Il SETI: “Nessun segnale dai pianeti extrasolari”

Tutto tace. Il silenzio attorno a noi è sempre più assordante, nonostante la scoperta di decine e decine di pianeti extrasolari– alcuni, con caratteristiche molto incoraggianti per la potenziale presenza di  vita aliena. Eppure, le nostre “grandi orecchie” puntate proprio verso quelle porzioni della volta celeste continuano a non percepire alcun suono.

LE ANTENNE DELL'ALLEN TELESCOPE ARRAY, IN CALIFORNIA

Da decenni, è il SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) ad indirizzare i suoi potenti radio telescopi in direzione di stelle lontane per captare qualche segnale. Ora, con le sue parabole cerca di lavorare in sintonia con Kepler, il cacciatore di esopianeti che dopo aver vissuto qualche momento difficile ( un guasto sembrava averne compromesso per sempre la funzione) è tornato in forma smagliante e ha ripreso a scandagliare la galassia alla ricerca di nuovi mondi.

Utilizzando l’ Allen Telescope Array (in breve, ATA), parte del grande radio osservatorio di Hat Creek, a circa 460 km da San Francisco, il SETI è rimasto in ascolto di eventuali messaggi provenienti da HIP 116454b, un pianeta che si trova nella costellazione dei Pesci a 180 anni luce da noi. Si tratta di una super-Terra, con un diametro 2,5 volte superiore a quello terrestre: è il primo mondo alieno scoperto da Kepler dopo il ripristino delle sue funzioni, lo scorso dicembre.

Come dicevamo, da lassù non sta arrivando alcun segnale interessante. Ma non c’è molto da stupirsi: HIP 116454b non è esattamente quel tipo di pianeta che gli scienziati definiscono “copia” o “gemello” della Terra. Tutt’altro. Tra quelli recentemente scoperti, è forse quello meno appetibile come candidato ad ospitare la vita: orbita attorno alla sua stella in appena 9 giorni , dovrebbe avere una temperatura superficiale bollente ed essere in rotazione sincrona– mostra dunque sempre lo stesso lato al suo sole, come la Luna fa con noi.

UN'IMMAGINE IDEALE DI HIP116454B

Ma allora perché l’ATA ha scelto proprio questo pianeta probabilmente molto inospitaleper captare eventuali comunicazioni di una ipotetica civiltà aliena? “Come secoli di esperienza ci dimostrano, l’osservazione a volte supera l’attesa ed ecco perché i nuovipianeti extrasolari– sia che sembrino promettenti per la vita oppure no- sono osservati di routine dal SETI con l’apparato del telescopio Allen”, ha scritto l’astronomo nonché direttore del programma di ricerca, Seth Shostak.

Insomma, la scienza ci ha abituato a scoperte sensazionali quando meno ce l’aspettavamo. Il fatto che HIP 116454b appaia inadatto allo sviluppo della vita– almeno, come la conosciamo noi- non basta ad escluderlo dalla lista degli esopianeti da studiare. Dunque, il radio telescopio è rimasto in ascolto comunque. Il risultato: nulla. Come forse era previsto, come sempre è accaduto fino ad oggi.

Il SETI ha sempre tentato di intercettare segnali radio, nella banda più bassa, emessi da forme di vita intelligenti: dunque, veri e propri messaggi, forme di comunicazione, non suoni casuali. Il punto di partenza è il seguente: noi esseri umani da oltre un secolo, da quando abbiamo raggiunto un discreto livello tecnologico, diffondiamo onde radio nello spazio. Ergo, altre civiltà evolute almeno quanto noi dovrebbero fare lo stesso.

Fino al 2009, i target erano scelti a caso. Dall’entrata in funzione di Kepler, le antenne del SETI sono state indirizzate in modo più preciso, a colpo sicuro. Come nel caso di HIP 116454b. Finora, ci si è concentrati nella gamma compresa tra 1000 e 2250 MHz, ma in seguito- assicura Shostak- verranno prese in esame anche frequenze più alte. Insomma, il SETI non vuole lasciare nulla di intentato.

L'ASTRONOMO DEL SETI SETH SHOSTAK

Ma non mancano le critiche di chi ritiene sbagliata la premessa e quindi errato il risultato. Perché- dicono altri ricercatori- dare per scontato che tutte le civiltà passino attraverso gli stessi stadi evolutivi di quella nostra? Perché aspettarsi che creature completamentediverse da noi utilizzino le stesse onde radio? Forse il silenzio assordante che ci circonda è solo frutto della nostra incapacità di ascoltare.

