La scienza dei gesuiti

POPOLI E CULTURE di Roberto Paura 17 marzo 2013 13:04
La scienza dei gesuiti
La Compagnia di Gesù, da cui proviene Papa Francesco, ha sempre avuto uno stretto rapporto con la scienza, dall’astronomia allo studio dell’evoluzione.
La scienza dei gesuiti.
Tra le tante curiosità legate all’elezione del nuovo Papa, Jorge Mario Bergoglio, al soglio di Pietro, c’è quella dei suoi studi scientifici. C’è stata parecchia confusione in merito, perché inizialmente qualcuno aveva sostenuto che la sua laurea in chimica fosse in realtà solo un diploma di perito chimico conseguito al termine delle scuole superiori, mentre Bergoglio sarebbe laureato in teologia. In realtà, l’attuale Papa Francesco si diplomò sì presso un istituto tecnico a indirizzo chimico, ma decise effettivamente di proseguire gli studi conseguendo poi la laurea in scienze chimiche all’Università di Buenos Aires prima di decidere di seguire la vocazione spirituale e intraprendere il cammino all’interno della Chiesa. Solo successivamente conseguì la sua seconda laurea in filosofia all’Università Cattolica di Buenos Aires, proseguendo poi gli studi teologici. Ma perché tutta questa attenzione per il curriculum studiorum di Papa Francesco? Perché, se effettivamente non è così raro trovare, all’interno del clero cattolico, persone che abbiano intrapreso carriere scientifiche, è vero che Bergoglio è il primo pontefice ad avere una simile formazione. E non è affatto casuale che sia anche il primo papa gesuita. Proprio la Compagnia di Gesù, infatti, fondata nel 1534 da Sant’Ignazio di Loyola, è l’ordine da sempre più interessato al progresso delle scienze.

Gli astronomi del Papa

Papa Benedetto XVI in visita alla Specola Vaticana a Castel Gandolfo.
A Castel Gandolfo, la storica residenza estiva dei papi, c’è una cupola che svetta sopra gli appartamenti papali. È la Specola Vaticana, l’osservatorio astronomico della Santa Sede, trasferito qui nella metà degli anni ’30 dopo essere stato ospitato a lungo all’interno del Vaticano stesso. A dirigerlo sono i padri gesuiti, che dagli inizi del XX secolo portano avanti le proprie ricerche astronomiche, la cui tradizione risale già al Seicento. Presso il Collegio Romano, fondato da Sant’Ignazio, a lungo nei secoli scorsi i gesuiti si dedicarono all’osservazione dei cieli, dimostrandosi in alcuni casi anche più avanzati delle conoscenze del loro tempo: anche se furono tra i responsabili dell’abiura di Galileo riguardo il modello copernicano, i gesuiti accolsero con grande interesse l’invenzione del telescopio e polemizzarono con la tesi di Galileo secondo cui le comete non erano altro che effetti ottici, proponendo piuttosto che si trattasse di corpi celesti.

Al Collegio Romano insegnò Angelo Secchi, il grande astronomo gesuita, che fondò la scienza della spettroscopia stellare, ossia lo studio della composizione chimica delle stelle attraverso la lettura dello spettro elettromagnetico. La spettroscopia è ancora oggi uno dei settori di ricerca più importanti alla Specola Vaticana, che nella seconda metà del Novecento si dotò anche di un modernissimo laboratorio di analisi spettroscopica e di una rivista scientifica internazionale dove pubblicare i risultati delle proprie ricerche. Da quando, nel 1910, Pio X affidò alla Specola il villino estivo di Leone XIII nei Giardini Vaticani, ampliandone le attività, sono stati i gesuiti ad avere l’esclusiva della direzione della Specola. Un’esclusiva che continua ancora oggi dopo il trasferimento a Castel Gandolfo (necessario per le ridotte condizioni di visibilità dei cieli romani) e l’apertura di un altro modernissimo osservatorio a Mount Graham, vicino Tucson, in Arizona.

