Osservato per la Prima Volta in Diretta un Fast Radio Burst


Postato il 17 febbraio 2015 alle 15:15

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Grafico dell’andamento di FRB140514, osservato dal radiotelescopio australiano Parkes. Credit: Petroff et al

Tra tutti gli eventi astronomici in grado di far impazzire i ricercatori in quanto ad imprevedibilità e rarità, i fast radio burst hanno un posto d’onore. Picchi intensi in banda radio della durata di pochi millesimi di secondo, nessuno è in grado di prevedere quando se ne presenterà uno e da quale costellazione. Motivo di stupore dunque è stata l’osservazione in diretta di uno di essi, il 14 maggio 2014, la prima dalla loro scoperta nel 2007.

Il merito dell’osservazione va ad un team internazionale di ricercatori, coordinato dallo CSIRO (Consiglio Nazionale delle Ricerche australiano), che ha registrato l’evento tramite il radiotelescopio australiano Parkes. Tra gli studiosi impegnati in questo studio anche l’italiano Andrea Possenti, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Cagliari dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF).

Posizione di quattro FRB, segnate dalle stelle rosse. Questa immagine è stata rilasciata il 4 luglio 2013, un anno prima dell'evento immortalato "in diretta". Credit: MPIfR/C. Ng; Science/D. Thornton et al.
Posizione di quattro FRB, segnate dalle stelle rosse. Questa immagine è stata rilasciata il 4 luglio 2013, un anno prima dell’evento immortalato “in diretta”. Credit: MPIfR/C. Ng; Science/D. Thornton et al.

Subito dopo il riscontro, avvenuto pochi secondi in seguito all’evento, sono stati attivati e puntati verso la regione di cielo interessata 12 strumenti, in Australia, California, Isole Canarie, Germania e Hawaii, in modo da poter cercare di individuare la fonte del FRB, ed il risultato è stata la scoperta della totale assenza di controparti nel visibile, nel vicino infrarosso e nell’ultravioletto, che invece sarebbero state riscontrate in un normale evento di supernova.

Le stime dicono che il fast radio burst osservato, classificato come FRB140514 abbia liberato, nel pochi istanti di emissione, la stessa energia che il Sole emette in un giorno.

Giulia Murtas

LA SIGNORA DELL’UNIVERSO
20/08/2010 Fabiola Gianotti (in questa foto con il ministro Gelmini), al Cern di Ginevra dirige Atlas, uno dei grandi esperimenti del superacceleratore, e coordina 3.000 scienziati.
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Per il settimanale d’informazione scientifica New Scientist, Fabiola Gianotti è «la donna che dirige il più grande esperimento del mondo». Definizione che muove un giustificato orgoglio nazionale, dato che questa fisica subnucleare è italianissima, per la precisione milanese.Oltre a laurea e master nel suo settore, possiede un diploma di pianoforte, strumento che suona il più possibile dopo le circa 12 oredi lavoro giornaliere.

Dal 1995 lavora al Cern di Ginevra, il più importante laboratorio di fisica del pianeta; attualmente, e almeno fino a tutto febbraio 2011, questa donna sottile e attivissima dirige Atlas, uno dei quattro grandi esperimenti legati al superacceleratore di particelle Lhc, e coordina circa tremila scienziati di tutto il mondo.

– Perché sono così importanti gli esperimenti con il superacceleratore?
«Perché ci permetteranno di affrontare domande di fondamentale importanza che ci accompagnano ormai da decenni. Per esempio, di cosa è fatta la materia oscura dell’universo.Oggi sappiamo che il 20 per cento dell’universo è costituito da una forma di materia che non conosciamo: non di atomi (idrogeno,azoto…) e non di particelle note. Lhc dovrebbe permetterci di capire cos’è. Inoltre, ci spiegherà l’origine delle masse delle particelle elementari. Qui entra in gioco appunto il “bosone di Higgs” (da alcuni chiamato anche “particella di Dio”, ndr), che il fisico Peter Higgs ipotizzò per spiegare il meccanismo per il quale le particelle elementari hanno masse, e masse diverse. Poi indagheremo che cos’è successo nell’universo primordiale pochi istanti dopo il Big Bang, l’esplosione iniziale. Ci sono un gran numero di domande fondamentali e affascinanti alle quali Lhc potrà rispondere».