SABRINA PIERAGOSTINI

L’Antropocene è già iniziato. E non c’è nulla da festeggiare.

Antropocene– ovvero l’era caratterizzata, condizionata, modificata dall’azione dell’uomo. La discussione è aperta tra geologi, climatologi, ecologisti: c’è chi pensa che essa sia giàiniziata e chi invece ritiene che stiamo ancora vivendo nell’Olocene. Alcuni ricercatori, però, non solo sono sicuri che questa nuova fase della storia della Terra sia ormai in corso, ma ne hanno anche fissato il punto di partenza: la detonazione della prima bomba atomica nel 1945.

L'INIZIO DELL'ERA ATOMICA COINCIDEREBBE CON L'INIZIO DELL'ANTROPOCENE

“Come ogni confine geologico, non è un indicatore perfetto: in realtà l’aumento delle radiazioni globali si è registrato nei primi anni ’50, quando si sono verificati i vari test nucleari. Ma potrebbe essere un modo ottimale per risolvere le molteplici evidenze deicambiamenti planetari prodotti dall’umanità. Il tempo- e il dibattito- ce lo diranno”, ha spiegato Jan Zalasiewicz, docente del dipartimento di Geologia dell’Università di Leicester e presidente dell’ Anthropocene Working Group.

Si tratta di un organo formato da esperti interdisciplinari, sia scienziati che umanisti, sotto l’egida dell’International Commission on Stratigraphy, che si occupa di problematiche su scala globale relative alla stratigrafia, alla geologia e alla  geocronologia. Il compito del gruppo di lavoro è elaborare una proposta per la ratifica formale dell’ Antropocene come unità ufficiale che modifica la scala temporale geologica.

Questa parola, che associa il termine ànthropos ( uomo, in greco antico) e kainòs (nuovo, sempre in greco), è stata coniata negli anni ’80 dal biologo Eugene Stoermer, ma è stata poi diffusa dal premio Nobel per la Chimica Paul Crutzen, a partire dal 2000, proprio per sottolineare i  mutamenti provocati sul “sistema Terra” dall’intervento dell’uomo. Cambiamenti radicali che hanno alterato nel profondo ( e in peggio) il nostro pianeta e tutti concentrati nel giro di pochi decenni.

Lo afferma anche un recente articolo pubblicato da Science intitolato “Confini Planetari: guidare lo sviluppo umano su un pianeta che cambia”. Lo studio viene presentato, in questi giorni, al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Il team di ricercatori internazionali, dopo aver analizzato il cambiamento climatico, la perdita dell’integrità della biosfera e l’alterazione dei cicli biogeochimici,  è arrivato ad una conclusione poco incorraggiante: la nostra civiltà ha superato 4 dei 9 cosiddetti confini planetari, dunque potremmo già essere sulla strada del non-ritorno.

NEGLI ULTIMI 100 ANNI, LA TERRA HA RADICALMENTE MUTATO IL SUO ASPETTO

“Stiamo correndo oltre i limiti biofisici che permettono alla specie umana di esistere”, è il campanello di allarme lanciato da Steve Carpenter, direttore del Madison Center di Limnologia dell’Università del Winsconsin, uno dei 18 esperti che hanno firmato l’articolo. Negli ultimi 11.700 anni- da quando ha avuto inizio l’Olocene– la Terra ha sperimentato una notevole stabilità. Eppure, nel corso di questi millenni è successo di tutto- siamo passati dall’età glaciale, alla nascita delle prime città, fino all’ era industriale.

Ma negli ultimi 100 anni, alcuni dei parametri che hanno reso l’Olocene un periodo così propizio allo sviluppo della civiltà sono drasticamente mutati- per colpa nostra, ovviamente. Carpenter si è focalizzato sul cambiamento dei cicli vitali delle sostanze chimiche all’interno dell’ecosfera, in particolare di due elementi essenziali per la vita organica- fosforo ed azoto. Entrambi sono utilizzati come fertilizzanti e l’incremento, esponenziale, dell’agricoltura industriale su larga scala ha prodotto un enorme aumento anche di queste sostanze chimiche nel nostro ecosistema.