Dalla cosmologia all’evoluzionismo

Il telescopio VATT di Monte Graham, in Arizona, USA.
Il VATT, realizzato in collaborazione con l’Arizona State University e con donazioni private, fortemente sostenuto da Giovanni Paolo II, rappresenta il fiore all’occhiello delle attuali ricerche astronomiche del Vaticano. Mentre a Castel Gandolfo si portano oggi avanti principalmente studi teorici e analisi chimiche, soprattutto sui meteoriti, di cui la Specola dispone in gran quantità grazie anche a una collezione donata anni fa da un privato, al VATT in Arizona i gesuiti possono disporre dei più moderni telescopio per lo studio delle galassie e dei corpi transettuniani, come in un’intervista a Fanpage.it ci spiegò padre José Funes, l’attuale direttore della Specola, gesuita e argentino come Papa Francesco. C’è da immaginare che Funes sia rimasto molto soddisfatto dell’elezione, per la speranza che il nuovo pontefice dia impulso agli studi astronomici del Vaticano. Studi che negli ultimi anni si sono concentrati sempre più sugli aspetti maggiormente speculativi della cosmologia, come la teoria delle stringhe e in generale la fisica oltre il modello standard, a cui la Specola dedica una certa attenzione, avendo tra l’altro un proprio membro, il padre gesuita di origini campane, Gabriele Gionti, in forze come visiting researcher al CERN di Ginevra.

L’apparizione dell’uomo nella storia non è stata improvvisa e immediata, ma è avvenuta lentamente e per successive modificazioni.

Giuseppe De Rosa, S.J.
I tempi sono molto cambiati dall’epoca della condanna del modello copernicano. Oggi i gesuiti, e in generale la Chiesa, accettano senza problemi la teoria del Big Bang, che fu fatta proprio da Pio XII ancora prima che nella comunità scientifica ci fosse un’unanime condivisione. E non si pongono alcuna preclusione allo studio di teorie tra le più affascinanti, come quelle del multiverso, secondo cui il nostro universo sarebbe solo uno tra miliardi, o forse tra infiniti universi alternativi. La pace fatta tra i gesuiti e la scienza riguarda inoltre anche uno degli aspetti all’epoca più controversi nel dialogo tra fede e ragione, quello dell’evoluzionismo. Mentre in America le chiese evangeliche fondamentaliste continuano a proporre le tesi creazioniste o versioni più edulcorate ma ugualmente insidiose come l’intelligent design, la Chiesa cattolica sembra oggi accettare senza troppi problemi l’idea che le specie viventi si evolvono, e che l’uomo discenda da antenati comuni alle moderne scimmie. Sul tema c’erano state delle controversie nel corso del pontificato di Benedetto XVI, più cauto sull’accettazione sic et simpliciter dell’argomento evoluzionistico. Ma, mentre sulle pagine di giornali come Il Foglio c’è ancora chi definisce l’evoluzionismo come una teoria senza fondamenti, i gesuiti da tempo l’hanno fatta propria.

Evoluzione biologica e creazione spirituale
Lo spiegava molto bene padre Giuseppe De Rosa in un articolo del 2005 su La Civiltà Cattolica, la rivista della Compagnia di Gesù, ripreso poi dal quotidiano Avvenire. Aprendo un fondamentale saggio dal titolo “L’origine dell’uomo. Evoluzione e creazione”, padre De Rosa – morto nel 2011 a novant’anni – scriveva senza mezzi termini: “L’apparizione dell’uomo nella storia non è stata improvvisa e immediata, ma è avvenuta lentamente e per successive modificazioni… C’è stato infatti sia un processo di «ominizzazione», cioè il processo evolutivo che ha condotto l’uomo da forme pre-umane a forme umane sempre più perfette, fino a giungere all’uomo attuale; sia un processo di «umanizzazione», per cui dallo stato di natura l’uomo è passato allo stato di cultura, che ha mostrato la sua singolarità, tanto rispetto alle forme pre-umane, quanto rispetto ad altri esseri, a lui geneticarnente assai vicini, come alcuni primati, quali gli scimpanzé, i gorilla e gli orango”.
Il paleoantropologo gesuita Teilhard de Chardin.
Parole che per qualcuno appariranno sorprendenti, ma che non devono suonare nuove. Il gesuita Teilhard de Chardin, figura controversa, ancora oggi molto studiata, fu scienziato e paleontologo. In Cina, dove rimase per oltre vent’anni, fu tra i protagonisti della scoperta dell’Uomo di Pechino e del rinvenimento di altri importanti scheletri di nostri antenati. Teilhard sostenne fortemente il modello evoluzionistico di Darwin, quando ancora nella Chiesa c’erano molte riserve al riguardo. Le sue idee sulla presenza di un principio evolutivo immanente all’universo stesso, e coincidente con Dio, non furono apprezzate dai teologi, che misero alcune delle sue opere all’Indice e lo costrinsero ad abbandonare l’insegnamento della filosofia. Ma oggi Teilhard è stato riabilitato, come dimostra un intervento del cardinale austriaco Schömborn, discepolo di Ratzinger e grande studioso del dibattito sull’evoluzione: “L’affascinante visione di Teilhard rimane controversa e tuttavia rappresenta per molti una grande speranza, la speranza che la fede in Cristo e un approccio scientifico alla realtà del mondo possano essere insieme ricondotti ‘sotto un solo capo’, sotto Cristo ‘l’evolutore’”.
Il concetto principale della conciliazione tra evoluzionismo e creazionismo sta nell’idea che, mentre l’evoluzione è vera a livello biologico, l’anima dell’Uomo è stata creata direttamente da Dio. Come scriveva ancora Giuseppe De Rosa, tale ‘atto creativo’ s’inscrive nel processo evolutivo ma è al tempo stesso indipendente: “Esso non può essere compreso come un atto di ordine puramente evolutivo, ma come un atto trascendente che si inserisce nel processo evolutivo, nel senso che quando questo, attraverso successive nuove e più perfette forme nella linea degli ominidi, ha raggiunto una forma umana in possesso di un grado di cerebralizzazione tale da costituire un supporto adatto al pensiero riflesso e all’autocoscienza, Dio è intervenuto dotando tale forma umana di un’anima spirituale”. Sarà ora interessante attendere le prese di posizione di Papa Francesco su questi temi; posizioni che senz’altro non tarderanno ad arrivare, vista la sua appartenenza ai gesuiti e la sua formazione scientifica. E chissà che non porti avanti il discorso tra scienza e fede aprendo anche ad alcuni temi bioetici oggi ancora avversati dal Vaticano.
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Gli astronomi del Papa: “Siamo aperti a quello che la scienza può scoprire”

