Viviamo in un multiverso?

Viviamo in un multiverso?

Se i dati sulle onde gravitazionali e l’inflazione dell’Universo sono confermati, probabilmente sì: ma i fisici si stanno ancora accapigliando

foto: PhotoPlus Magazine

Se tutto va come previsto, altro che bosone di Higgs: la scoperta scientifica del secolo se l’aggiudica John Kovac e il team dell’Harvard-Smithsonian Institute for Astrophysics, che hanno guidato il progetto BICEP2 al Polo Sud e ascoltato i primi vagiti dell’Universo. In un colpo solo infatti i dati delle scorse settimane potrebbero dimostrare ben di più dell’esistenza della gravità quantistica e quella dell’inflazione durante il Big Bang. Scoperte che da sole varrebbero un grosso Nobel ciascuna. Ma i dati di BICEP2 potrebbero essere la prima prova tangibile di una rivoluzione molto più che copernicana: la prova che viviamo in unmultiverso.

I multiversi sono una delle idee più stimolanti e controverse della fisica contemporanea. Il bello è che non c’è un multiverso solo: spuntano dappertutto, in modo indipendente o quasi, da teorie diverse. E vari tipi di multiverso potrebbero anche esistere contemporaneamente. Il concetto di multiverso più semplice dipende soltanto dall’estensione infinita dell’Universo. L’universoosservabile è infatti finito, ma questo non vuol dire che finisca dove finisce il nostro sguardo -per quanto ne sappiamo, al di là lo spazio continua tal quale come da noi. Se veramente si estende all’infinito nello spazio, quindi, per mero calcolo delle probabilità,tutte le possibili combinazioni di materia saranno presenti da qualche parte – incluse infinite copie, più o meno simili, della Terra e anche di noi stessi. Scordatevi però di andare a trovare presto il vostro gemello: quello più vicino si trova, facendo due conti, a circa 10^(10^25) chilometri da voi.

La seconda possibilità è che gli universi siano tutti vicino a noi, qui e ora. Hugh Everett III nel 1956 ha dimostrato che è possibile dare un significato alle equazioni della fisica quantistica come se descrivessero un universo diviso in innumerevoli mondi, ciascuno corrispondente a qualsiasi evento fisicamente possibile. Immaginiamo di lanciare un dado. Secondo questa interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica, quando lanciamo il dado l’universo si divide effettivamente in un mondo per ciascun numero che può uscire dal lancio.

Uno scenario alla Sliding Doors, insomma, in cui ogni domanda del tipo “cosa sarebbe successo se…” ha veramente una risposta. Imondi quantistici coesistono nello stesso spazio degli altri, ma una volta divisi diventano effettivamente “fantasmi” ciascuno per l’altro, invisibili e impercettibili. Il caso, considerato inevitabile nella fisica dei quanti, in questa interpretazione scompare completamente: tutto ciò che può verificarsi accade sempre, nella somma di tutti i mondi. Noi abbiamo l’impressione che il mondo sia imprevedibile perchè vediamo solo quello che accade nell’universo che stiamo abitando. L’interpretazione a molti mondi gode di un discreto successo nella comunità dei fisici.

Due tipi di multiverso e non abbiamo neanche introdotto nessuna nuova fisica! Abbiamo solo applicato la statistica, o dato un significato particolare alle equazioni della fisica quantistica standard. I dati di BICEP2 puntano diritti invece verso una terza possibilità: il multiverso inflazionario. No, non è un tragico destino dovuto alla crisi economica. È invece una delle più affascinanti teorie sull’Universo e la sua evoluzione. Secondo questa teoria il multiverso è una specie di schiuma, le cui bolle sono gli universi. In ogni momento universi nascono e si espandono vertiginosamente, secondo il meccanismo cosiddetto di inflazione eterna.

Per alcune bolle questa espansione ultrarapida cessa dopo una frazione di secondo, e lascia spazio a un’espansione normale, come accadde nel nostro universo. In altri casi però questa espansione vertiginosa può durare a lungo, o in eterno – e all’interno di questi universi possono a loro volta nascere altre “bolle”, altri universi che si espanderanno e possono farne nascere altri. Invece di un singolo Big Bang ce ne sono dunque infiniti, ciascuno originato a sua volta in un altro universo: un albero senza fine di universi che si riproducono.

I dati scoperti dallo strumento in Antartide, se confermati, sembrano dimostrare che questo scenario incredibile è reale. Infatti quasi tutti i modelli dell’inflazione durante il Big Bang prevedono inevitabilmente, come conseguenza matematica, l’esistenza del multiverso inflazionario. Non solo, questo scenario collima perfettamente con la teoria delle stringhe. La teoria delle stringhe -la migliore candidata per unificare fisica quantistica e teoria della gravitazione (unione di cui BICEP2 ha trovato evidenze sperimentali!) prevede infatti che possano esistere miliardi di universi possibili, con leggi fisiche in ciascun caso leggermente differenti.

Come mai allora vediamo un certo tipo di universo molto preciso, in cui le costanti di natura sembrano “sintonizzate” sul valore giusto per permettere la vita e la complessità? Il multiverso inflazionario ce lo spiega: ogni nuovo universo-bolla avrà delle condizioni e delle costanti leggermente diverse in partenza. L’inflazione però rende omogenea la situazione all’interno di ciascuna bolla. Noi ci troviamo in un universo con le caratteristiche perfette per noi non a causa di qualche miracolo: semplicemente, in mezzo a infiniti universi-bolla, non sorprende che qualcuno possa dare origine alla vita. E chissà se, come nel romanzo di Asimov Neanche gli Dei, non ci possano essere altri universi con costanti di natura leggermente diverse dalle nostre, ma pur sempre capaci di ospitare forme di vita.

Un’ipotesi tanto affascinante quanto bizzarra e ben difficile da portare alla prova dei fatti: fino a oggi. All’annuncio dei dati del telescopio antartico, molti fisici hanno stappato lo spumante.Come Max Tegmark, uno dei principali sostenitori dei multiversi. Egli spiega infatti che i dati sembrano essere coerenti in particolar modo con il modello di inflazione caotica previsto dai fisici Alan Guth e Andrei Linde, modello che prevede a sua volta inevitabilmente il multiverso inflazionario. Lubos Motl, fisico ceco che cura uno dei blog più famosi (e controversi) dell’ambiente della fisica teorica, è più cauto ma ammette che i dati implicano quasi certamente un multiverso inflazionario, anche se non ne sono una prova diretta.

Ma allo stesso momento sulla Rete c’è stata una rivolta da parte di tutta un’altra parte della fisica, che non riesce assolutamente a digerire il concetto di multiverso. L’astrofisico inglese Peter Coles ha riassunto lo scetticismo in un tweet, con limpido humour britannico: “Forse esiste una parte del multiverso dove i risultati di BICEP2 dimostrano il multiverso, ma non penso che sia quello dove viviamo.” Innanzitutto ci sono fisici che hanno fatto le pulci ai dati di BICEP2, indicando vari motivi per cui è bene tenersi cautie aspettare conferme. Ma per molti fisici il multiverso è filosoficamente inaccettabile: è una specie di scusa per giustificare la nostra ignoranza. Peter Woit, matematico famoso per la sua costante critica alla teoria delle stringhe, ha scritto in un post, dove commenta i risultati di BICEP2, che “il multiverso è solo una scusa sempre buona per non essere in grado di spiegare la fisica delle particelle”.