– “Materia oscura” ed “energia oscura” sono termini affascinanti, però un po’ inquietanti…
“Sono termini che da un lato riflettono la nostra ignoranza, perché non conosciamo l’origine di questi componenti dell’universo, e dall’altro il fatto che le particelle che costituiscono la materia oscura non interagiscono con i nostri strumenti. Questo perchè la materia oscura è molto probabilmente fatta di particelle a “interazione debole”. Tali particelle, similmente ai neutrini, possono attraversare l’intero globo terrestre senza interagire”.

– Non avete mai il timore che, forzando l’ignoto, qualcosa possa sfuggirvi di mano?
“Assolutamente no. I nostri esperimenti, a differenza dei fenomeni che si verificano nell’universo che ci circonda, avvengono in condizioni controllate: conosciamo l’energia dei fasci, sappiamo come manipolarli, possiamo “spegnerli”. E le collisioni che produciamo nei nostri acceleratori avvengono a intensità molto più basse di quelle cui danno luogo i raggi cosmici nello spazio che ci circonda. Un acceleratore terrestre non riuscirà mai a raggiungere energie e intensità delle collisioni fra raggi cosmici. Quindi non c’è nessun pericolo, perché ciò che facciamo è già accaduto nella natura attorno a noi miliardi e miliardi di volte a energie molto più elevate (e in maniera incontrollata e incontrollabile). E siamo ancora qui”.

– Considera compatibili scienza e fede?
«Assolutamente sì, non vedo nessuna contraddizione:appartengono a due sfere diverse. Saremmo troppo ambiziosi e troppo arroganti se potessimo pensare di spiegare l’origine del mondo. Quello che possiamo fare noi scienziati è andare avanti passettino dopo passettino, e accumulare conoscenza. Ma, come diceva Newton, quello che conosciamo è una gocciolina e quello che non conosciamo un oceano, quindi siamo ben lontani dal rispondere a domande di quel tipo».

– Che vantaggi pratici trae il mondo dalle attività del Cern?
«Molti. Intanto ne ha vantaggi di tipo tecnologico: il Cern è un laboratorio che da sempre spinge la tecnologia al di là dei limiti conosciuti. Con Lhc abbiamo dovuto sviluppare concetti nuovi e tecnologia nuova in molti campi, dai semiconduttori alle tecniche di vuoto, all’elettronica, al trasferimento e al trattamento dei dati. Faccio un esempio celeberrimo:il Web (il “www”), che era nato vent’anni fa per facilitare lo scambio di informazioni tra noi fisici, ha di fatto cambiato il modo in cui la società oggi accede alle informazioni. Già soltanto questo dà un’idea dell’impatto che il Cern ha avuto sulla società. Un altro elemento importante è che si tratta di un’organizzazione internazionale, nata allo scopo di ridare prestigio alla ricerca e alla scienza dopo la Seconda guerra mondiale e di riavvicinare i popoli. Quindi, ha anche questa funzione umana e sociale. La missione principale del Cern rimane comunque la ricerca fondamentale e quindi far avanzare la conoscenza. La conoscenza contribuisce al patrimonio dell’umanità in generale e porta progresso, sempre».

– Per il progetto Lhc si parla già di possibili candidature al Nobel.
“Dovrebbe essere attribuito al Cern come riconoscimento degli sforzi e delle conquiste della comunità scientifica internazionale. Non potrà essere attribuito a un individuo, perché questi esperimenti sono il risultato del lavoro di migliaia di scienziati. L’Lhc è un progetto globale, uno sforzo collettivo. Il problema è che attualmente il Nobel per la fisica, a differenza di quello per la pace, non può essere attribuito a un’istituzione. Ma le regole potrebbero cambiare…”

– In Italia si discute ancora molto di “fuga dei cervelli”…
«Io non sono un cervello che ha voluto fuggire; sono venuta a Ginevra perché mi hanno offerto la possibilità di lavorare nel laboratorio più avanzato al mondo nel mio campo. Penso che per tutti gli scienziati il sogno sia quello di contribuire alla ricerca nel proprio Paese, però devono sussistere le condizioni. Cioè, un sistema meritocratico, posti permanenti, stipendi adatti e dignitosi e condizioni strutturali adeguate. Solo a certe condizioni si riescono a tenere i giovani migliori e non li si forza ad andare all’estero. È un problema molto serio che l’Italia sta attraversando in questo momento, con i tagli alla ricerca. È un peccato, perché almeno nel mio campo l’Italia è un Paese che eccelle, grazie in particolare all’Istituto nazionale di fisica nucleare (un fiore all’occhiello della ricerca italiana), alla pari dei migliori al mondo. Però, se noi esportiamo i nostri giovani e questi giovani contribuiscono alla ricerca in altri Paesi, alla fine l’Italia rimarrà indietro. Una nazione che non ha un programma di ricerca forte in casa dovrà alla fine comprare conoscenza e tecnologia dagli altri, con un danno economico gravissimo».

