on/off switch for the mass of the galaxy cluster to be able to examine the un-lensed image and compare against the lensed one.

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But we can demonstrate the process of gravitational lensing through scientific visualization. The images above show a simulation of gravitational lensing by a galaxy cluster. On the left is an image of only the galaxies that belong to galaxy cluster Abell 2744; all of the foreground and background objects have been removed. On the right is a deep field image of galaxies. In the center is a simulation of how the galaxies of Abell 2744 would distort the galaxy images in the deep field.

By carefully comparing galaxy images between the right and center panels, one can see how the un-lensed galaxies transform to their distorted lensed versions.  The elongated streaks and arcs in the center image generally come from compact, ellipse-shaped galaxies in the right image. But not all galaxies are changed, a fact easily seen by examining the larger, yellow galaxy in the lower right.

The explanation comes from the details of the simulated lensing. The deep field used above is a portion of the Hubble Ultra Deep Field (HUDF), and includes only galaxies for which we have a good measure of their distance. Using those distances and the distance to Abell 2744, we were able to place the galaxies of Abell 2744 at their correct positions within the deep field. HUDF galaxies which are closer than the galaxy cluster would not be lensed, and appear the same in the right and center images. Only those galaxies behind the cluster were transformed by the simulated lensing. Thus, the central image provides a proper simulation of what would be seen if Abell 2744 suddenly wandered across the sky and ended up in the middle of the HUDF.

I note that all of the background galaxies were combined into a single image at a set distance behind the cluster for simplicity. The full, and rather tedious, 3D calculation could have been performed, but was deemed unlikely to provide a significant visual difference for a public-level illustration. I further note that it is an occupational hazard of being a scientist that one feels compelled to provide such full-disclosure details.

The really difficult challenge is to do the reverse of this simulation. Start with an image of gravitational lensing and then work out the mass distribution of the galaxy cluster from the distribution of streaks and arcs. But, hey, no one said being an astrophysicist was easy.

In the final part of this series of blog posts, I’ll provide a more down-to-earth example of gravitational lensing.

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