“Abbiamo cambiato il ciclo di azoto e fosforo molto più profondamente di qualsiasi altro: una crescita nell’ordine del 200-300%”, ha detto il docente. “Pensiamo al carbonio: è aumentato solo del 10/20% e guardate quali sono stati gli effetti deleteri sul clima.” In questo caso, i danni peggiori li ha subìti l’acqua. L’aumento del  fosforo, indica come esempio, è la causa principale della proliferazione delle alghe e del calo dell’ossigeno nel Lago Erie, mentre l’azoto finito nel Mississippi è responsabile della “zona morta” nel Golfo del Messico.

Al contrario, ci sono aree, nel nostro pianeta, che manifestano una grave carenza di queste sostanze chimiche, come ampi settori dell’Africa e dell’Asia. “Ci sono luoghi che sono davvero sovraccarichi di inquinamento da nutrienti, come il Winsconsin e l’intera regione dei Grandi Laghi. Invece, in altre zone, dove vivono miliardi di persone, c’è una grave mancanza di azoto e fosforo: molte popolazioni non ne hanno a sufficienza per coltivare il cibo di cui hanno bisogno”, ha confermato Carpenter. Insomma, l’ennesimo paradosso dei nostri tempi: uno squilibrio – stavolta chimico- che in eccesso produce inquinamento e in difetto produce carestie.

INQUINAMENTO, DEFORESTAZIONE, CEMENTIFICAZIONE E MUTAMENTI CLIMATICI: ECCO COSA HA PRODOTTO L'UOMO

“Forse è possibile per l’umanità sopravvivere anche in condizioni differenti da quelle dell’Olocene, ma non ne abbiamo la sicurezza: visto che la civiltà si è sviluppata grazie a quelle condizioni, sarebbe saggio fare di tutto per conservarle”, ha chiosato il ricercatore americano. Ma potrebbe essere troppo tardi, se- come afferma l’Anthropocene Working Group– siamo già da tempo entrati in una nuova fase geologica. Entro il 2016, ipotizzano che sarà ufficialmente decretato l’inizio dell’Antropocene, l’era dell’Uomo. E visto i danni che abbiamo prodotto, non c’è molto da festeggiare.

SABRINA PIERAGOSTINI

Intervista al professor Salucci: “La Via Lattea, i wormhole e gli ufo”

Il suo studio fa discutere, sorprendere e sognare. È uno studio scientifico, pubblicato dall’autorevole rivista Annals of Physics, nel quale si avanza una proposta provocatoria: e se la Via Lattea non fosse altro che il gigantesco motore di un wormhole, ovvero un tunnel spazio-temporale che collega due punti dell’universo?

L’autore di questa idea-choc è Paolo Salucci, docente della SISSA di Trieste (la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati). Lo considerano uno dei principali esperti mondiali di materia oscura. E proprio partendo da una nuova interpretazione di questa realtà assai sfuggente, ma innegabile, che compone la maggior parte di ciò che ci circonda, il professore è arrivato alla sua ipotesi sconcertante.

“Nell’universo, in tutte le sue strutture come galassie ed ammassi di galassie, noi ci accorgiamo che ci sono dei moti diretti da qualcosa che non vediamo. Ad esempio alcune stelle in alcune galassie ruotano ad una velocità molto maggiore e molto diversa da quella che noi ci aspetteremmo. È un fenomeno ben conosciuto da ormai 30 anni: la maggior parte della materia è praticamente invisibile, invisibile all’occhio perché non emette alcuna radiazione, eppure agisce gravitazionalmente. Questa è l’idea di base del concetto di materia oscura, che è presente ovunque, in tutto l’universo”, mi ha spiegato in una lunga intervista via Skype, mentre eravamo davanti ai nostri Pc e ad una telecamera che ha registrato tutto.