Paul Steinhardt, Albert Einstein Professor in Science allaPrinceton University, ritiene il multiverso una delle idee di cui la fisica moderna deve sbarazzarsi al più presto. Per Steinhardt, accettare il multiverso significa essenzialmente gettare la spugna: rinunciare a spiegare in profondità perché le costanti della fisica abbiano i valori che hanno, facendo spallucce e dicendo “ci è capitato di vivere in questo universo”. Rinunciare a una spiegazione univoca è per Steinhardt rinunciare alla scienza in quanto tale. Steinhardt è arrivato al punto di dire “[il multiverso] è un’idea pericolosa che non voglio neanche contemplare.” Ironia della sorte, Steinhardt è stato uno dei grandi pionieri della teoria dell’inflazione, assieme a Guth e Linde, per poi abbandonarla in seguito.

Finché non avremo una conferma, il dibattito continuerà (e probabilmente anche dopo). Ma da oggi quella sul multiverso non è più una diatriba filosofica o teorica, ma una che si gioca su dati concreti e misurabili. Intere teorie cosmologiche sono in bilico. Che i risultati di BICEP2 vengano confermati o confutati, avremo in ogni caso scoperto qualcosa di profondissimo sulla natura dell’Universo. Non è male per delle scimmiette che vagano a bordo  di una piccola palla azzurra in mezzo al cosmo.

Wait, What? Carl Sagan Was NOT an Atheist?

Wait, What? Carl Sagan Was NOT an Atheist?

Carl SaganI don’t know where I got this idea, but I’ve always thought that Carl Sagan, the astronomer whose popular show “Cosmos” incited interest in the heavens, did not believe in Heaven.  Nor, I thought, did he believe in an Almighty God, who lives in the aforementioned Heaven.

I am gratified to report that I was at least partly wrong.  Perhaps his most famous quote from “Cosmos”–after the iconic “Billions and billions of stars”–is what’s come to be known as the Sagan Standard:

“Extraordinary claims require extraordinary evidence.” 

But just as he found the evidence for Christianity (at least as far as he understood it) to be wanting, so, too, did he find atheists’ refutation of faith as unpersuasive.

*     *     *     *     *

I was doing research for my article over at Aleteia regarding the Vatican astronomer, Jesuit Brother Guy Consolmagno, who is today accepting the prestigious Carl Sagan Award.  The American Astronomical Society, in announcing the award last July, said that Consolmagno “occupies a unique position within our profession as a credible spokesperson for scientific honesty within the context of religious belief.”

Anyway, I learned that Carl Sagan most definitely was not an atheist,although he would fall into the “agnostic” camp. To be sure, he mocked the idea of God as “an outsized, light-skinned male with a long white beard, sitting on a throne somewhere up there in the sky, busily tallying the fall of every sparrow.”  But I would argue that the anthropomorphic view of a wooly-white God the Father is only a tool for the imagination–that humans benefit from mind-pictures, even while they know that their artistic depictions are woefully inadequate.

 In fact, Sagan had some serious criticisms of atheism.  “An atheist,” he said,

“…is someone who is certain that God does not exist, someone who has compelling evidence against the existence of God. I know of no such compelling evidence. Because God can be relegated to remote times and places and to ultimate causes, we would have to know a great deal more about the universe than we do now to be sure that no such God exists.

To be certain of the existence of God and to be certain of the nonexistence of God seem to me to be the confident extremes in a subject so riddled with doubt and uncertainty as to inspire very little confidence indeed.”

But while Sagan stopped short of embracing Christianity, he believed that Faith and Reason were partners, and he openly acknowledged the existence of mystery.  He said,

“Science is not only compatible with spirituality; it is a profound source of spirituality. When we recognize our place in an immensity of light-years and in the passage of ages, when we grasp the intricacy, beauty, and subtlety of life, then that soaring feeling, that sense of elation and humility combined, is surely spiritual.”

And in January 1990, Sagan joined 22 other scientists in signing “Preserving and Cherishing the Earth,” an environmental statement by the National Religious Partnership for the Environment.  In it, he avers that

“The historical record makes clear that religious teaching, example, and leadership are powerfully able to influence personal conduct and commitment… Thus, there is a vital role for religion and science.”

Asked directly about his religious views in 1996, Sagan explained, “I’m agnostic.”  He’s been called “pantheist”; but he seems to ascribe to Spinoza’s view of “God” as a singular self-subsistent substance, with both matter and thought being attributes of such.

Later that same year, Sagan died of pneumonia at the age of 62.  By now, he’s had all his questions answered.

Pope’s Astronomer Wins the Carl Sagan Medal

Pope’s Astronomer Wins the Carl Sagan Medal

SCI/ENVIRONMENT NOVEMBER 13, 2014

Pope’s Astronomer Wins the Carl Sagan Medal

Brother Guy Consolmagno is first religious brother to receive the prestigious science award.

KATHY SCHIFFER (18)

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On Being CC

If you met an alien from outer space, would you welcome him into your RCIA program and baptize him at the Easter Vigil?
That’s the question posed by Michigan-born Brother Guy Consolmagno, Jesuit astronomer and planetary scientist, in his latest book, “Would You Baptize an Extraterrestrial?”  The book, co-authored by Father Paul Meuller, S.J., looks at serious and humorous questions from the astronomers’ in-box at the Vatican Observatory, and reveals how science and faith look at the same issues in different but complementary ways.

The question is a serious one.  Pope Francis made the same point in a homily in May 2014 when he asked, “Imagine if a Martian showed up, all big ears and big nose like a child’s drawing, and he asked to be baptized.  How would you react?”  The Pope was making the point that everyone has a “right” to receive the Holy Spirit—even those, such as big green aliens, who seem not at all like us.

This week at the 46th annual meeting of the American Astronomical Society’s Division of Planetary Scientists in Tucson, Arizona, Brother Guy Consolmagno will receive one of planetary science’s most prestigious awards, the Carl Sagan Medal.  The award was created in 1998 in commemoration of astronomer Carl Sagan, whose popular TV series “Cosmos” helped to generate enthusiasm for science and for space travel.  The Sagan Medal “recognizes and honors outstanding communication by an active planetary scientist to the general public, and is awarded to scientists whose efforts have significantly contributed to a public understanding of, and enthusiasm for, planetary science.”

Brother Guy is the first religious brother to receive the Sagan Medal.  The American Astronomical Society, in announcing the award last July, said that Consolmagno “occupies a unique position within our profession as a credible spokesperson for scientific honesty within the context of religious belief.”

Consolmagno is one of twelve Vatican astronomers. For two decades, he has served as curator of the Vatican’s extensive meteorite collection.  He’s been a worldwide lecturer, and is one of four Jesuits in history to have had an asteroid named after them—4597 Consolmagno, also known to scientists as “Little Guy.”

Consolmagno has authored or co-authored several books, including his most recent “Would You Baptize an Extraterrestrial” as well as “Turn Left at Orion: Hundreds of Night Sky Objects to See in a Home Telescope—And How to Find Them,” “God’s Mechanics: How Scientists and Engineers Make Sense of Religion,” “The Heavens Proclaim: Astronomy and the Vatican,” and “Brother Astronomer: Adventures of a Vatican Scientist.”