– Perché un giovane dovrebbe studiare al massimo se ha un futuro incerto?
«Io penso che non ci si debba mai lasciare intimidire dalle condizioni. Da giovani si ha una certa dose d’ingenuità e d’incoscienza, che sono assolutamente necessarie per andare avanti. Io almeno ero così. Quando mi sono buttata a studiare la fisica sono partita dietro le mie idee e i miei sogni, senza pormi troppe domande. È vero che all’epoca forse la situazione era migliore, però anche allora il campo della ricerca era difficile. Penso che se un giovane è motivato dall’entusiasmo e dalla voglia di fare, prima o poi ce la fa. La conoscenza è un bene fondamentale dell’uomo, è qualcosa che vale la pena di perseguire sempre, anche quando costa grossi sacrifici».

– Lei è diplomata in pianoforte e lo suona spesso.
“Sì, cerco di farlo il più possibile, anche se non riesco tutti i giorni. La musica è senz’altro una parte importantissima della mia vita, e per me è un grande sfogo e un rifugio. Non potrei concepire la mia vita senza musica, è costantemente presente in me, a volte solo nella testa quando non posso ascoltarla direttamente. Ritengo anche che sia molto importante che uno scienziato non sia focalizzato solo sul suo lavoro di ricercatore. Lo scienziato deve avere una mente aperta, deve produrre idee: perciò possedere altri interessi, di ampio respiro, è direi una necessità”.

– C’è un rapporto tra musica e scienza?
“Di sicuro. Musica e fisica hanno molti elementi comuni. La fisica ha aspetti estetici e la natura è bellissima, molto ordinata ed elegante nella semplicità delle sue leggi fondamentali. La musica, a sua volta, ha una solida base armonica che in molti casi è pura matematica. Una cantata di Bach segue regole ferree, matematiche, sulle quali poi Bach ha costruito tutta la sua arte. Ritengo che la vicinanza tra musica e fisica sia uno dei motivi per i quali grandissimi scienziati come Einstein sono stati anche ottimi musicisti”.

– Che cosa l’appassiona tanto nella fisica?
“Il fatto che studi i costituenti e le leggi fondamentali della natura. La fisica delle particelle, in particolare, è la più fondamentale di tutte le scienze, perché si occupa dei costituenti elementari della materia, i mattoncini da cui tutto ha origine: nuclei, atomi, molecole, strutture macroscopiche. Questi studi ci permettono anche di capire la struttura e l’evoluzione dell’universo, che in particolare al momento della sua origine era governato dalle leggi della fisica delle particelle. Un altro aspetto affascinante del mio campo è che per affrontare queste domande basilari dobbiamo costruire apparati e strumenti di altissima tecnologia, contribuendo quindi allo sviluppo tecnologico della società e dell’industria”.

– La fisica sub-nucleare le sta dando ciò che si aspettava?
“Mi ha dato e mi dà molto di più: non solo la possibilità di esplorare questioni fondamentali che mi hanno sempre affascinata, ma anche l’opportunità di farlo in un ambiente molto stimolante e arricchente dal punto di vista scientifico, tecnologico, umano. Quello che ho ricevuto dalla fisica va ben al di là di ciò che mi aspettavo quando ho intrapreso questa strada”.

“Io, tra Dio e il Big Bang”. Fabiola Gianotti, direttrice del Cern: la signora dell’Universo

Guiderà diecimila scienziati alla scoperta della materia oscura: “Ma l’uomo non potrà mai sapere tutto”

di DARIO CRESTO-DINA

28 dicembre 2014

SARA’ il terzo direttore italiano del CERN, dopo Carlo Rubbia e Luciano Maiani (Edoardo Amaldi fu invece tra i fondatori, nel ’54, e segretario generale). La prima donna a ricoprire questa carica. “Lei e Rolf  –  raccontano i colleghi  –  hanno un’esperienza molto simile. Entrambi sono stati spokesperson di un grande progetto, Atlas e Opal, entrambi sono stati staff Cern, quindi hanno sviluppato una cultura comune”.