SPAZIO E TEMPO di Redazione Scienze 23 novembre 2012 12:51
Gli astronomi del Papa: “Siamo aperti a quello che la scienza può scoprire”
Jose Gabriel Funes, direttore dell’osservatorio del Vaticano, racconta a Fanpage quali conseguenze potrebbe avere la scoperta di vita extraterrestre nell’universo.
Gli astronomi del Papa:
Caeli enarrant gloriam dei, “i cieli rivelano la gloria di Dio”. Così recita la Bibbia. Una verità fatta propria dalla Chiesa, che dal XVI secolo possiede un proprio team di astronomi impegnati nell’osservazione del cielo e nella ricerca cosmologica. Dagli anni ’30 del secolo scorso la Specola Vaticana, l’osservatorio della Santa Sede, si trova a Castel Gandolfo, ma un telescopio ad alta tecnologia è stato costruito anche a Mount Graham, in Arizona. Dal 2006 a dirigere la Specola c’è padre José Gabriel Funes, gesuita, laurea in astronomia prima di seguire la vocazione spirituale, poi una laurea in filosofia, una in teologia e un dottorato in astronomia a Padova. Lo abbiamo intervistato all’Osservatorio astronomico di Capodimonte, a Napoli, dove è stato invitato per parlare dell’ipotesi di vita extraterrestre nell’universo.
Padre Jose Funes mostra una pietra lunare della collezione appartenente alla Specola Vaticana.
Padre Funes, la Specola Vaticana possiede un osservatorio a Castel Gandolfo ma soprattutto un telescopio all’avanguardia in America. Su cosa si concentrano attualmente le vostre ricerche?

Negli Stati Uniti abbiamo un telescopio di tecnologia avanzata dove si possono fare survey di oggetti stellari, io in particolare ho studiato le galassie vicine. Si possono studiare popolazioni stellari della nostra galassia, si potrebbe anche – ma nessuno di noi vi è impegnato al momento – utilizzare il telescopio per scoprire gli esopianeti. E anche gli oggetti transnettuniani, che orbitano al di là di Nettuno, e classificarli. A Castel Gandolfo abbiamo una collezione di circa 1100 pezzi di meteoriti che permettono di indagare – analizzandone la densità, la porosità, la composizione – la formazione e l’evoluzione del Sistema Solare. Padre Gabriele Gionti [che ha accompagnato padre Funes nella visita a Capodimonte, ndr] si occupa di teoria delle stringhe e cosmologia. Un altro padre si occupa di modelli teorici per studiare ammassi globulari e galassie ellittiche, che producono una grande quantità di luce in ultravioletto; lui fa dei modelli al computer sommando la luce che emettono, diciamo, un milione di stelle e riproduce quello che si osserva dallo spettro di queste galassie. Un altro padre in America si occupa di cosmologia e di Big Bang.