Kathy Schiffer is a freelance writer and speaker, and her blog Seasons of Grace can be found on the Catholic Portal at Patheos.  Video courtesy of the Detroit Free Press.

Profumo … di cometa

Profumo … di cometa

Uno dei libri più “intensi” sotto molti punti di vista è sicuramente “Il Profumo” di Patrick Suskind. Il mondo che viene descritto è soprattutto olfattivo. Si sviluppa su questo senso e, se il protagonista si fosse trovato a passeggiare sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko avrebbe avuto il suo bel da fare, a individuare tutti i “profumi” emanati dai vari composti di cui la cometa è fatta.

Superficie della cometa ripresa dalla NAVCAM a bordo di Rosetta il 26 ottobre 2014 ad una distanza di 7,8 chilometri. Crediti: ESA/Rosetta/NAVCAM

Oltre alle immagini di Rosetta che sono sicuramente affascinanti e che ci svelano, per la prima volta, un mondo nuovo, vorrei farvi stimolare con l’immaginazione un altro senso: l’olfatto. Vi siete mai chiesti che odore avvertiremmo se ci trovassimo seduti su una roccia del nucleo della 67P/Churyumov-Gerasimenko?

Non sarebbe un posto molto profumato, piuttosto un olezzo misto di vari aromi… Suskind si sarebbe divertito a descrivere quell’odore come simile a quello di uova marce (per la presenza di acido solfidrico, cioè idrogeno combinato con lo zolfo) e di stallatico, causato dalla presenza di ammoniaca. Oltre a questi elementi, vi è la formaldeide, l’acido cianidrico che può ricordare la mandorla amara, il metanolo che porta una buona componente alcolica e l’anidride solforosa che è simile all’aceto. Forse un buon vino diventato aceto? Con un po’ di solfuro di carbonio si tende a rendere più dolce il tutto.

Copertina del libro Il Profumo di Patrick Suskind. Edizioni TEA

Gli astronomi vanno oltre gli odori e anzi, la composizione della cometa è fondamentale per conoscerla più a fondo. Il “naso” che ha permesso di fare questo tipo di studio è lo strumento ROSINA-Rosetta Orbiter Spectrometer for Ion and Neutral Analysis. L’odore si percepisce anche a grandi distanze dal Sole, cioè molto prima che la cometa inizi la sua abbondante sublimazione a causa del vento solare. In realtà, bisogna tener conto che la densità di queste molecole è bassa, perché diluite nella chioma cometaria ricca di acqua gassata, ossia di molecole di acqua e anidride carbonica, mescolata con monossido di carbonio.

In definitiva, dovremmo avere un naso estremamente fine.

Però, con l’immaginazione ci si riesce, no?

Fonti:

ESA Blog – http://blogs.esa.int/rosetta/ e Media INAF: Sento puzza di cometa – http://www.media.inaf.it/2014/10/24/sento-puzza-di-cometa/

Il Profumo, Patrick Suskind, edizioni TEA.

Altre informazioni su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Il_profumo

Sabrina

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Questo articolo è stato pubblicato in ESA, Sistema solare il 30 ottobre 2014 da .

Informazioni su Sabrina

Ph Doctor in Astronomy (University of Padova, Italy). Translator of the Official Comic Book of the International Year of Astronomy 2009 (IYA2009), “The Lives of Galileo” by Fiami. Member of The Climate Summit Italia. 2013- Project GAPS (Global Architecture of Planetary Systems)-HARPS-N at INAF-Osservatorio Astronomico di Padova and Telescopio Nazionale Galileo (TNG)-Fundacion Galileo Galilei (La Palma, Canary Islands).

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Tullio Regge, un inesausto ed ampio cercare…

Tullio Regge, un inesausto ed ampio cercare…

“In ricordo di Tullio Regge, uno scienziato aperto e versatile, un grande fisico, ma soprattutto una persona speciale dotata di una grande mente, creativa ed aperta non solo alla comprensione delle teorie scientifiche ma anche agli aspetti sociologici dei nostri tempi…” Un appassionato profilo del grande scienziato appena scomparso, a cura di Stefania Genovese.

Il filosofo, specificatamente l’epistemologo a me concettualmente più vicino, come consonanza di idee, è sicuramente P.K.Feyerabend! Così, mi piace sempre ricordare che lui sosteneva quanto le nuove idee avessero bisogno di tempo, per evidenziare i loro vantaggi e la loro forza e per sopravvivere agli attacchi iniziali.

Grande pensatore, affascinato dal pensiero di John Stuart Mill, e «dialetticamente combattivo» nei confronti del suo «maestro» Karl Popper e del suo metodo, nemico di coloro che propugnavano i propri asserti con una inoppugnabile sicumera e con tronfia ed immobilista sicurezza, egli era più che convinto che i difensori delle nuove idee dovessero lasciar perdere i conflitti «prima facie» con la logica, l’evidenza ed i principi consolidati e lucidamente notava che «spesso i padri della scienza, illuminati dal carattere universale, inesorabile ed immutabile delle leggi fondamentali di Natura, ma anche circondati da comete, nuove stelle, strane forme geologiche, malattie sconosciute, meteore, stranezze celesti e metereologiche, non comprendevano che anche l’ascesa della scienza era dipesa da una cecità, da una ostinazione, esattamente dello stesso genere, e che queste varietà di esperienze fossero altrettanto degne di considerazione. I primi pensatori cinesi, invece prendevano più sul serio la varietà dell’esperienza, ed avevano favorito la diversificazione ed erano andati a caccia di anomalie invece di eliminarle, cercando di dare loro una spiegazione. E che dire di scienziati come Tycho Brahe che prendevano sul serio alcune idiosincrasie cosmiche, e di Keplero che nelle anomalie cercava di scoprirvi causazioni diversificate, mentre il grande Newton, sia per ragioni empiriche sia teologiche, vedeva in loro il dito di Dio?».

Tullio Regge in una foto presa dal web

Ho sentito la necessità di questa premessa prima di descrivere l’incontro con un illustre scienziato, che, a mio giudizio, nella sua storia personale e nella sua carriera professionale, è stato tra coloro che ha saputo dimostrare quanto le concezioni di Feyerabend si basassero su considerazioni molte veritiere e fattive; il prof. Tullio Regge, recentemente scomparso. Fu per me un grande privilegio poterlo incontrare e relazionarmi con lui, discutendo di molte tematiche che, ancora oggi, mi inducono a riflettere su quanto il suo pensiero sia ancora straordinariamente attuale, non solo per le sue importanti teorizzazioni nel campo matematico ed astrofisico, ma anche per la sua lucida analisi della nostra società e del suo rapporto, purtroppo “distorto” e “superficiale” con la scienza.

Incontrai il Professore nella sua casa di Torino; a quei tempi era purtroppo già stato colpito da distrofia muscolare, ed ancora ora lo ricordo sofferente, ma dotato di una lucidità mentale e di una capacità di introspezione notevole. I suoi occhi denotavano una intelligenza vivida che lo avevano portato ad insegnare relatività e teorie quantistiche della materia al Politecnico di Torino e persino a lavorare all’Institute for Advanced Studies di Princeton, nonché a ricevere riconoscimenti internazionali e a formulare una teoria nella meccanica quantistica che appunto porta il suo nome, «i Poli di Regge».