Fabiola Gianotti ha cinquantaquattro anni e una voce argentina ed entusiasta da liceale. Una vita tra Roma e Milano, studi classici, le canzoni di Baglioni, il pianoforte, Bach e Schubert, Flaiano, Dostoevskij, Zola e la Némirovsky, Van Gogh e i pittori del Rinascimento italiano. Ha appena visto Torneranno i prati di Olmi e le è piaciuto moltissimo, si è commossa, ha ricordi indelebili di Lezioni di piano, Il postino e Pallottole su Broadway . Conserva i rimpianti della ballerina classica, la passione per la cucina, per le scarpe e per una domanda: “Perché la mela cade dall’albero?”.

L’incontro fatale con la fisica l’ha avuto nel cuore grazie a una biografia di Marie Curie, nelle mani a Milano in un capannone della facoltà di Fisica a Città Studi, l’alternativa professionale sarebbe stata nelle neuroscienze perché non c’è poi così tanta differenza tra i misteri dell’universo e quelli che si nascondono nella mente umana. Magrissima e timida fino alla diffidenza, indossa una maglia arancione, una collana di pietre d’acqua e un paio di jeans. Un’eleganza sdrucciola che tende a scivolare via distrattamente dagli occhi di chi la osserva. Eppure la prima sensazione che si percepisce è quella di una donna felice: “Il Cern è il laboratorio del mondo. Tra queste mura mi sento come una bambina in un negozio di dolci. Non c’è altro luogo in cui desidero stare”.

La felicità porta con sé un’aura di bellezza. Che cos’è la bellezza?
“Attingo dalla fisica: la bellezza è la simmetria imperfetta. La fisica ha una sua estetica che si può contemplare nelle leggi della natura fino agli esseri microscopici. Comprenderla è un gioco intellettuale relativamente semplice. Pensi che le equazioni fondamentali del Modello standard delle particelle elementari si possono scrivere su una t-shirt. Sono tre righe appena “.

La fisica si muove tra passato e futuro. Siete esploratori. Il prossimo obiettivo è proprio la super simmetria dell’Universo. L’ipotesi che ciascuna delle 17 particelle elementari finora scoperte abbia un partner “supersimmetrico” non ancora osservato. Quando vi rimetterete in viaggio?
“In primavera, quando tornerà operativo il Large Hadron Collider. Il più grande acceleratore mai costruito, un tunnel circolare di ventisette chilometri localizzato a circa cento metri di profondità nella campagna tra la Svizzera e la Francia. Ha funzionato con successo tra il 2009 e il 2013, ci ha portato alla scoperta del Bosone di Higgs. Per consentirci di affrontare domande molto importanti sulla materia oscura, che è circa il venti per cento dell’Universo, un’energia più elevata potrebbe essere fondamentale. Passeremo da otto a tredici tera-elettronvolt, l’unità di misura dell’energia delle particelle. Un TeV equivale all’energia di volo di una zanzara, ma il protone è circa mille miliardi di volte più piccolo della zanzara”.

Che cosa succede sotto terra quando l’LHC e i suoi esperimenti sono in operazione?
“Due fasci di protoni vengono accelerati attraverso campi elettrici. Campi magneti superconduttori di altissima tecnologia li intrappolano nell’anello e li guidano in collisione. I protoni si scontrano in quattro punti del tunnel dove apparati sperimentali ci permettono di studiare il prodotto delle collisioni”.

Come definirebbe filosoficamente la materia oscura?
“La misura della nostra ignoranza. Nessuna particella elementare fin qui scoperta presenta le caratteristiche della materia oscura. Ci serve una teoria più ricca, come quella della super simmetria, ma, chissà?, magari la natura ha segretamente in serbo un’altra soluzione”.

In campo scientifico ogni risposta produce nuove domande. Almeno per ora. Arriverà un tempo in cui sapremo tutto?
“Non credo. La conoscenza è un cammino senza fine. Possono privarci del lavoro, dello stipendio, della casa ma nessuno può portarci via il nostro cervello”.

Quanto siete vicini al Big Bang?
“Siamo lontanissimi. Siamo riusciti a capire quello che è successo a partire da un centesimo di miliardesimo di secondo dopo il Big Bang, circa quattordici miliardi di anni fa. Ma siamo lontani dal capire che cosa è successo al tempo del Big Bang”.