Ormai da tempo la Chiesa si concilia con le prove della scienza e della ricerca cosmologica, ne è passato di tempo dal caso Galileo. Negli ultimi decenni c’è un grande dibattito tra i teorici sul cosiddetto principio antopico. La scoperta per cui se alcune costanti di natura e alcuni valori delle particelle del modello standard differissero solo di qualche decimale l’universo non potrebbe ospitare la vita ha portato qualcuno a vedere in ciò una prova di un disegno cosmico, di un proposito. Qual è la posizione della Chiesa sull’argomento?

|La cosmologia ci ha spiegato che non esiste un posto privilegiato nell’universo. Il nostro posto privilegiato viene dato dal fatto che Dio si è fatto Uomo.

La Chiesa non sostiene nessuna teoria scientifica né ha una posizione riguardo il principio antropico. Siamo aperti a quello che la scienza può scoprire. Oggi sappiamo che la migliore spiegazione per l’origine dell’universo è la teoria del Big Bang. Ci sono due formulazioni del principio antropico, una più forte e una più debole. La più forte sostiene che queste costanti di natura hanno questi determinati valori proprio per “fare in modo che” la vita possa apparire. Il principio antropico debole sostiene che noi misuriamo questi valori perché noi esistiamo, quindi è di fatto una conseguenza della nostra esistenza. La cosiddetta sintonia fine dell’universo potrebbe portare a pensare che c’è una centralità dell’essere umano. Anche questo è un punto: come spiegare la centralità dell’Uomo, nella concezione cristiana, e anche il cristocentrismo – perché sappiamo come cristiani che tutto è orientato a Cristo – se sappiamo di non essere al centro dell’universo? Vede, la centralità non passa per un aspetto fisico: sappiamo che la Terra è solo il terzo pianeta intorno al Sole, che il Sole fa parte della Via Lattea con cento miliardi di stelle e che la nostra è solo una di centinaia di miliardi di galassie. La cosmologia ci ha spiegato che non esiste un posto privilegiato nell’universo. Il posto privilegiato non proviene dal posto fisico che occupiamo nell’universo, ma viene dato dal fatto che Dio si è fatto Uomo. In questo senso noi siamo al centro della considerazione di Dio. Questo non vuol dire che siamo più bravi, più forti, più intelligenti, anzi: vuol dire che siamo i più deboli, i più poveri, i più bisognosi, perché Dio sceglie i più poveri. La nostra centralità non è un argomento per essere più superbi, ma per essere più umili. Il principio antropico potrebbe allora permettere di dimostrare che c’è una provvidenza di Dio. Però è un principio filosofico, con qualche fondamento nella realtà fisica. Le conclusioni o le idee o le opinioni che potremmo dargli successivamente appartengono a un altro livello epistemologico, più al livello della fede che della scienza.
Papa Benedetto XVI in visita alla Specola Vaticana a Castel Gandolfo.
E sulla teoria del multiverso, secondo cui esisterebbero altri universi oltre al nostro?

Un famoso cosmologo, Martin Rees, membro dell’Accademia Pontificia, che non credo sia credente, sostiene insieme ad altri suoi colleghi che la sintonia fine può portare a pensare che esistano infiniti universi. Questo è un universo in cui la velocità della luce ha questo valore, dove la massa del protone e quella dell’elettrone hanno questi particolari valori, ma tali costanti possono avere altri valori in altri universi. Io dicevo ai miei studenti che in un universo parallelo padre Funes è alto e magari parla l’inglese senza accento!

Questo non creerebbe problemi con il concetto della creazione? La creazione è avvenuta una sola volta o infinite volte in infiniti universi?

L’idea di cento miliardi di galassie crea qualche problema? Perché non poter avere allora, invece di un solo universo, infiniti universi? È solo un altro livello. La presenza di Dio nella creazione è a un altro livello, a livello dell’essere. Leggevo in questi giorni un testo molto bello, non solo perché lo ha scritto il Papa, quando era Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo. Come spiegare Dio, la fede in Dio? Dio è qualcosa molto più di quanto possiamo immaginare, ci sostiene nell’esistere. Molte volte pensiamo a Dio come l’orologiaio, l’architetto che è lì a manovrare gli elementi e gli atomi. Dio non è questo: Lui ci sostiene nel nostro esistere, e se per qualche motivo viene a mancare questa volontà di Dio di sostenerci crolla tutto. Ma non a livello di un pianeta che comincia a cadere a spirale sulla sua stella, non è questo tipo di crollo. È un crollo esistenziale.