Poiché ho sempre avuto una grande stima per lui (nonché per la professoressa Hack, miti della mia infanzia dedita alla passione per lo spazio), mi sentivo molto impacciata ed intimorita, ma Regge, per mettermi a mio agio, mi invitò a servirmi di qualche dolcetto posto in un grazioso cabaret sul tavolo, e mi regalò un disegno realizzato da lui al computer, in cui aveva virtualmente e quasi oserei dire oniricamente reinterpretato la mia visita (credo che un qualunque bravo psicologo di fede junghiana lo avrebbe trovato a dir poco predittivo e vi avrebbe riscontrato certamente delle buone basi della teoria della sincronicità: alcuni particolari mi colpirono molto, come il fatto che io fossi ritratta con i capelli biondi, con un vestito rosa, mio colore preferito, e che tra i vari elementi molto affini alla mia personalità vi fossero persino i girasoli, che ho sempre amato).

Sorge a questo punto il dubbio che il prof. Regge, e lo dico con la massima reverenza e serietà, non solo fosse un eminente scienziato ma anche un artista «sui generis» dotato di intuito e di predittività non comuni. In realtà credo che Regge fosse dotato di grande sensibilità e di grande coraggio, soprattutto quando nel 1993 presentò alla Commissione Ricerca e Tecnologia (CERT) una mozione per la costituzione di un Centro Europeo per lo studio dei fenomeni UFO, portando all’attenzione dell’establishment scientifico internazionale il problema degli avvistamenti di anomali oggetti volanti nei cieli d’Europa. Avvenimento che lo segnò alquanto e da cui ricavò un’esperienza che lo amareggiò non poco. D’altronde, già in un interessantissimo libro scritto con Giulio Giorello ed Elio Sindoni, (Europa Universitas), aveva già raccontato molte vicende legate alla sua permanenza al Parlamento Europeo e di quanto molto spesso la politica fosse assurda, sproloquiante ed immoderata, e non certamente amica del corretto uso della scienza e dell’antianalfabetismo scientifico, ancora oggi, purtroppo molto dilagante!

Una prospettiva scherzosa per un argomento che, preso sul serio, dice molto sul nostro rapporto con l'universo e il non conosciuto...

Mi raccontò lui stesso cosa accadde durante la presidenza De Sama, quando su consiglio del collega Elio Di Rupo, preoccupato per i continui avvistamenti occorsi in Belgio nei primi anni Novanta, si cercò di costituire una commissione federale di ricerca sugli UFO. In quel periodo a Liegi, Eupen e Verviers furono riportate numerose testimonianze di apparizioni di aeromobili a forma di triangolo e la stessa aviazione belga ebbe dei contatti radar con oggetti che si muovevano ad altissima velocità e che avevano accelerazioni improvvise. Regge chiese perciò informazioni alle Forze aeree delle nazioni europee affinché gli spedissero documentazioni e registrazioni inerenti gli avvistamenti di UFO. Ricevette diverse risposte, molto contrastanti; gli spagnoli, ad esempio si rifiutarono di fornirgli il materiale, dicendo che era segreto, salvo poi, l’anno seguente, togliere il divieto di consultazione degli incartamenti. Gli italiani gli inviarono numerose scartoffie poco significative, i tedeschi lo indirizzarono verso l’ufficio sbagliato, mentre i francesi, sul cui territorio operava il SEPRA (un centro di ricerca, presieduto dallo scienziato Jean Jacques Velasco, che raccoglieva informazioni sugli avvistamenti in collaborazione con la Gendarmeria e l’Agenzia spaziale francese), si mostrarono i più disponibili.

All’interrogazione parlamentare presentata per conoscere cosa stesse accadendo nei cieli belgi, Regge, cercando di tenere conto della necessità di stabilire una fonte di informazione imparziale e credibile sull’argomento, propose il SEPRA come organismo serio ed adatto al compito di studiare il fenomeno UFO. A costo zero, chiedeva di estendere a livello comunitario le competenze della struttura francese. Ma l’occasione era troppo ghiotta per non essere sfruttata mediaticamente, a fini politici. E così, a causa delle pressioni demagogiche dei laburisti inglesi Ford e Bowes («dei veri lupi in cerca di notorietà e fama», dirà Regge) e della stampa inglese che li appoggiò ignominiosamente ridicolizzando la vicenda, il 21 gennaio 1994 la discussione del rapporto sugli UFO venne annullata; ma rimase comunque agli atti, con l’inconfessata speranza che il CERT potesse in seguito riproporre al Parlamento Europeo la possibilità di affrontare lo studio del fenomeno UFO; ovviamente, perseguendo parametri scientifici, pragmatici e scrupolosi, affidandosi ad enti seri come il SEPRA il vaglio della documentazione; poco alla volta il clamore della vicenda si estinse e lo stesso Regge invitò gli ufologi, che avevano iniziato a cavalcato la vicenda, al silenzio.

Chi meglio di lui, dunque, poteva fornirmi un giudizio quanto mai esaustivo sul fenomeno UFO e sui suoi «appassionati» sostenitori? Mi disse Regge: «Gli UFO risultano essere un fattore complesso generato da molteplici elementi come meteore, fulmini globulari, burle ben congegnate, falsi misticismi indotti dalla New Age; ma soprattutto questi fenomeni sono generati sia da una generalizzata diffidenza verso la scienza, sia da un forma di analfabetismo scientifico, purtroppo abbastanza diffuso in questo Italia». «Per questo motivo», proseguì Regge, «è molto difficile definire l’ufologia, che può essere considerata secondo tre diverse tipologie: quella di coloro che inseguono una sorta di misticismo religioso e proiettano sugli UFO le proprie aspettative; queste persone si comportano come una tribù che esclude i fatti esterni perché essi potrebbero danneggiare la propria visione collettiva e destabilizzare il sistema di credenze del gruppo (mi astengo di riferire i commenti,  peraltro condivisi anche da me, riportatimi dal prof. Regge su alcuni «fastidiosi» e «assurdi» rappresentanti dell’ufologia nostrana; N.d.A). Poi vi sono coloro i quali spacciano l’ufologia come «medium» tipicamente commerciale che mira al sensazionalismo e ad irretire la gente per mera speculazione e, per concludere, esiste anche una ricerca ufologica seria e scientifica che rientra nello studio dei fenomeni anomali, come quella condotta sui fulmini globulari ad esempio dal dottor David Funkelstein ad Atlanta (noi abbiamo avuto la seria ricerca del dottor Albino Carbognani; N.d.A.), nonché quella che si applica ai plasmi luminosi come quelli studiati ad Hessdalen dall’astrofisico Massimo Teodorani e da un gruppo di scienziati del CNR».

Il prof. Regge non si è mai dimostrato contrario dunque allo studio degli UFO, poiché riteneva che essi rientrassero tra quei numerosi fenomeni anomali che la scienza ha il compito di affrontare! «E non sarebbe un comportamento degno scientificamente» asserì Regge,«quello di provare la non esistenza di un fenomeno perché non si hanno spiegazioni sufficientemente consone o alternative ad esso: è necessario infatti adottare una metodologia che consenta di distinguere i casi che hanno rilevanza per le scienze del comportamento da quelli invece che ne hanno per le scienze fisiche, ed infine occorre selezionare dei sottogruppi che distinguono i fenomeni conosciuti da quelli effettivamente inusuali. Inoltre occorre vagliare e considerare le testimonianze di coloro che raccontano di aver osservato fenomeni anomali ed inconsueti, rispettando queste persone e mai schernendole». Affrontare questa tematica significa essere esenti da suggestioni e da plagi, nonché sottoporre il tutto a ripetuti controlli fattuali privi di giudizi e considerazioni aprioristiche, sottoporli costantemente al principio di demarcazione di Karl Popper, unico sistema che ne garantirebbe un criterio valido di scientificità.