Cercate Dio?
“No. Non credo che la fisica potrà mai rispondere alla domanda. Scienza e religione sono discipline separate, anche se non antitetiche. Si può essere fisici e avere fede oppure no. È meglio che Dio e la scienza mantengano la giusta distanza”.

Ma avete chiamato il Bosone di Higgs “la particella di Dio”.
“Mai uno scienziato ha avuto l’ardire di definirla così. Lo dobbiamo all’editore del libro scritto dal premio Nobel Leon Lederman. Voleva rivestire l’opera con un velo letterario di sicuro effetto. Lederman aveva suggerito un altro titolo, La particella dannata , perché ci aveva fatto disperare, l’avevamo cercata per decenni. È senza dubbio una particella speciale, ma avvicinarla a Dio è una sciocchezza”.

Rispetto la sua opinione. Ma un suo collega di fede anglicana che insegna nanotecnologia a Oxford, Andrew Briggs, dice che non è neppure il caso di scegliere tra Dio e scienza. Li tiene assieme e cita il salmo all’ingresso del laboratorio Cavendish dell’università di Cambridge: “Grandi sono le opere dell’Eterno, ricercate da tutti coloro che si dilettano in esse”. Suona come un inno alla vostra professione. Chi non è aiutato dalla fede può esserlo da qualche grammo di follia?
“Non follia, ma creatività. Forse le due cose hanno confini che possono sembrare comuni quando si addentrano nello spazio del sogno. Lo scienziato deve essere capace di sognare. Ho sempre pensato che il mestiere del fisico si avvicini a quello dell’artista perché la sua intelligenza deve andare al di là della realtà che ha ogni giorno davanti agli occhi. Credo che la musica e la pittura siano le arti più prossime alla fisica “.

Nel suo lavoro quanto sono decisive le mani?
“Per quanto mi riguarda sono fondamentali. Da bambina mi piaceva modellare il pongo, oggi mi piace costruire rivelatori. Avverto il bisogno fisico di essere vicino alla sperimentazione. Ho partecipato allo sviluppo dei rilevatori di particelle, per esempio il calorimetro ad argon liquido di Atlas, un cilindro lungo circa quattro metri e con un raggio interno di oltre uno. Le mani restituiscono al lavoro un aspetto familiare della ricerca. Nella scienza come in cucina ci vogliono regole matematiche e rigore. La termodinamica, la fluidodinamica… Ma ci vogliono anche creatività e fantasia. Un soufflé non riesce se la temperatura del forno e la durata della cottura non sono precise, ma seguire una ricetta in maniera pedissequa non è per nulla interessante “.

Ogni passo avanti del sapere prima o poi produce progresso. In che modo la ricerca sulle particelle elementari ha influito e influirà sulla nostra vita?
“Guardi, mi limito a un elenco di tre punti. Il primo: la realizzazione di un desiderio primario dell’umanità, la conoscenza, una delle ragioni più elevate della nostra specie. Il secondo: l’indispensabilità di fare ricerca di base per proseguire sul cammino del progresso, dell’evoluzione. Senza la meccanica quantistica e la relatività non avremmo avuto transistor e gps. Il terzo, lo sviluppo di tecnologie di punta che ci migliorano l’esistenza e diventano patrimonio dell’umanità com’è scritto nell’atto fondativo del Cern. Gli acceleratori di particelle sono già usati in fisica medica per bombardare i tumori con fasci di protoni o ioni-carbonio. Esistono due centri in Europa, a Heidelberg e a Pavia. Il Cnao fondato da Ugo Amaldi ha finora curato oltre quattrocento pazienti”.

Un suo collega ha detto: “Anche nel nostro mestiere quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. E di solito sono donne”. Le si attaglia questo aforisma?
“Il Cern è un luogo che celebra la diversità. Vi lavorano undicimila scienziati di cento nazionalità differenti, studenti che operano gomito a gomito con premi Nobel. Il genere, l’etnia, l’età e il passaporto contano poco. Sono qui perché sono un buon fisico, non perché sono donna”.

Madre palermitana laureata in filologia romanza, papà piemontese di Isola d’Asti, geologo. Siamo tutti il risultato di un padre e di una madre. Cosa le hanno trasmesso i suoi?
“Devo loro moltissimo. Con il loro esempio mi hanno insegnato l’onestà, il rigore morale e intellettuale, la generosità, il sacrificio, l’apertura mentale verso tanti campi e interessi. Ma, soprattutto, mi hanno dato molto amore”.