L’argomento della sua conferenza di oggi riguarda la vita extraterrestre. Anche in questo caso, sembra esserne passata di acqua sotto i ponti da quando Giordano Bruno veniva condannato dalla Chiesa per la sua teoria sulla pluralità dei mondi. Oggi sappiamo che di mondi come il nostro potrebbero essercene milioni, e molti di essi potrebbero essere abitati.

|Altri esseri spirituali, degli E.T., sarebbero uniti a Dio cosmicamente, così come noi siamo uniti a Gesù.

Per contestualizzare quest’argomento, dobbiamo ricordare l’enorme sviluppo nella ricerca di esopianeti, o pianeti extrasolari. Questo numero aumenta ogni settimana, l’ultima cifra a novembre è nell’ordine di 800 pianeti per 600 stelle. Sono tanti, e ogni volta se ne scoprono di più. Se pensiamo all’universo fatto di cento miliardi di galassie e dividiamo il numero di galassie per la popolazione mondiale, circa 7 miliardi, a ciascuno di noi toccano 14 galassie! Ciascuna di queste con almeno cento miliardi di stelle, e possibilmente con altrettanti pianeti come nel Sistema Solare. C’è una certa probabilità, che non sappiamo se sia alta o bassa, che alcuni pianeti siano abitati. È il settore di ricerca dell’astrobiologia, questo studio interdisciplinare che coinvolge astronomia, astrofisica, biologia, geologia e cerca di trovare la vita nell’universo, e la vita intelligente. Già è difficile trovare vita intelligente qui sulla Terra, figuriamoci nell’universo: non è una cosa semplice. Fino a oggi non abbiamo nessuna evidenza: potremmo scoprirla domani o tra un milione di anni, non lo sappiamo. È comunque una disciplina scientifica che comporta un investimento senza la sicurezza di un risultato sicuro: facciamo la ricerca ma non sappiamo se troveremo mai vita. Ma questo stesso fatto di cercare la vita ci permette di capire anche come è nata e si è evoluta la vita sulla Terra e magari come ciò possa succedere in altri luoghi dell’universo. Non sappiamo se la vita si è evoluta una sola volta o diverse volte, in un solo luogo o in diversi luoghi. Sono domande aperte.
Il telescopio VATT di Monte Graham, in Arizona, USA.
Cosa comporterebbe per la religione cristiana la scoperta di altre forme di vita, e soprattutto di vita intelligente, al di fuori della Terra?

Vale la pena pensare a quali possano essere le conseguenze di questa eventuale scoperta non solo per la religione, ma anche per la filosofia, per la società, per la cultura. È un esercizio utile farsi queste domande e vedere come rispondere a questa possibilità. Io credo che si possa rispondere a questa sfida attraverso la teologia cattolica tradizionale, mantenendo i principi fondamentali della fede cristiana.

Un problema per la teologia potrebbe riguardare però la questione della redenzione. La Chiesa insegna che Dio si è fatto uomo incarnandosi in Gesù Cristo. Come poter immaginare un’incarnazione di Dio in altri esseri extraterrestri?

Così come c’è la scienza, c’è la fantascienza. Facendo una battuta, potremmo dire che esiste la teologia e la fantateologia. A me piace dire che sono veramente domande teologiche quelle domande che si basano sulla realtà. Questa sarà una domanda teologica il giorno in cui troveremo vita: finora, è solo una speculazione. Se vogliamo fare un po’ di fantateologia, per essere un pochino rigorosi direi, riprendendo ciò che diceva un famoso gesuita, Alfaro, sulla domanda teologica, che l’incarnazione del figlio di Dio è un evento unico nel tempo e nello spazio. Cosa vuol dire? Che Dio si è fatto Uomo in Gesù circa 2000 anni fa, non prima non dopo: è un evento unico nella storia dell’umanità, ma non solo nella storia dell’umanità. È un evento unico nei 14 miliardi di anni che ha l’universo. Ed è unico anche nello spazio: è successo nella Palestina, Gesù è nato a Betlemme, non a Napoli né in Argentina, dove sono nato io. Non è successo in un altro sistema stellare, come su Alfa Centauri, dove è stato trovato uno degli ultimi esopianeti. È successo qui. Un altro aspetto importante dell’incarnazione è che Dio si è unito a ogni uomo e a ogni donna di tutta l’umanità, non solo con i cattolici: Dio si è fatto fratello di tutta l’umanità, di quelli che esistono adesso, che sono esistiti prima ed esiteranno in futuro. Gesù è parte della razza umana. Ma mettiamo che esistano altre civiltà. Non sappiamo in primo luogo se siano intelligenti e spirituali, ma mettiamo che lo siano. Se esistono altri esseri viventi “a immagine e somiglianza di Dio”, può darsi che abbiano peccato. Allora, in qualche modo questi esseri spirituali, questi E.T., sarebbero uniti a Dio cosmicamente, così come noi siamo uniti a Gesù.