Parlando di anomalie e curiosità che avrebbero potuto porre sotto scacco la scienza, Regge mi raccontò questa vicenda: «Tra il 1974 ed il 1976 un caposala della compagnia aerea Sabena mi aveva raccontato di avere avvistato una luce in cielo che procedeva molto velocemente e che compiva virate improvvise; la medesima luce era stata notata da un pilota in volo che, avvertito dal radar di Mortara di avere accanto un oggetto sconosciuto, voltatosi a 70 gradi rischiò di scontrarsi con esso. Il pilota riferì di aver visto questo globo di luce allontanarsi con una velocità impressionante e non usuale… Quando si tratta di piloti che hanno molte ore di volo sulle spalle, le testimonianze diventano interessanti e degne di essere prese in considerazione, anche se spesso, come in questo caso, era stato difficile trovare una spiegazione scientifica a ciò che è stato osservato».

Attorno allo stesso periodo, nel 1973, accade un altro fatto curioso di cui gli parlò un suo collega, il prof. Paolo Gregorio, docente di Termodinamica al Politecnico di Torino (il prof. Gregorio, tra l’altro, mi anticipò che il prof. Regge mi avrebbe sicuramente donato un suo disegno, come suo costume per gli ospiti). Il docente si era recato alle pendici di Rocciamelone, in Val di Susa, dove erano comparse delle strane orme impresse sulla neve a guisa di grandi zampe di palmipedi. «Nonostante fosse munito di strumentazioni varie e di contatore geiger, non rilevò alcunché e, benché i segni parevano essere sorti dal nulla, si scoprì che il tutto era stata una beffa ben congegnata», disse Regge.

A suo giudizio, peraltro, gli avvenimenti più strani ed incredibili, che spesso generano l’impressione di trovarsi di fronte a degli UFO, li possono inaspettatamente creare i fulmini globulari! «Infatti», mi disse Regge, «un fisico dell’Università di Bordeaux mi raccontò un giorno di aver osservato un fulmine rotondeggiante cadere su una chiesa e da lì rotolare come una palla fino ai piedi di un albero e poi scomparire all’improvviso. E questo caso non è isolato. Ci sono numerose persone che si sono trovate persino nella propria abitazione uno di questi concentrati di scariche elettriche, che, passato attraverso il lampadario, si è mosso lungo un corridoio prima di esaurire la sua energia».

Anche a me sono stati recentemente raccontati due casi analoghi; uno riguardava un mio amico d’infanzia; si trovava in Trentino assieme alla sua truppa, durante una ispezione, quando si era trovato ad osservare una palla luminosa e veloce; l’oggetto era sfrecciato dinnanzi al gruppo ed era diventato in pochi istanti evanescente; in un altro episodio una famiglia di miei concittadini si era più volte trovata in casa, inaspettatamente, fulmini globulari che l’aveva più volte atterrita; è significativo rilevare che la casa sorgeva al di sotto dei tralicci dell’energia elettrica…

Potrebbe sembrare semplicistico ricondurre alcuni avvistamenti UFO ai fulmini globulari, eppure per Regge non è così. A suo giudizio ancora oggi, pur sapendo che essi si registrino con l’alta pressione atmosferica, non siamo ancora riusciti completamente a scoprire come e perché si manifestino in quel modo. Ma, come diceva Shakespeare in una sua opera, «ci sono più cose in cielo…».

Il prof. Regge si è cimentato anche nella fantascienza, scrivendo un racconto, Non abbiate paura; gli ho domandato cosa ne pensasse di questo genere letterario. Mi rispose che, per lui, scrivere racconti fantascientifici significava a volte motteggiare alcuni aspetti troppo seri e severi della scienza, nonché le esagerazioni e le assurdità che molti presunti maghi o operanti del paranormale cercano di propinare (a volte i suoi personaggi sono reali, ma hanno nomi e personalità mutate portate all’iperbole). Quindi, da buon feyerabandiano (mi si consenta la qualifica «attributiva»), era più che convinto che occorresse alimentare sempre un sano spirito umoristico, sinonimo di un’intelligenza vivida e libera da schemi precostituiti.

Senza alcun dubbio la fantascienza per Regge poteva anticipare ed anche concedersi la possibilità di rischiare ipotesi più azzardate e futuribili, come è stato per i romanzi dell’astronomo Fred Hoyle, ad esempio. Nell’episodio da lui scritto in quel libro, troviamo un uovo cosmico fatto di materia esotica, che viaggia per gli spazi siderali alla ricerca di un pianeta dove trovare il suo nutrimento: uranio puro. L’uovo è in realtà una sonda di Von Neumann, biologica e naturale; la razza che lo ha deposto, antecedente alla razza umana, gli ha dato la possibilità di sciamare nel cosmo per colonizzare la galassia in cerca di pianeti ricchi di nutrimento adatto al proprio metabolismo basato sulle reazioni nucleari di fissione. È sempre opportuno immaginare una possibile vita aliena sempre cercando di attenersi alle ipotesi cosmologiche ed esobiologiche attuali.

Tornando alla ricerca reale come spunto da cui attingere per la fantasy, Regge scrisse una novella anche su Hessdalen, intitolata La Tempesta e la Stringa. Gli interpreti principali sono gli scienziati del Project Hessdalen, soprattutto un certo Theodoran che, innamoratosi di un’aliena, cercando di raggiungerla attraverso una stringa cosmica (una sorta di passaggio interdimensionale) rischia di far saltare in aria la vallata; ma almeno dimostrerà veridiche le sue teorie (il prof. Regge nutriva molta simpatia per l’eclettico astrofisico Massimo Teodoranie ne condivideva la passione per i gatti; entrambi avevano un grazioso micio di nomeDundy).

La nostra conversazione proseguì su come il simpatico professore immaginasse un contatto con civiltà extraterrestri; su questo punto non era molto ottimista, perché, per ragioni epistemiche, la vita come la possiamo intendere noi sarebbe molto difficile. A suo giudizio, dovrebbero esistere delle condizioni particolari per il contatto, ed il tempo non è d’aiuto: potremmo ricevere ora un messaggio da una civiltà che si è estinta già da millenni e la nostra risposta impiegherebbe troppo tempo per raggiungere la stella da cui proviene il segnale. Tullio Regge pensava pessimisticamente che il SETI fosse piuttosto da definirsi paleontologia archeologica galattica.

Tuttavia, pur non avendo assolutamente prove, anche lui crede all’esistenza di vita extraterrestre, in qualche parte del cosmo, e crede sia giusto provare a contattarla.«Certamente», asserì il Professore, «seguendo un ragionamento scientifico, se noi venissimo a contatto con civiltà aliene, temo che esse potrebbero essere molto diverse da noi, e certamente molto più evolute. La vita potrebbe anche essere sorta in altri brodi di natura chimica, completamente diversa, incompatibile con la nostra esistenza. Spesso sono portato a considerare gli ipotetici alieni in due gruppi diversi: extraterrestri descritti dallo scienziato Frank Dyson, grandi animali a sangue freddo, molto lenti perché lontani dal centro della galassia e dal Big Bang; oppure alieni simili a quelli ipotizzati dal chimico Ilya Prygogine, secondo cui, non esistendo limite alla evoluzione di forme di organizzazione (anche dal caos può nascere un ordine), potremmo trovare anche piccole creature (più vicine al Big Bang) dotate di una vita molto breve, accelerata, e con una temperatura elevata, magari dotate di coscienza, che non si accorgono però della loro breve esistenza». Un vero zoo alla Clifford Pickover!).