Lei non è sposata. È della stessa idea di Rita Levi Montalcini che diceva: “Sono io il marito di me stessa”?
“Assolutamente no. Da ragazzina avrei voluto avere cinque figli. È semplicemente andata diversamente”.

La Caverna numero cinque è stata scavata a Cessy, villaggio francese a una ventina di chilometri dal Cern. Piove sui prati, sui cavalli e le vacche al pascolo. L’ascensore scende di cento metri in pochi secondi. Sopra c’è una montagna bellissima e famosa che si chiama Jura. È la caverna delle meraviglie dove si dibatte la nostra ignoranza. Qui si scontreranno tra pochi mesi i protoni liberati da una bottiglia di idrogeno. Decine di ragazzi si aggirano tra migliaia di cavi, li conoscono uno a uno. Dice Gigi Rolandi, fisico sperimentale e professore alla Normale di Pisa: “Negli ultimi trent’anni è cambiato tutto. Prima si lavorava a piccoli gruppi, oggi ci sono tremila scienziati su ogni singolo progetto. È la Dottrina delle Formiche”.

Domando a Fabiola Gianotti come guiderà un esercito di oltre diecimila persone. Mi risponde così: “Non siamo un’azienda. Guai a soffocare con il controllo e un’organizzazione pesante l’essenza della ricerca, che si basa sulle idee. Penso a una direzione leggera, attraverso il consenso. Se il più giovane degli studenti ha l’idea giusta si proverà a fare ciò che il suo intuito ha suggerito. Siamo spinti dalle idee, non dalle gerarchie”.

© Riproduzione riservata28 dicembre 2014

Fabiola Gianotti: «Io credo in Dio, scienza e fede sono compatibili»

Fabiola GianottiDal 1 gennaio 2016 l’italiana Fabiola Gianotti è direttore generale del CERN di Ginevra, è il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle. Un ruolo certamente meritato anche per aver enormemente contribuito alla scoperta delbosone di Higgs.

La Gianotti viene definita la “signora della scienza”, ed è senza dubbio tra gli scienziati più noti al mondo. Il 6 gennaio scorso è stata ospite della trasmissione Otto e mezzo”, condotta dalla faziosa Lilli Gruber. In collegamento da Ginevra (il video lo trovate qui sotto), la Gianotti ha risposto a molte domande sulla fisica delle particelle così come alla richiesta sul rapporto tra scienza e fede: «la scienza e la religione devono restare su due strade separate», ha risposto la Gianotti, «la scienza si basa sulla dimostrazione sperimentale e la religione si basa su principi completamente opposti, cioè sulla fede, tanto più benemerito chi crede senza aver visto. E la scienza non potrà mai dimostrare l’esistenza o la non esistenza di Dio».

Alla domanda della Gruber se ha fede in Dio, la celebre scienziata ha risposto in modo molto asciutto: «Si, io credo». L’intervistatrice ha quindi domandato: la scienza è compatibile con la fede? «Assolutamente si, non ci sono contraddizioni. L’importante è lasciare i due piani separati: essere credenti o non credenti, non è la fisica che ci darà una risposta».

Anche pochi giorni prima, in un’intervista su “Repubblica”, la scienziata aveva detto: «Scienza e religione sono discipline separate, anche se non antitetiche. Si può essere fisici e avere fede oppure no. È meglio che Dio e la scienza mantengano la giusta distanza». Lo stesso concetto lo aveva ribadito su “Famiglia Cristiana” nel 2010: «Non vedo nessuna contraddizione tra scienza e fede: appartengono a due sfere diverse. Saremmo troppo ambiziosi e troppo arroganti se potessimo pensare di spiegare l’origine del mondo. Quello che possiamo fare noi scienziati è andare avanti passettino dopo passettino, e accumulare conoscenza. Ma, come diceva Newton, quello che conosciamo è una gocciolina e quello che non conosciamo un oceano, quindi siamo ben lontani dal rispondere a domande di quel tipo».

