Se non avete visto Interstellar, non leggete questa recensione. Ma se la leggete, vi verrà voglia di vederlo

Se non avete visto Interstellar, non leggete questa recensione. Ma se la leggete, vi verrà voglia di vederlo

Dicembre 1, 2014 Isaia Von Fingan

Lettore avvisato, mezzo salvato. Qui si parla del film di Nolan in lungo e in largo (rivelando il finale) e secondo una chiave di lettura inconsueta: la paternità

InterstellarChristopher Nolan ci ha abituati a illusioni e colpi di teatro di ogni tipo. Da Memento, passando per The Prestige, si è divertito a coinvolgere gli spettatori con paradossi logici e azzardi scientifici. Nella trilogia del Cavaliere Oscuro ha cominciato a mettere a tema questioni come la giustizia, la fiducia, il male e la libertà. La grande domanda che attraversa questi film è quella sulla verità: come riconoscere ciò che è vero dall’illusione? Perché mostrare la verità se questa è terribile? Non è meglio illudersi piuttosto che soffrire?

inception-movie-reviewInception ha portato all’estremo questi temi con la costruzione di un mondo onirico in cui i confini fra la realtà e il sogno si mescolano continuamente. Con questo film però avviene una svolta. I trucchi del regista sono sempre gli stessi, ma ad un occhio attento non sfugge che, questo enorme caleidoscopio di teorie fra lo scientifico e il filosofico, non sono altro che una complessissima e costosissima scenografia. Al centro di tutto non c’è Freud o Einstein, ma un dramma, che ai più può passare inosservato: quello fra un padre e un figlio. Come dimenticare la scena in cui il viziato rampollo si trova al capezzale del padre morente? Certamente nella logica del film si tratta di una finzione, di un sogno, ma quel rapporto è ciò intorno a cui gira tutta la storia. Certo, il tema preponderante del film è il ricordo di lei impossibile da cancellare, il dramma di una morte enigmatica che scuote il protagonista fra l’oblio e la memoria. Ma l’avventura di Cobb con la sua squadra, inizia con la missione di innestare nella mente di quell’uomo un’idea: che l’amore di suo padre era reale. La scena del bunker sulle montagne è il perno su cui tutto ruota. Il vecchio genitore è un uomo crudele e senza scrupoli, ma nel cuore del fragile figlio non è mai morta la speranza che suo padre lo amasse veramente. Ed è proprio su questo punto che Cobb appoggia le possibilità di successo della missione. Come sappiamo, il geniale architetto di quell’ultimo sogno riuscirà nell’impresa, mettendo nella cassaforte la girandola di carta e convincendo il cuore infranto del figlio.

1414055010_1412239739_interstellar.thm_Interstellar approfondisce questo stesso tema, ma in modo ancora più esplicito. In questo caso la scenografia non è costruita sui sogni, ma sulle teorie dei buchi neri. La scelta è azzeccata. Nolan può infatti continuare a sbizzarrirsi con i trucchi che più lo appassionano: la dilatazione dello spazio-tempo, i paradossi, la narrazione su più livelli. Ma ancora una volta tutto ciò costituisce solo una colossale ed incredibile scenografia, niente di più. Se con Inception la vastità infinita era quella che si cela nell’intimità della psiche, in questo film veniamo immersi in un’immensità che sta al di fuori, nell’infinito interstellare.
Cooper è uno dei pochi uomini che non ha mai smesso di lasciarsi attrarre da quell’immensità: «Siamo esploratori, non guardiani». E per dare alla figlia e al mondo una vita migliore, si tuffa nella fredda oscurità dello spazio. Interstellar non è un trattato sui buchi neri, ma la storia di un padre che per amore si allontana dalla figlia ad una distanza che ha dell’eterno. Lei lo bestemmia per questo, non ne capisce la ragione. Tutti mandano messaggi alla nave spaziale, convinti che l’equipaggio possa ancora sentire (ed è così!). Ma dal buio infinito proviene solo un lunghissimo e tetro silenzio.

La scena finale è la chiave di tutto il film. Con il geniale stratagemma della libreria, filtro fra le diverse dimensioni, Nolan dice una cosa chiarissima: quella distanza interstellare non era un’assenza, ma una presenza vicinissima seppur enigmatica, che nell’intimità della casa non aveva mai smesso di lasciare le sue tracce. Il padre era sempre rimasto lì.
All’inizio la parola “stay” è il grido della figlia perché il padre non se ne vada. Poi si scopre che quella parola era il grido del padre alla figlia, perché non smettesse di credere nella promessa che le era stata fatta. «Murph non te ne andare, credi in me».