Leggi anche:
La scienza dei gesuiti

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Searching for ET: How British astronomers are joining forces to explore whether we’re alone in the universe

Searching for ET: How British astronomers are joining forces to explore whether we’re alone in the universe

  • Scientists from 11 institutions, including the renowned Jodrell Bank observatory, have launched a network so scientists can share expertise
  • Will help scientists researching different fields share their expertise
  • Telescopes will listen in for radio and light ‘broadcasts’ beamed out by TVs, radios, satellites, radar and lasers from other worlds

Are we alone in the universe? We could be closer to finding out.

British astronomers are joining forces to hunt for ET – or at least signs of his existence.

Scientists from 11 institutions, including the renowned Jodrell Bank observatory, have launched a network that will help those working in different fields of research to share their expertise.

Telescopes will listen in for radio and light ‘broadcasts’ beamed out by TVs, radios, satellites, radar and lasers from other worlds.

British astronomers are joining forces to hunt for ET ¿ or at least signs of his existence.

British astronomers are joining forces to hunt for ET – or at least signs of his existence. Scientists from 11 institutions, including the renowned Jodrell Bank observatory, have launched a network that will help those working in different fields of research to share their expertise

And should a message from little green men be intercepted, we might be ready to reply.

Communications experts more used to working on intelligence of chimpanzees and dolphins are tackling how to decode any messages and put together a response.

The network, which is being coordinated by Dr Alan Penny, of the University of St Andrews, was officially launched today at the National Astronomy Meeting, organised by the Royal Astronomical Society, at St Andrews, Scotland.

The UK SETI Research Network, or UKSRN, will bolster Britain’s long-running involvement in the US-based, Search for Extra-Terrestrial Intelligence, or SETI, project.

Dr Penny said that the interception of light and radio signals that are wholly artificial and could not be made by nature would be proof that we are not alone.

He said: ‘If ET fired a powerful laser through a big optical telescope to send a signal or announce their existence, those pulses could be detected over many thousands of light years.

Scientists from 11 institutions, including the renowned Jodrell Bank observatory, have launched a network

The scientists, including those from the Jodrell Bank observatory (pictured), have launched a network that will help those working in different fields of research to share their expertise. Telescopes will listen in for radio and light ‘broadcasts’ beamed out by TVs, radios, satellites, radar and lasers from other worlds

‘It’s the same with the radio search. we don’t know if they are emitting signals, but if they were then we have the equipment to pick them up. We need to get more time on telescopes for the project and then we’ll get a flood of data.

‘At the moment if we detected a signal that was unambiguously artificial that would be it. You wouldn’t need to understand the message – its nature would tell us that we are not alone.

‘Then again once you’ve found it then you can look more closely to see if there is a message. If it looks as though there is, then GCHQ can get going and try to decode it.’

Others believe that that a new level of code-breaking will be required.

Dr John Elliott, an expert in human and animal communication from Leeds Metropolitan University, said: ‘Standard decipherment and decryption techniques used by the military and security agencies are not going to help much.

tephen Hawking (pictured) has warned that aliens may plunder Earth for its resources. But not everyone is convinced that the threat is real

Some scientists argue that if ET has the technology to cross space to reach us, any defences we have will be all but useless. Stephen Hawking (pictured) has warned that aliens may plunder Earth for its resources. But not everyone is convinced that the threat is real

‘To put the challenge into context, we still have scripts from antiquity that have remained undeciphered over hundreds of years, despite many serious attempts.’

However, scientists are divided about whether we should be should advertise our presence by responding to any message.

Some say that if we alert hostile aliens to our existence we risk an invasion that could lead to the end of life on Earth.

They argue that if ET has the technology to cross space to reach us any defences we have will be all but useless.

Stephen Hawking has warned that aliens may plunder Earth for its resources. But not everyone is convinced that the threat is real.

ROCK STAR SAYS SHE’S ALREADY FOUND ALIEN LIFE

Spaceships: Stevie Nicks believes she saw alien life while living in Arizona

Spaceships: Stevie Nicks believes she saw alien life while living in Arizona

It is an admission that might not have been too surprising if she were still hooked on drink and drugs.

But Stevie Nicks had given up both at the time she claims to have seen alien spaceships.