Come la Prof. Margherita Hack, egli sosteneva che il mondo scientifico si stava allontanando sempre più da una visione sana della scienza, asservendosi pìù che ai bisogni essenziali e primari della gente comune, alle lucrose necessità di creare tecnologie pseudo-informative che giovavano solo all’establishment economico-commerciale. La scienza del Terzo Millennio stava perdendo molti contenuti etici (così sostiene Regge nella sua autobiografia, asserendo che essa non ha più quella connotazione primaria di «gioco creativo» atto a conoscere il mondo); la sua critica alla “analfabetizzazione scientifica”, preminente soprattutto qui in Italia, dal momento che non si investe più nella cultura, continuando a recidere i fondi alle Università e alla ricerca, rende immobile lo «status» della innovazione e dello sviluppo, asservendoli al profitto e al clientelismo, è purtroppo ancora quanto mai attuale.

Inoltre il prof. Regge nutriva un grande rammarico per la diffusione, in Italia, di molte riviste che vantano una apparente patina di serietà, ma che in verità nella speranza di attirare il vasto pubblico con argomenti scientifici, rendono banale e ridicola ogni loro trattazione, proponendo argomenti degni più di chiacchiericcio, e da gossip parascientifico, piuttosto che una veridica esposizione di formazione rigorosamente razionale… Riguardo a ciò, ho apprezzato molto il suo libro “Europa Universitas. Tre saggi sull’impresa scientifica europea”, scritto in collaborazione con il Professori Salvatore Veca e Giulio Giorello: ancora oggi mi avvedo quanta verità ci fosse nella sua disanima sferzante agli sprechi, ed alle scelte superficiali compiute in seno alla UE, nei confronti della ricerca scientifica. Le sue analisi, oggi, possono essere considerate molto più che circostanziali, anzi oserei dire profetiche, dato il vigente “status quo”.

Quando ci congedammo, per l’emozione di averlo potuto incontrare mi scordai di scattarci una foto insieme ( la mia caporedattrice mi sgridò per questa imperdonabile dimenticanza); tuttavia oltre al ricordo di aver potuto colloquiare amabilmente con lui, conservo il suo disegno ed una copia del suo libro autografato, L’Universo senza fine. Breve storia del Tutto; passato e futuro del cosmo, una summa originale e creativa di divulgazione fisica ed astrofisica, in grado di appassionare tutti per gli aspetti storico-filosofici e l’enfasi appassionata ed estetica con cui celebre l’immensa bellezza insita nel cosmo.

Purtroppo il Prof. Regge è recentemente scomparso; so che venne insignito nel 1979 della Medaglia Einstein, una prestigiosa onorificenza, oltre la quale c’è solo il Nobel, che, a mio giudizio, avrebbe degnamente meritato per la elaborazione di una sua teoria in grado di quantizzare la gravità, ora definita come “Regge Calculus”. La sua poliedricità resterà imperituro esempio di come uno scienziato, possa, coniugando fantasia e matematica, umanesimo e scientificità, astrazione e fisica pura, adoprarsi a comprendere, gli aspetti molteplici dello scibile, analizzandone con piglio critico ma anche sensibile, i suoi più disparati linguaggi. Il suo ultimo libro, in collaborazione con Stefano Sandrelli, è “L’Infinito cercare. Autobiografia di un curioso” edito da Einaudi. E già dal titolo si può evincere quanto questo Professore, fosse veramente innamorato del sapere, uno spirito libero, sempre coinvolto nella ricerca ed ugualmente appassionato revisore della realtà in cui viveva.

stefy15aStefania Luisa Genovese, filosofa, si è laureata, prima in Italia, con una tesi di taglio epistemologico e psicologico sull’argomento UFO, ricevendo riconoscimenti internazionali. Autrice e conduttrice radiofonica, è stata caporedattore della rivista astronomica Kosmos; ha scritto numerosi articoli di divulgazione psicologica e scientifica (anche per bambini); relatrice a simposi internazionali, ha pubblicato i saggi “UFO complessità e anomalie di un mito” ed “Extraterrestri. Realismo, possibilismo, scientismo”, entrambi con Edizioni Segno. 

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Gaia e lo Zoo: quando la scienza (ri)diventa possibile

Gaia e lo Zoo: quando la scienza (ri)diventa possibile

Siamo decisamente in epoca di Big Science: la ricerca spaziale è dominata da grandi progetti che sono frutto della collaborazione di molte persone, disperse sovente su tutto il pianeta. Un esempio eclatante – solo uno tra i tanti – è la missione GAIA, da poco entrata in piena attività, destinata a fare un censimento di una porzione di Via Lattea di dimensioni mai viste prima: un catalogo accurato di miliardo di stelle.

Gaia è un progetto ESA, ovvero Agenzia Spaziale Europea, ed è un caso emblematico di quello che si può intendere per Big Science: è un satellite al quale si lavora da anni, da molti anni prima del lancio, e si sta lavorando alacremente tuttora: rifinendo continuamente le procedure di analisi e riduzione dati, verificando le condizioni della sonda, digerendo i primi dati che sta inviando a Terra, etc.

Gaia è sopratutto una sfida esaltante – sia sotto l’aspetto tecnologico quanto sotto quello squisitamente scientifico – che promette di portare avanti veloce la nostra concezione di come è fatta la Via Lattea, ma pure di come si formano ed evolvono galassie simili a questa (e sono tante), e quindi, in qualche modo, di come si sviluppa e si evolve l’universo.

A livello di percezione comune, tuttavia, il rischio è che simili enormi progetti possano far sentire più lucidamente del dovuto, la distanza tra questi grandi team e le persone “normali”. Portando all’estremo uno scollamento che rischia di scoraggiare e incutere un timore reverenziale decisamente controproducente, ed anche – in qualche modo – fuori posto. Certo, perché la scienza comunque è un’avventura di tutti, e questi progetti sono comunque finanziati da tutti noi: qui in particolare, da noi cittadini d’europa.

Ma la Big Science è comunque un segno. Che qualcosa è cambiato.

Cerco di spiegare: mi aiuterò con un esempio.

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Un tempo, bastava uno di questi sassi, e una mente aperta e curiosa…

Photo Credit: ouyea… via Compfight cc

Ai tempi di Galileo, per fare scienza di punta, se ci pensate, bastava raccogliere un sasso. Salire su una torre (pendente, anche meglio), osservare come cade. Ragionare. Derivare un’evidenza. Stop.

Analizziamo la cosa, sotto l’aspetto dei costi e della fattibilità.

Finanziamenti: praticamente zero.

Preparazione: raccogliere un sasso (pochi secondi).

Attuazione: salire sulla Torre e lasciarlo cadere (da qualche minuto a qualche decina, dipende da quanto si sale in alto e dalle proprie condizioni fisiche).

Tempo di analisi dei dati: pochi secondi.