Interstellar è tutto qui. Probabilmente molti saranno rimasti delusi. Era davvero necessario trascinarci in complicate teorie della fisica per raccontarci solo questo? Forse no, ma ogni grande regista ha il suo modo fabbricare le storie, e a Nolan piace da morire farlo così.
Come il rampollo di Inception implora al padre che il suo amore sia vero, così accade anche in Interstellar. Ma ciò che in quel film era sogno, in questo diventa realtà.

La piccola Murph aveva visto giusto. Nella casa del padre gli era stata fatta una promessa che non poteva non essere mantenuta. Quell’amore non era il sogno di una bambina, l’illusione di una visionaria, ma la forza che muove l’universo. «Ti prego papà dimmi che manterrai la promessa. Sì piccola, un giorno ritornerò».

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La verità taciuta in Interstellar è che l’uomo ha bisogno di un Salvatore

La verità taciuta in Interstellar è che l’uomo ha bisogno di un Salvatore

Dicembre 9, 2014 Giovanna Jacob

Garantire la sopravvivenza della razza umana è un fine nobile, ma in realtà non basta: bisogna anche trovare un senso alla vita e alla morte di ogni singolo uomo

interstellar-nolanCaro direttore, credo che si sentirà parlare a lungo di Interstellar. Infatti, sembra essere davvero un film di portata epocale, che si pone sulla stessa linea di classici della fantascienza come 2001. Odissea nello spazio e Blade Runner, sebbene sia inferiore ad essi dal punto di vista artistico. Come nel capolavoro di Stanley Kubrik e in quello di Ridley Scott, in Interstellar si intrecciano più piani di significato, che autorizzano diverse letture. Io vorrei proporre una lettura diversa, sebbene non incompatibile, da quella già proposta su tempi.it da Isaia Von Fingan.

Premetto che Interstellar è in grado di suscitare sentimenti molto profondi anche in coloro che non amano particolarmente la fantascienza. Infatti, il tema del viaggio “interstellare” alla ricerca di una nuova terra rimane sullo sfondo: al centro del film c’è il tema dell’amore in tutte le sue forme, in particolare l’amore paterno.

In Interstellar saranno proprio due forti figure paterne a salvare prima i loro figli e poi, attraverso di loro, l’umanità intera. Come insegna la psicanalisi, la figura paterna è incaricata di staccare il figlio dal suo piccolo eden infantile, dominato dalla figura materna, e di introdurlo nel mondo, insegnandogli ad affrontare con coraggio le difficoltà a superare le sue paure. Ebbene, l’astronauta Cooper (Matthew McConaughey) e il vecchio professor Brand (Michael Caine) aiuteranno l’umanità a staccarsi dalla “madre terra”, resa inabitabile da un disastro ambientale, e ad affrontare con coraggio le insidie dello spazio cosmico. Un ruolo determinante in questo piano salvifico avranno proprio le loro rispettive figlie: Murph (interpretata prima da Mackenzie Christine Foy e poi da Jessica Chastain) e Amelia Brand (interpretata da Anne Hathaway). Accanto al tema dell’amore fra genitori e figli, che resta preponderante, emerge il tema dell’amore fra uomo e donna. Se Cooper viaggia nello spazio per amore dei figli, Amelia Brand viaggia per amore di un astronauta di cui non si hanno più notizie.

Nell’universo di Interstellar, l’uomo è alla costante ricerca del volto dell’altro uomo. Quando viaggiano nello spazio, Cooper e il suo equipaggio distolgono costantemente gli occhi dalle stelle per volgerli allo schermo in cui appaiono i volti dei loro cari rimasti sulla terra. Risvegliato da una lunga ibernazione, l’astronauta Mann (Matt Damon) si commuove di fronte al volto di Cooper, che per lui è uno sconosciuto, per il solo fatto che è un essere umano.

interstellarDunque, al centro dell’universo di Interstellar c’è il volto umano. Il problema è che l’universo rimane troppo sullo sfondo, fino ad apparire povero di attrattiva. InInterstellar gli uomini si amano molto fra di loro ma non amano abbastanza la realtà che li circonda, come fossero incapaci di stupirsi di fronte all’essere delle cose. Gli astronauti parlano dell’amore come di una forza che trascende i limiti del tempo e dello spazio, ma non si chiedono una sola volta perché esistono il tempo e lo spazio invece che il nulla.