Una materia che c’è, dunque, ma non si vede e che in decenni di ricerche non è mai stata individuata: nessun laboratorio finora ha scoperto la particella che la compone. Sappiamo che esiste- dagli effetti che manifesta- ma non sappiamo cosa la produca. Un bel mistero. Ecco perché il professor Salucci- nel pieno rispetto delle leggi della fisica classica e senza inventare nulla- ha provato un approccio diverso: ha immaginato che si tratti di energia. “Un lavoro certamente provocatorio e nelle sue prime fasi di realizzazione consiste nell’ abbandonare l’ipotesi che questa forza oscura sia dovuta a normale materia, anche se materia che non emette luce, ma appartenga ad una struttura dello spazio-tempo. Ne deriva che (assumendo che l’effetto visibile sia creato dallo spazio-tempo stesso curvato in un certo senso anche a livello galattico) questa curvatura è capace di aprire quelli che chiamiamo cunicoli spazio-temporali. Cioè se a questa forza le associamo un’energia dello spazio-tempo a livello galattico, questa energia è capace di formare un wormhole e questo wormhole è addirittura stabile e potrebbe essere (teoricamente) attraversato , cioè potrebbe essere usato per passare da una posizione all’altra o nella nostra galassia o nell’universo”, dice l’astrofisico di Trieste.

Il discorso si fa complesso, ma anche straordinariamente intrigante. L’equazione di Einstein, in base alla quale si genera un tunnel spazio-temporale, viene di norma risolta utilizzando un buco nero come motore per la generazione di quel passaggio detto “ponte di Einstein-Rosen”. Ebbene, Salucci ha dimostrato che l’equazione funziona anche se come motore si utilizza il campo gravitazionale della materia oscura presente nella Via Lattea. Solo un caso, forse, ma molto suggestivo.

“Chiaramente questa non è una prova, però è interessante vedere la coincidenza, no?”, mi chiede il professore. “Insomma, se si cambia il modo di pensare e ci si apre al fatto stesso che invece che una massa abbiamo un’energia proprio della curvatura dello spazio-tempo a livello galattico, si arriva a un altro fenomeno studiato in modo del tutto indipendente da tantissimi ricercatori, inclusi Stephen Hawking, Kip Thorne, e dai migliori relativisti al giorno d’ oggi, per l’appunto il wormhole. Il punto interessante è che di solito i wormhole sono associati ai blackhole, cioè sono fenomeni quantistici. In questo caso invece la parte bellissima è che il wormhole sarebbe un fenomeno classico, senza bisogno di campi quantistici.”

Il professore sorride, entusiasta. Si capisce quanto ami questa disciplina così complessa ed ostica per la maggior parte di noi. Per spiegare, in modo semplice ed intuitivo, cosa sia un tunnel spazio-temporale, arrotola un foglio di carta su se stesso davanti alla telecamera e spiega: “Facendo così, due punti che prima sul foglio disteso erano lontanissimi si avvicinano. Lo stesso fa il wormhole: mette in contatto due zone dello spazio molto lontane una dall’altra che diventerebbero fisicamente, nello spazio tridimensionale, vicine tra loro. Naturalmente, questa è teoria, non è stato ancora verificato sperimentalmente.”

C’è un altro elemento da non trascurare nella teoria esposta da Paolo Salucci. Questo wormhole formato dall’energia oscura oltre che stabile sarebbe soprattutto spontaneo. Ammesso e non concesso che esista davvero, noi potremmo mai trovarlo ed utilizzarlo? Il professore sta al gioco ed accetta di procedere con ragionamenti per assurdo. “Qui stiamo parlando di fantascienza, no? Io non so proprio dove potrebbe trovarsi questo cunicolo spazio-tempo, ma forse ci vorrebbe più tempo per avvicinarsi ad esso che non per attraversarlo. Francamente però se il wormhole è attraversabile, non dovrebbero servire tecnologie speciali. Non stiamo discutendo di creare un wormhole artificialmente. In questo caso, farebbe tutto la natura.”

Da un’ ipotesi fantascientifica ad un’altra, sondiamo Salucci su un’altra eventualità. Se davvero nella Via Lattea ci sono questi passaggi spazio-temporali, qualcuno altro potrebbe averli già trovati ed usati? Insomma, potrebbe averlo fatto una civiltà dello spazio più evoluta?
“Bè, certo, sì. Occorre naturalmente che ci siano quelle che sono chiamate tecnicamente delle civiltà di tipo 1, cioè civiltà capaci di sfruttare l’energia di tutta la galassia, quindi molto ma molto più sviluppate rispetto a noi. È evidente che una civiltà superevoluta potrebbe usare questi cunicoli spazio-temporali, eventualmente per trasporto e per chissà cos’altro. Siamo molto lontani dalla nostra situazione attuale, perché noi siamo ancora confinati al nostro sistema solare. Però potrebbe esistere in teoria- sempre in teoria, eh…- una civiltà galattica. Perchè un grosso problema per la presenza di una civiltà globale galattica sono le distanze: in ogni caso, non si può andare più veloci della luce e per andare da un punto all’altro della galassia ci si impiega centinaia di migliaia di anni. Quindi una cosiddetta civiltà globale galattica è molto difficile con il vincolo della velocità della luce. Ma i tunnel spazio-temporali potrebbero far superare questo limite e far sì che una super civiltà effettivamente possa essere globale.”