Come vedete, per un esperimento capace di rivoltare come un calzino il quadro scientifico consolidato al tempo – per cui oggetti di peso diverso cadrebbero a diverse velocità – ed autorevole (Aristotele dopotutto non era l’ultimo arrivato…), è bastata una persona con un po’ di curiosità e una attrezzatura veramente minimale.

Per un’impresa moderna come GAIA lavorano di solito centinaia di persone da molti anni prima che il satellite stesso venga perfino assemblato. Ci vogliono finanziamenti così ingenti che solo un’ente transnazionale tipicamente può affrontare l’impresa. Poi, per giunta, si prevedono anni ed anni per analizzare i risultati, e derivarne le evidenze scientifiche.

E con tutto quanto, non si prevede certo un sovvertimento del quadro della fisica teorica, pari a quello di Galileo!

GAIA è lontana un milione e mezzo di chilometri, al momento (più o meno). Ma il rischio è che sembri ancora più lontano dai cuori e dalle possibilità delle persone comuni. Che non ne percepiscano l’indubbia carica di entusiasmo che ha permesso a tanti ricercatori di lavorarci e di portarla fino a lì (nel secondo punto largrangiano, per la precisione).

Insomma, se c’è qualcosa che la scienza moderna ha inavvertitamente “rubato” alle persone, è la sensazione che ognuno possa fare scienza, possa indagare la struttura del mondosemplicemente con gli occhi aperti e la voglia di capire: come è accaduto per millenni. C’è come un senso di “tutto già fatto” che rischia di rubarci la legittima curiosità per il mondo e le sue meraviglie.

La gente ascolta le imprese scientifiche più mirabolanti, veri sogni che si condensano e prendono sostanza, al telegiornale o nelle trasmissioni specialistiche, e le avverte come cose magari avvincenti ma comunque, nella sostanza, inavvicinabili. 

Ed è un peccato: la scienza è di tutti, deve esserlo. Almeno, io ne sono convinto. E’ un patrimonio potenziale di stupore, di conoscenza e di meraviglia, che è sempre stato dell’uomo, di ogni uomo, e ne ha pieno diritto. Nessuno può rubarlo, nessuno deve. 

Al dunque, siamo destinati a patire questo scollamento tra grande scienza e mondo comune, subirlo come inevitabile?

Forse no. Ci sono segnali incoraggianti.

Se la tecnologia – con la sua complessità stratificata crescente – ha allontanato la scienza dai cittadini, la stessa tecnologia forse la può riavvicinare. Può anzi condurli di nuovo protagonisti come non lo potevano essere da molto tempo. Non possiamo che guardare con grande interesse allo sviluppo della citizen science che tipicamente sfrutta le potenzialità e la pervasività di Internet per chiamare il grande pubblico di nuovo all’avventura di fare scienza,  invitandolo a collaborare effettivamente e fattivamente a progetti di primario valore.

In questo la stessa deriva ipertrofica della grande scienza ci aiuta. I dati, volenti o nolenti, stanno diventando talmente abbondanti, che semplicemente gli scienziati non bastano più, per esaminarli e per ricavare dei risultati, delle correlazioni interessanti.

Lo specialismo ad oltranza qui non paga. Bisogna allargare. Bisogna richiamare tutti a questo lavoro, tutti quelli che sono interessati, a prescindere dalla loro specifica preparazione.

Ecco dunque sorgere la citizen science, senza retorica, la vera scienza del cittadino.

Uno dei più importanti e “antichi” esempi, in ambito astronomico, è certamente Galazy Zoo, di cui ci siamo già occupati. Il progetto consente a chiunque abbia a disposizione un computer collegato ad Internet, di lasciare la sua specifica impronta in una impresa scientifica rilevante e di grande importanza, come la classificazione delle galassie. Come ben dice lo “strillo” sul sito,

Per comprendere come si formano le galassie abbiamo bisogno del tuo aiuto a classificarle secondo la loro forma. Se sei veloce potresti essere addirittura la prima persona a vedere le galassie che devi classificare. 

C’è tutto sul sito per mettersi all’opera rapidamente: una procedura di addestramento guidato e la possibilità, appreso il semplice meccanismo, di iniziare a fare vera scienza, praticamente da subito.

Un po’ come fosse tornato Galileo, solo che invece di sasso e piuma (stando all’aneddoto) ci porta un computer ed un browser.

L’effetto è lo stesso: tutti possono – di nuovo – partecipare alla scienza di frontiera.

E i risultati, quelli non mancano (basta scorrere l’elenco di pubblicazioni sul sito). L’ultimo è piuttosto clamoroso: grazie all’ingente lavoro di classificazione, dovuto allo sforzo congiunto di centinaia di migliaia di persone, gli scienziati sono giunti alla conclusione importante che le galassie si sono stabilizzate nella loro forma circa dieci miliardi di anni fa. Ovvero, ben due miliardi di anni prima di quanto si pensasse.

E’ certo un’acquisizione importante: come l’esperimenti di Galileo, smuove un quadro consolidato portando un modo di vedere fresco e “dirompente”. Per di più, reso possibile soltanto per la massiccia partecipazione di entusiasti volontari.

Certo: non sarà come demolire una teoria aristotelica (d’altronde, quello è già stato fatto).

In ogni caso, non è poco.

E sopratutto, non è per pochi.

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L’amore ai tempi del Big Bang…

L’amore ai tempi del Big Bang…

Certo è un interrogativo che ricorre spesso. Cosa c’era prima. Cosa c’era prima che ci fosse tutto. Ed è curioso come la scienza abbia permeato l’immaginario collettivo in maniera significativa, ormai. Tanto che non ci chiediamo cosa c’era prima che ci fosse l’universo ma cosa c’era prima del Big Bang. Così quello che è un modello scientifico, capisco che ha acquistato una popolarità enorme e inusuale. Di tanti altri modelli scientifici, pensateci, non sappiamo proprio un bel niente. E nemmeno ci interessano, più di tanto.

Ma questo sì. Il Big Bang  è appena un modello cosmologico, ma si presta benissimo ad essere ospitato nelle menti di sapienti e di meno sapienti, come intelaiatura fondamentale, schema essenziale di risposta alla domanda che non può che essere di tutti, sempre: come è nato quello che esiste, quello che vedo? Ben altra difficoltà riscontrano modelli differenti, come per esempio la dualità onda-particella, oppure il concetto di particelle indistinguibili. 

Ma sì. Perché per la loro intima complessità, sfuggono alla nostra mente. Mentre il Big Bang – quel grande scoppio  – si presta invece ad una rappresentazione mentale in maniera piuttosto diretta. E noi abbiamo bisogno di una struttura di risposta, di comprensibilità – scientifica o mitica – di come l’universo sia nato. L’uomo non può esimersi dal guardare il cosmo e lavorare come ad estendere su tutto una architettura di senso, non può non affacciarsi sul mistero con una ipotesi di lavoro di intelligibilità totale.

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Photo Credit: laboratorio_recreativo via Compfight cc

In fondo la scienza è solo questo: un lavoro lento e progressivo di decrittazione del codice sorgente con il quale lavora il cosmo, come un pazientissimo reverse engineering di tutto quanto abbiamo intorno. Dai fenomeni, arrivare alla radice. Alle leggi unificanti. Alla profonda comprensione di come le cose funzionano.

Come funzionano, appunto. Il perché funzionino così, non è compito della scienza dirlo.