Quando appare un wormhole (buco di verme) nei pressi di Saturno, al professor Brand e ai suoi colleghi non interessa neppure sapere chi siano quei “loro” che lo hanno aperto: «Solo loro sanno chi sono loro». E in fondo, a loro non interessa neppure approfondire la conoscenza dei buchi di verme, dei buchi neri e di tutti i più straordinari fenomeni dell’universo che studiano alacremente (e che alacremente spiegano allo spettatore). A loro interessa soltanto sfruttare le forze fisiche dell’universo per realizzare l’unico fine che conta: trasferire l’umanità su un altro pianeta. Garantire la sopravvivenza della razza umana è certamente un fine nobile, ma in realtà non basta: bisogna anche trovare un senso alla vita e alla morte di ogni singolo uomo. Per trovarlo, bisogna farsi qualche domanda sull’origine dell’universo e sull’origine dell’uomo. Ma appunto, in Interstellar nessuno si fa queste domande.

Costretto suo malgrado a fare agricoltore, l’ex astronauta Cooper nota: «Abbiamo dimenticato chi siamo: esploratori e pionieri, non guardiani». Ma quando finalmente ha la possibilità di esplorare lo spazio, non sembra particolarmente colpito dallo splendore delle stelle né dai misteri del cosmo. E infatti, la navicella Endurance viaggia per trovare una nuova “casa” per la razza umana, non per seguire “virtute e canoscenza” fin oltre le “colonne d’Ercole” che separano i territori già esplorati e le conoscenze già acquisite (in una parola, tutto ciò che è già “casa” in senso lato) dal mistero assoluto.

Il termine “mistero” allude sia a ciò che la scienza ancora non sa ma che comunque può sapere, sia a ciò che la scienza non potrà mai sapere. In altri termini, allude sia ai misteri materiali dell’universo fisico sia ad un mistero di carattere superiore ossia religioso. Si può supporre che la scienza, un poco alla volta, arriverà a svelare la maggior parte degli innumerevoli misteri materiali, ma sicuramente molti non verranno svelati. E in fondo alla catena dei misteri materiali svelati e non svelati, si cela un grande mistero cui solo la fede può rispondere: il mistero della “causa prima non causata” dell’universo stesso (rivedere “prove filosofiche dell’esistenza di Dio” di san Tommaso d’Aquino).

Ma appunto, nell’ipotetico futuro prossimo di Intestellar l’uomo sembra avere perso la capacità di stupirsi di fronte ai misteri dell’universo. Ma perché è venuto meno lo stupore? Innanzitutto, perché l’universo appare come un luogo ostile e privo di attrattiva.

Da questo punto di vista, c’è una certa analogia fra Interstellar e Gravity, film di Alfonso Cuaron uscito nel 2013. Come in Gravity lo spazio cosmico letteralmente “espelleva” Sandra Bullock, ributtandola a terra, così in Interstellar la terra ad un certo punto lo “scaccia” la razza umana, scatenando tempeste di sabbia. Analogamente, la superficie del primo pianeta in cui atterrano “scaccia” i terrestri con onde colossali, mentre la superficie del secondo pianeta è ricoperta da uno sterile deserto di ghiaccio. D’altra parte uno degli astronauti (Romilly, interpretato da David Gyasi), invece di soffermarsi sulla bellezza delle stelle, nota sconsolato che appena al di là delle pareti metalliche dell’astronave si estende in tutte le direzioni, per distanze inimmaginabili, un ambiente che uccide l’uomo. Con i loro raffinatissimi calcoli, gli scienziati possono sfruttare pragmaticamente alcune forze dell’universo, ma resta che in un universo puramente materiale l’uomo sembra un intruso che sembra esservi comparso per puro caso. In effetti, secondo la visione scientifica che va oggi per la maggiore l’uomo sarebbe figlio del caso accoppiato alla “selezione naturale”.  E come il caso, nell’ottica darwiniana, avrebbe generato l’uomo, così il caso potrebbe distruggerlo in qualsiasi momento per mezzo di un qualunque disastro ambientale. Da questo punto di vista, Interstellar ha alcuni punti di contatto anche con Melacholia di Lars Von Trier (2011). Se nel film di Nolan la terra è devastata da tempeste di sabbia, nel film di Von Trier la terra è sulla rotta di collisione di un pianeta di passaggio. E in Interstellar le tempeste di sabbia non fanno che accentuare un problema preesistente: quello della generale carenza di cibo. Riferendosi chiaramente alla (falsa) teoria di Malthus, il professor Brand afferma che il suolo terrestre, anche prima delle tempeste di sabbia, non ce la faceva a nutrire troppi miliardi di persone.