Creature ultratecnologiche, provenienti da uno dei miliardi di pianeti che ci circondano, nell’immensità del cosmo… La fantasia le ritiene probabili, possibili se non addirittura certe. Ma la scienza cosa dice? Il discorso cambia registro. Ora a rispondere non è più l’astrofisico, ma l’uomo che si è interrogato, come tutti, sul mistero della vita. Siamo soli nell’universo?

“Questo è un discorso che ha poco a che fare con l’astronomia o con la cosmologia, è un discorso filosofico. Noi abbiamo la vita oggi e qui e la filosofia dice che avendo la vita oggi e qui e vedendo che la vita sulla Terra cerca di occupare ogni cella ecologica, va dappertutto e si espande il più possibile, ciò significa che se c’è la vita qui c’è un po’ dappertutto. L’astrofisica d’altra parte dice che esistono migliaia di miliardi di stelle nella nostra galassia molto simili al Sole e che ci sono altrettanti pianeti con tanto di ossigeno, minerali e altre caratteristiche necessarie alla vita. Quindi non è strano pensare che la vita si sia sviluppata in molti posti della galassia. Interessanti sono i tempi: la nostra galassia ha circa 13 miliardi di anni, mentre la nostra stella è nata solo 4-4.5 miliardi di anni fa. Nei precedenti 8 miliardi di anni altre stelle come il Sole si sono formate e si sono sviluppate con pianeti come la Terra e così via. Quindi, nel passato c’è stato tutto il tempo perché si creassero grandi civiltà e c’è tuttora. Da un punto di vista filosofico non ci sono che 2 possibilità: o siamo soli, letteralmente soli, oppure la vita pullula dappertutto nella nostra galassia. Non c’è via di mezzo.”

La conversazione è amichevole, il professore disponibile e allora oso spingermi un po’ più in là, chiedendogli un’opinione personale su questa questione cruciale. L’obiezione principale, quando si discute della presenza di vita intelligente nello spazio, è sempre la stessa, ispirata al cosiddetto Paradosso di Fermi: ma se davvero il cosmo è pieno di vita, dove sono tutti gli altri? Perché non ne vediamo le tracce, perché non ne registriamo le comunicazioni? Insomma, come giustificare il silenzio assordante che ci circonda? Alcuni scienziati lo spiegano con la nostra incapacità di interpretare i segnali o l’arretratezza dei nostri radiotelescopi (rispetto, ovviamente, all’ipotetica super-civiltà galattica). Il professor Salucci aggiunge un ulteriore spunto di riflessione.

“Ci sono varie possibilità. La prima è che effettivamente abbiamo appena iniziato a cercare. Non possiamo pensare di aver cercato e trovato già tutto. Sarà interessante mettere sotto esame i pianeti terrestri che sicuramente verranno scoperti nei prossimi anni. Saranno individuate delle copie della Terra a distanza non troppo lontana da noi e con i nostri più grandi radiotelescopi potremo vederne l’atmosfera, spiarli e accorgerci se la vita è presente o no, intelligente o meno. Non è che abbiamo già fatto tutto nello studio delle altre civiltà!”

Insomma, diamo tempo al tempo: visto che il SETI è in ascolto da circa 30 anni (un periodo ridicolo da un punto di vista cosmico), non può sorprendere che ancora non abbia raggiunto risultati. Ma il professore va oltre ed espone un’altra possibile spiegazione di questa apparente, totale solitudine. E lo fa riprendendo una teoria diffusa e condivisa da vari ricercatori, anche tra i cosiddetti “alternativi”, ovvero la teoria dello Zoo galattico o del Grande Zoo. Il silenzio sarebbe voluto. Chi ci circonda non comunica volutamente con noi, per non interferire con il nostro sviluppo e rimane ad osservarci, a debita distanza, come uno spettatore davanti alla gabbia delle tigri- incuriosito e preoccupato insieme.