Ma il Big Bang è preciso, dichiarativo, assertivo. E’ una teoria scientifica. Un modello. Tutto l’universo si comporta come se fosse partito da un punto. E uno potrebbe dire – ma prima? La ragione umana non si ferma, deve spaziare.

Non ci sono domande troppo grandi, per la curiosità dell’uomo.

Cambiamo scena. Interno domestico. Sera. Luci calde, finestre illuminate. Fuori, il freddo sereno dell’autunno che inizia a stagliare i contorni delle cose, a rimarcare una più netta differenza dentro/fuori, tale per cui stare al riparo torna ad essere dolce, desiderabile. Anche lo scienziato che si occupa del Big Bang, anche l’uomo della strada (brutta dizione, ma rende l’idea), torna a casa e magari pensa con piacere ai volti cari da rivedere. In fondo, nonostante tutti i possibili problemi, tutti i tragici episodi di cronaca, c’è questo. Che – fino a prova contraria – ci si mette ad abitare insieme, si mette su casa, per amore. 

Così che l’amore viene spesso visto come un sentimento umano importante (anche socialmente), bello, bellissimo, ma ultimamente fragile. Che può l’amore, anche l’amore caldo che si respira magari in una casa, contro il freddo sconfinato del cosmo? Così magari  – azzardo – non ci accorgiamo di essere vittime delle nostre stesse proiezioni. Il cosmo può certo apparire certo freddo, ma anche un luogo mirabile, teatro di incredibili meraviglie. Dipende da come si guarda, ovvio. Dipende con quale cuore si guarda.

Però, questo è il mio punto, è come se l’amore non c’entrasse niente, in un certo senso. E qual è il problema, allora? Solo questo: che così, in fin dei conti, non siamo proprio contenti. E’ per questo che una ipotesi diversa, se ci può far più contenti, potrebbe anche essere presa in considerazione. Potrebbe insomma valere la pena esplorarla.

Mi viene da pensare alla recente frase di papa Francesco, pronunciata nella sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze: “L’inizio del mondo non è opera del caos che deve a un altro la sua origine, ma deriva direttamente da un Principio supremo che crea per amore.”  

Ora quando uno nomina il papa, fuori da un contesto ecclesiale, si creano inevitabilmente degli schieramenti. Chi se ne va smettendo di leggere, chi esclama ecco la pensa come me! insomma si creano come delle fazioni. Non è questo il mio obiettivo, vorrei condurre un discorso che per quanto possibile unisca e non divida. Perché la portata di quanto dice il papa secondo me è veramente stratosferica, e ci unisce tutti. Come dice Marco Bersanelli, sono parole limpide e liberanti.

Un Principio supremo che crea per amore

Ditemi voi se non è la cosa più bellissima del mondo, che si possa pensare. Ma noi la disinneschiamo quasi sempre, portiamo il pensiero su tutte le nostre riserve, le nostre eccezioni: non c’è verso di nominare il papa senza che qualcuno se ne esca con frasi tipo ma la chiesa in tema di sessualità però… oppure ma nel  medioevo, la caccia alle streghe … e via di questo passo (mediamente a questo punto viene tirato dentro anche il povero Giordano Bruno)

Non che tutte queste cose non vadano dibattute, per carità. Ma metterle qui ora, sapete che produce? Che ci si mette a parlare di altro, appunto. Che si rimane aggrappati a schemidifensivo-bellici dove ci si definisce innanzitutto per contrapposizione. E si perde la possibilità di valutare la portata di una frase di questo tipo

… che crea per amore.

Non sono necessarie precondizioni o appartenenze per fermarsi a pensare che – stiano le cose come stanno – è una ipotesi di lavoro bellissima, calda, confortante, capace di mettere speranza. Di riformulare la nostra idea del mondo, la nostra cosmologia personale. Vale la pena fermarcisi su. Ora non discutiamo della natura del Principio ma stiamo guardando appena gli effetti, se volete, il comportamento.

Che crea per amore.

Prendiamolo alla lettera. Così’, appena come esercizio mentale: non è senza conseguenze. Vi dico cosa appare a me. L’amore, viene rimesso al primo posto (addirittura prima del Big Bang). Non al termine di una catena infinita di contingenze meccaniche e fredde: l’universo viene creato, o comunque spunta fuori, si evolve, si fanno le stelle, i pianeti, le forme di vita, l’uomo… che poi si “inventa” anche l’amore (o lo gode, o lo subisce). No, affatto. In questo quadro, è come se l’ultimo termine venisse prelevato dalla catena e rimesso inaspettatamente al primo posto.

Il che – permettetemi – regala un gusto diverso a tutta la medesima catena.

E non c’è bisogno di essere cattolici (o buddisti, o induisti) per considerare questa possibilità. Basta non essere dogmaticamente materialisti, per dire. Ammettere che esista qualcosa oltre ciò che possiamo toccare, o misurare.

Ma per questo, basta rientrare a casa (o a volte, uscirne, andare a trovare qualcuno) in una di queste serate autunnali.

Dove poi, alzati gli occhi al cielo, può capitare ancora di stupirsi perché ci accorgiamo che siamo tutti sotto un cielo  pieno di stelle

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  • Stefania

    Dipende “con quale cuore si guarda”… Molto bello! Un pezzo molto intenso, che induce a riflettere, e potrei dire a placare gli animi sui vari contenziosi partitismi dei “pro e contro”…Una sintesi filosofica molto degna che riesce veramente e sentitamente ad unire Amore e Psiche come nella stupenda statua del Canova…Complimenti Marco; il tuo scritto deve essere comunque letto con molta attenzione per poterne carpire il senso profondo e quell’anelito all’unita delle cose, di cui è pervaso…

  • Andare oltre, dove il senso comune non va, dove si pensa di calpestare un terreno molle e invece è solido, trovare delle soluzioni alternative avvicinandoci con la parte più bella di noi, con il sentimento e anche con la ragione.

    Non ci sono domande troppo grandi per la curiosità dell’uomo… Ed è anche la curiosità che va scalare vette importanti. Con l’amore si guarda oltre. E perché no? Si può guardare anche al prima e scoprire che la risposta è valida… Questo è proprio BELLO.

    Bravo, Marco. Lo considero uno dei più bei articoli letti…

  • Pingback: L’amore ai tempi del Big Bang… | Una Stella per Amica()
  • Antonio

    Articolo interessante e’ possibile sapere nome e cognome di chi l’ha redatto? Poiché
    ‘ i riesce difficile ritenere che uno scienziato nel senso “materialistico” del termine possa permettersi una tale sensibilità’ .
    Da molto tempo vado alla ricerca di chi sente che la conoscenza e’ prima di tutto un moto d’amore e de-siderare ossia attrarre a se qualcosa del cielo sia il primo moto dell’essere con intelletto che ‘conosce’ con la totalità’ di se stesso.

  • mcastel

    Grazie Antonio per i complimenti! L’articolo è mio (Marco Castellani), per un problemino non veniva visualizzato nel post, ora dovrebbe comparire. Hai ragione, la conoscenza senza de-siderio è zoppa, non coinvolge il cuore, non porta lontano. C’è bisogno, io credo, più che mai di un lavoro di “riconquista” della scienza che non estrometta il cuore e la parte più propriamente umana, e il primo motore di tutto che è essenzialmente il desiderio. Grazie per essere con noi in questa avventura !