E se è diventato un intruso perfino sul suo pianeta natale, tanto più l’uomo deve esserlo nelle altre parti dell’universo. In effetti, in Interstellar gli scienziati non pensano che, da qualche parte dell’universo, sia pronta per l’umanità una “terra promessa”: quello che pensano è che forse, fra i pianeti che orbitano attorno al buco nero, ce ne potrebbe essere uno dalle caratteristiche appena favorevoli. In altri termini, scommettono su un caso fortunato.

Agli scienziati di Interstellar, come agli uomini contemporanei sfugge che l’universo ha una struttura razionale. E sfugge loro che la loro stessa esistenza e prima ancora l’esistenza di un pianeta abitabile come la terra sono il risultato della convergenza di un numero talmente elevato di casi fortunati che non possono essere semplici casi. E sfugge loro che nella terra non ci sono “posti numerati”: quanto più gli umani moltiplicano tanto più crescono le disponibilità di cibo (cfr. L’ultima risorsa di Julian Simon). In sostanza, agli uomini contemporanei sfugge che il pianeta terra e, da un altro punto di vista, l’universo intero sono davvero fatti per loro.

Ma il problema è che non si può ammettere che l’universo sia fatto per l’uomo se non si vuole ammettere che c’è Qualcuno fa l’universo in maniera razionale e dà all’uomo una ragione per comprenderlo. Per il cristiano vale la pena guardare oltre sé stesso perché oltre sé stesso c’è Qualcuno: il creato è, ultimamente, un immenso sistema di segni del Creatore. Invece, al fondo di Interstellar c’è l’ateismo puro.

In sostanza, nell’universo ateo di Interstellar l’uomo non cerca l’altro da sé (che siano “loro” o Dio) ma solo ed esclusivamente l’altro uomo. E infatti alla fine si scopre che perfino “loro”, gli altri di cui non si sa nulla, sono uomini anche loro, sebbene ad uno stadio di evoluzione più avanzato.

L’umanesimo ateo alla base di Interstellar ha delle affinità col paganesimo antico. Atterriti dalle forze della natura e dai capricci del fato, gli antichi riuscivano a trovare un barlume di senso solo nel volto e nel corpo umani. I loro dei, in fondo, non sono che uomini divinizzati. Analogamente, nell’universo di Interstellar gli uomini riescono quasi ad auto-divinizzarsi per mezzo dell’amore, questa forza che vince il tempo e lo spazio. In particolare, la figura del padre terreno che viaggia nel cielo sembra prendere il posto del Padre nell’alto dei cieli. Viene in mente anche Blade Runner, dove il replicante Roy Baty guardava al suo cinico costruttore come se fosse stato Dio padre: «Io ti chiedo più vita, padre».

Come il fedele non vede Dio e non sa se Dio ascolterà quando prega, così i figli di Cooper continuano a mandare messaggi al padre in viaggio senza sapere se effettivamente li ascolterà. La figlia Murph continua ad avere “fede” nel padre, anche se non ha più notizie di lui, e in forza della fede trova la soluzione per salvare l’umanità. E per completare il quadro, il wormhole, che aveva permesso all’umanità di salvarsi, era stato aperto dall’umanità del futuro (tralasciamo il fatto che non può essere l’umanità del futuro a salvare l’umanità del passato, perché l’esistenza stessa dell’umanità del futuro presuppone il fatto che l’umanità del passato si sia già salvata senza l’aiuto dell’umanità del futuro). Appunto, in un universo senza Dio e senza provvidenza, può esserci al massimo una provvidenza umana.

Ma l’uomo non può essere né dio di sé stesso né tanto meno dio per gli altri uomini. Nessun padre terreno può dare “più vita” ai suoi figli. Cooper e Brand potranno senz’altro garantire la sopravvivenza della specie homo sapiens, ma non potranno salvare sé stessi e gli altri singoli uomini dalla morte. Anche l’amore che l’uomo può fare agli altri uomini è drammaticamente limitato, sempre pronto a corrompersi a causa del peccato, e questo in fondo anche i fratelli Nolan lo sanno. Infatti si rendono conto che, se non avessero messo almeno un personaggio traditore, il loro film sarebbe parso troppo irrealistico. La verità taciuta in Interstellar è che l’uomo ha bisogno di un Salvatore. L’uomo, per essere pienamente uomo, ha bisogno di Dio fatto uomo.

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