Nulla di strano, ovviamente, l’esperienza di fede della Giannotti non vale di più o di meno di quella di un sacerdote, di un muratore o di un libraio. E, sopratutto, non è che una delle migliaia di celebri scienziati a pensarla così, molti dei quali li abbiamo raccolti nel nostro apposito dossier, con tanto di citazioni. Certamente sarà uno smacco invece per Piergiorgio Odifreddi e i suoi epigoni, sempre impegnati a violentare la scienza per tentare di dimostrare l’inesistenza di Dio o, più semplicemente, per accusare i credenti di ignoranza o cretineria. Oltre al danno la beffa: mentre la Gianotti è a capo del Cern, Odifreddi non lo vogliono nemmeno come presidente della Giuria dei “Letterati” del Campiello 2015. Non c’è più irreligione, nemmeno tra gli scienziati.

Qui sotto il video con le dichiarazioni di Fabiola Gianotti sulla fede in Dio (pubblicato anche sul nostro canale Youtube)

La redazione

La scienziata Gianotti è credente? Ecco la reazione antiteista

Fabiola Gianotti 3Qualche giorno fa abbiamo pubblicato un articolo che ha avuto migliaia di visite in poche ore: si tratta delle dichiarazioni di Fabiola Gianotti, la scienziata più famosa del mondo oggi a capo del CERN di Ginevra, è il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle. Viene definita la “signora della scienza”.

Bene, la Gianotti intervistata alla trasmissione televisiva “Otto e mezzo” (video pubblicato sul nostro canale Youtube) ha scandalosamente ammesso: «Si, io credo in Dio. Non ci sono contraddizioni tra scienza e fede, l’importante è lasciare i due piani separati: essere credenti o non credenti, non è la fisica che ci darà una risposta. La scienza si basa sulla dimostrazione sperimentale e la religione si basa su principi completamente opposti, cioè sulla fede, tanto più benemerito chi crede senza aver visto».

Niente di eccezionale, l’esperienza di fede della Giannotti non vale di più o di meno di quella di un sacerdote, di un muratore o di un libraio. Oltretutto, tutti i più grandi uomini di scienza nella storia del mondo hanno fatto professione di fede, molti di loro avevano preso i voti religiosi (Mendel, Copernico, Lemaitre ecc.) e dicevano le stesse cose. Ma negli ultimi anni, condizionati dai secoli bui illuministi, la vulgata vuole che soltanto chi si professa ateo possa essere scienziato (e viceversa), perché i credenti in Dio non sono “razionalmente formati” (cfr. Odifreddi) per poter approdare alla laurea in materie scientifiche e ad intraprendere una carriera scientifica.

La Gianotti ha tolto per un attimo il velo dalla burla anti-teista e le reazioni non sono state molto contenute. Abbiamo fatto qualche screenshot -due o tre, giusto per rendere l’idea- come sintesi di quello che abbiamo letto su Facebook quando veniva condiviso il nostro articolo. In linea generale ci siamo divertiti molto, sopratutto per le reazioni isteriche. Peccato per i diversi insulti -anche sessisti- e le minacce che la dott.ssa Gianotti ha subito per queste parole. Tutto questo ci ha fatto anche capire quanto sia importante e vitale per questa cultura resistere nel sostenere la presunta dicotomia tra scienza e fede, tra scienziati e credenti. Possibile che non si riesca ad andare oltre? Ad intraprendere un confronto più maturo?

Fabiola Gianotti 2
La redazione

C’È UNA SUPERSTELLA PRIMA DEL BUCO NERO

Lampi gamma, un film girato al contrario

Il processo che dà origine ai GRB corti potrebbe avvenire con un’inversione temporale rispetto a quanto ritenuto. Lo suggerisce uno studio dell’Università di Trento e del Max Planck. Marica Branchesi: «È un modello che apre a nuovi scenari osservativi per le onde gravitazionali»

Tre fasi del modello di  emissione di short-GRBs messo a punto da Ciolfi e Siegel. La sigla NS sta per la stella supermassiva, mentre BH è il nuco nero. Fonte: http://arxiv.org/abs/1411.2015

Non cosa, ma quando. Capita spesso che un enigma si risolva come per incanto, non perché siano giunti nuovi indizi, ma semplicemente perché siamo riusciti a ribaltare la domanda. Potrebbe essere il caso del problema dei lampi di raggi gamma corti, gli short-GRB: esplosioni cosmiche violentissime – in grado di rilasciare una quantità d’energia pari a due milioni di trilioni di trilioni di megatonnellate di tritolo – dovute, pensano gli scienziati, alla formazione di un buco nero a seguito della fusione di due stelle di neutroni. Un fenomeno maestoso, relativamente raro e ancora avvolto da parecchi punti di domanda. Primo fra tutti: perché all’iniziale e repentina – meno di due secondi – produzione d’un lampo gamma (ilgamma-ray burst che dà il nome a questi eventi, appunto), fa seguito un’emissione di raggi X che può durare a lungo, anche diverse ore?