The Fleetwood Mac singer says she made her sightings when she was living in Phoenix, Arizona.

Miss Nicks, 65, said: ‘I lived for a while underneath the famous Camelback Mountain in Phoenix and I would sit outside and see white floating objects – a lot of them obviously aeroplanes – up in the sky.

‘I used to call it the Space Highway because there are just spaceships being reported in that area all the time up there.

‘It’s just like an episode of X Files sometimes. I’m sure that somewhere within the real aeroplanes I saw alien spaceships too.

‘It was that creepy. I’d given up alcohol, and drugs, so seeing little green men in spaceships probably wasn’t a good idea for me.’

Miss Nicks, who says she feels healthier than she has in 30 years, also believes that she was a Jewish woman in a concentration camp in a previous life.

Fleetwood Mac’s world tour arrives in the UK in September.

The new network will capitalise on existing funding for space projects, although some extra cash may be needed for new research

The new network will capitalise on existing funding for space projects, although some extra cash may be needed for new research

Professor Ian Crawford, of Birkbeck, University of London, told the conference that any aliens ‘would have made themselves known by now’.

The network will capitalise on existing funding for space projects, although some extra cash may be needed for new research.

Dr Robert Massey, of the Royal Astronomical Society, said: ‘If we found even one civilisation elsewhere, it would be an entirely sensational result.

‘It is just so interesting that it would be a shame not to do it just a little bit because the consequences could be extraordinary.’

Read more: http://www.dailymail.co.uk/sciencetech/article-2356832/Searching-ET-How-British-astronomers-joining-forces-explore-universe.html#ixzz3Fy8otIYo
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GLI UFO A 66 ANNI DA ROSWELL: NON CI SONO, MA LI STIAMO CERCANDO

GLI UFO A 66 ANNI DA ROSWELL: NON CI SONO, MA LI STIAMO CERCANDO

C’è chi grida al complotto e chi è sicuro di averli incontrati, ma gli extraterrestri ancora non si sono fatti vedere, anche se li stiamo cercando (scientificamente).

Gli UFO a 66 anni da Roswell: non ci sono, ma li stiamo cercando.

Metà delle persone che stanno leggendo questo articolo sono convinte che gli UFO siano veri, che gli alieni non solo esistano ma ci facciano continuamente visita – con scopi buoni o cattivi – e siano coperti dal segreto assoluto con cui Stati Uniti e altre potenze internazionali cercano di nasconderne le prove. L’altra metà è invece convinta che siano tutte sciocchezze, che gli UFO siano solo illusioni ottiche, che forse le civiltà extraterrestri esistono ma sono lontanissime da noi e probabilmente non le incontreremo mai. A 66 anni dal famoso “incidente di Roswell”, dal nome della cittadina americana del New Mexico in cui nel 1947 fu rinvenuto un presunto disco volante con tanto di occupanti, il dibattito è ancora fermo a questo punto qui, a una cesura netta tra scettici e believers, i “credenti”, come si definiscono in gergo, alimentati dal famoso slogan della serie X-Files “I want to believe”, ossia “voglio crederci”. Nel frattempo sono successe tante cose. Agli avvistamenti hanno fatto seguito i tanti racconti di incontri ravvicinati del terzo tipo (così si definiscono gli incontri con gli occupanti alieni di un disco volante), le storie di rapimenti (le abductions) che spesso portano a crudeli vivisezioni, rimosse dalla memoria delle vittime e i cui ricordi sono recuperati attraverso ipnosi, e anche i cerchi nel grano, modo piuttosto pittoresco con cui gli extraterrestri cercano di comunicarci non si sa cosa. Però di prove definite non ce ne sono ancora.

Risolvere il paradosso di Fermi

Un cerchio nel grano in un campo in Indonesia.

D’altro canto anche la ricerca scientifica di civiltà extraterrestri ha fatto passi da gigante rispetto al 1947. All’epoca molti americani ed europei erano ancora convinti che su Marte abitasse un’antica civiltà aliena, costruttrice di giganteschi canali per convogliare l’acqua dai poli all’equatore, come sosteneva l’astronomo Percival Lowell, tratto in inganno da quel che vedeva con il suo telescopio. Oggi abbiamo escluso l’ipotesi che esista vita intelligente nel nostro sistema solare. La stiamo cercando con i radiotelescopi, nella speranza di captare messaggi inviati da pianeti lontani, e ci apprestiamo a cercarla anche con la prossima generazione di telescopi spaziali e a terra che cercheranno di individuare tracce di vita sui pianeti extrasolari. Però, anche qui, di prove non ne abbiamo.