Un problema, questo, sul quale i teorici dei GRB si arrovellano da anni. Una possibile soluzione arriva ora da un giovane ricercatore, Riccardo Ciolfi, assegnista di ricerca del Dipartimento di Fisica dell’Università di Trento, e dal suo collaboratore Daniel Siegel, studente di dottorato al Max Planck Institute for Gravitational Physics. I quali, più che fare ipotesi su cosa accada quando viene emesso un lampo gamma, si sono chiesti in che ordine avvengano le cose.

Già, perché fino a oggi davano tutti per scontato che l’emissione in banda X (più debole) avvenissesuccessivamente a quella in banda gamma (più energetica), come in effetti osservato da telescopi come quello a bordo del satellite Swift della NASA, il cacciatore di GRB per eccellenza. Ma i modelli matematici messi a punto al computer da Ciolfi e Siegel raccontano un’altra storia. Una storia che ha per protagonista, oltre alla coppia di stelle di neutroni e al buco nero che si forma dalla loro fusione, una stella ipermassiva che farebbe la sua comparsa effimera – da pochi minuti a poche ore, in base a quanto a lungo è in grado di resistere all’inevitabile collasso gravitazionale – in una fase intermedia, fra il primo e il secondo atto. L’anello mancante per spiegare quell’emissione X così protratta.

Cosa c’entra, dunque, questa superstella ipermassiva, quest’inatteso oggetto di transizione, con il flusso di raggi X? Come riporta lo studio pubblicato su The Astrophysical Journal Letters, secondo il modello è proprio la superstella a generare l’energia che darà origine all’emissione X. Solo che quest’energia non fuoriesce subito: rimane intrappolata nella densa nube di materia ed energia – conseguenza dei potentissimi campi magnetici in atto – che avvolge la stella stessa. Quando la superstella collassa, dando origine al buco nero, ecco che viene emesso il lampo gamma, sotto forma di un getto prorompente in grado d’attraversare indisturbato persino la nube. Dunque la radiazione gamma viene prodotta dopo quella X, ma viene rilasciata prima, a causa appunto del ritardo introdotto all’azione della nube. Un ritardo, notano gli autori dello studio, compatibile con la lunga durata della radiazione X che si osserva a seguito dell’esplosione di lampi gamma.

Un aspetto cruciale di questa ricostruzione temporale alternativa è che potrebbe essere presto sottoposta a verifiche osservative grazie ai nuovi strumenti per la rilevazione di onde gravitazionali. «Il modello di Ciolfi e Siegel», sottolinea infatti Marica Branchesi, ricercatrice all’Università di Urbino “Carlo Bo” e associata INAF, «è estremamente interessante, non solo perché spiega l’emissione elettromagnetica in gamma e in X di molti gamma ray burst corti, ma perché apre a nuovi scenari osservativi per le onde gravitazionali, la cui rivelazione  potrebbe confermare in maniera schiacciante il modello stesso. Fino a ora l’emissione di onde gravitazionali e l’emissione gamma sono state sempre considerate contemporanee, ovvero durante la fase finale di coaelescenza di un sistema binario di stelle di neutroni e collasso gravitazionale in un buco nero. Questo nuovo modello prevede la formazione di una stella di neutroni supermassiva che può sopravvivere per diversi minuti, spostando il collasso gravitazionale in avanti nel tempo. I rivelatori di onde gravitazionali avanzati, Virgo e LIGO, che inizieranno a osservare il cielo tra quest’anno e il prossimo, potranno quindi rivelare un’emissione di onde gravitazionali e mandare velocemente un’allerta ai satelliti di alta energia. E se verrà osservato un flash gamma, non ci saranno più dubbi che la coalescenza di due stelle di neutroni dà vita ai gamma ray burst corti».

Per saperne di più:

Leggi su The Astrophysical Journal Letters l’articolo “Short gamma-ray bursts in the “time-reversal” scenario“, di Riccardo Ciolfi e Daniel M. Siegel

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