A vincere la scommessa, per ora, è chi ha puntato sull’ipotesi del “siamo soli”. Del resto Enrico Fermi, alla fine degli anni ’40, aveva sollevato un interrogativo interessante. Se l’universo esiste da oltre 13 miliardi di anni (all’epoca Fermi non lo sapeva, ma immaginava comunque un’età simile), e la vita sulla Terra ha impiegato 4 miliardi di anni per svilupparsi fino al livello attuale, ne consegue che dovrebbero esistere molte civiltà aliene più antiche, che avrebbero avuto tutto il tempo di superare gli abissi interstellari e venirci a trovare, o comunque a colonizzare il nostro pianeta. Allora, dove sono? Tale paradosso spinge oggi molti scienziati a sostenere che la civiltà umana sia l’unica civiltà tecnologica presente nell’universo: un’ipotesi corroborata certo dal “silenzio” del cosmo, ma che rischia di fare la stessa fine del geocentrismo affossato da Copernico e Galileo.

Ricostruzione dell’incidente di Roswell nel museo ufologico della cittadina del New Mexico.

La verità è che è ancora presto per avere una risposta anche solo parziale all’interrogativo. Abbiamo iniziato a esplorare seriamente l’universo solo da meno di settant’anni, e senza muoverci da casa nostra. Con oltre un centinaio di miliardi di stelle nella galassia, e altrettante galassie nell’universo conosciuto, le probabilità a favore di E.T. sono davvero tante. Persino il Vaticano, negli ultimi anni, ha accettato l’idea che possano esserci altri “fratelli” sparsi per il cosmo, illuminati o meno dalla rivelazione cristiana. Il numero elevatissimo di pianeti fuori dal sistema solare finora individuati, alcuni dei quali sembrano simili alla Terra, induce all’ottimismo. Siamo solo all’inizio di un nuovo capitolo della ricerca di vita extraterrestre, che potrebbe rivelarsi quello decisivo.

Ufologia vs. SETI

Dall’altro lato c’è chi continua invece a credere che il paradosso di Fermi abbia una soluzione molto ovvia: gli alieni ci sono da sempre. Così sostenevano fanta-archeologi come Erich von Dӓniken o Zecharia Sitchin, o ancora l’italiano Peter Kolosimo: autori che hanno guadagnato milioni con le loro teorie secondo cui gli extraterrestri ci hanno fatto visita in epoche passate e abbiamo lasciato delle testimonianze nelle cronache delle antiche civiltà. Gli UFO insomma non avrebbero fatto la loro comparsa nel 1947, ma ci studierebbero da sempre. Forse sono stati loro stessi a creare la vita sulla Terra, come suggerisce il film Prometheus, che riprende le vecchie tesi della “panspermia guidata”, secondo cui l’evoluzione della vita sul nostro pianeta sarebbe stata guidata da intelligenze aliene. Sono teorie affascinanti che, tuttavia, non forniscono prove scientifiche e viaggiano piuttosto sul binario sempre trafficato della pseudoscienza.

Vale la pena ricordare due eventi accaduti lo scorso mese di giugno. L’ufficio UFO della Royal Air Force britannica ha rilasciato sul suo sito gli ultimi documenti su presunti avvistamenti di oggetti volanti non identificati giunti sulla sua scrivania. L’ufficio ha chiuso nel 2009 e negli ultimi quattro anni gli archivisti hanno messo a disposizione del grande pubblico tutta la gran mole di documentazione accumulata, confermando quanto già stabilito dalla RAF: in sessant’anni di studi, non è uscita fuori nessuna prova convincente che gli UFO siano astronavi extraterrestri, quindi caso chiuso. L’altro evento è invece un’apertura: la Royal Astronomical Society ha deciso di avviare un grande progetto di SETI, ossia ricerca di intelligenze extraterrestri, sfruttando i propri radiotelescopi. A differenza del SETI americano, che dal 1993 non riceve più fondi pubblici e va avanti con le sole (cospicue) donazioni private, il network britannico investirà nella ricerca di segnali extraterrestri una parte dei fondi per l’astronomia. Alla guida del progetto c’è Sir Martin Rees, astronomo reale di Greenwich e fisico a Oxford, personalità eccentrica quanto rispettata. A 66 anni da Roswell, il Regno Unito sembra suggerire ai suoi colleghi americani di lasciar perdere gli UFO e mettersi a cercare sul serio E.T.

 Di Roberto Paura