“Questo è il mio punto di vista”, dice infatti Salucci- “non è che tutti debbano essere d’accordo, specie tra i miei colleghi. Però dal mio punto di vista, il problema è il rischio di contaminazione. Un inquinamento culturale da parte di un qualunque tipo di Extraterrestri – perché qualunque tipo di Extraterrestri capace di muoversi nella galassia è comunque superiore a noi dal punto di vista culturale, scientifico e così via- è un qualcosa che secondo me gli Extraterrestri non fanno. Io sono per l’ipotesi del Grande Zoo. Cioè noi siamo messi in una specie di embargo, perciò nessuno può contattarci, almeno non direttamente, e nessuno può arrivare a modificare la cultura terrestre, perché è la cosa più bella ed importante che abbiamo: è la cultura di una civiltà pre-volo galattico, pre-curvatura se così si può dire, e praticamente diamo alla comunità galattica qualcosa di unico. Bè, almeno questo il motivo per cui io ritengo che esista una prima direttiva che impedisce il contatto tra noi e gli Extraterrestri. E potrebbe spiegare i due casi, sia perchè non siamo contattati sia perché ci sono tanti fenomeni in cui effettivamente sembra che questo contatto ci sia. Ciò è dovuto al fatto che l’embargo non è al 100 %. Quello che vediamo, ossia i fenomeni UFO, in una parte minima è dovuto ad un embargo non perfetto da parte di tantissime civiltà galattiche sulla civiltà terrestre. Questo però non ha niente a che fare con i wormhole e con la materia oscura. È un’opinione mia!”

Certo, solo un’opinione. Ma resto sbalordita. Non mi era mai successo di sentire di persona uno scienziato, un astrofisico di fama internazionale, parlare in questi termini degli Oggetti Volanti Non Identificati. Ma non erano tutte sciocchezze da non prendere neppure in considerazione? Tutte baggianate sulle quali farsi due belle risate? Evidentemente, no. La risposta del professor Salucci è molto chiara e molto onesta.

“Ma non è vero che gli scienziati sbeffeggiano questa possibilità! È chiaro che in molti casi si sta parlando di imbrogli e gli imbrogli sono ben presenti, perché spesso chi ha visto gli UFO ha poi modo di guadagnarci dei soldi. Però gli scienziati rimangono a bocca aperta davanti ad alcuni di questi eventi, perché non hanno una spiegazione scientifica ancora. Sono circa l’un per cento, però ci sono. E chiaramente, secondo me, la presenza dei wormhole aiuta in questo discorso, ma aiuta ancor di più aver scoperto che i pianeti abitabili sono molti, molti di più di quanto pensassimo. La più grande scoperta dell’astrofisica negli ultimi anni è il numero dei sistemi solari simili al nostro nella nostra galassia e ogni giorno praticamente si scopre un nuovo pianeta. Molti iniziano ad essere maledettamente vicini alla Terra. È una cosa che forse 20 o 30 anni fa non era così ovvia. Ma è evidente che quando si trovano letteralmente 100 milioni di Terre esattamente fotocopia della nostra dal punto di vista geologico è difficile poi dire che gli Alieni non esistono. E quindi è molto più probabile che alcuni dei fenomeni che noi ora chiamiamo UFO – alcuni, eh, solo una piccola parte- siano effettivamente qualcosa di reale.”

Capito? Una percentuale minima, ma consistente (l’1%), di avvistamenti di oggetti volanti sconosciuti potrebbe essere spiegata come manifestazione di entità provenienti da altri mondi simile al nostro. Gli UFO astronavi aliene: perché no? , sembra dire Salucci. Lo ribadiamo: una posizione assolutamente personale. Ma- ci fa capire- condivisa da un certo numero di colleghi. Un’altra rivelazione inattesa. Alla domanda: ”Varrebbe la pena che la scienza, allora, studiasse questi rari casi davvero inspiegabili?”, il professore ribatte subito: “Certo, ma ci sono scienziati che lo già fanno eh? È ovvio che gli scienziati, nella stragrande maggioranza, non vanno poi a parlare con giornali!” confessa con una risatina. Si fa, ma non si dice, insomma… Le ricerche scientifiche su questo ambito “eretico” restano confinate ad un ristretto numero di addetti ai lavori, ma non mancano studiosi che prendono in esame l’argomento in modo estremamente serio.

“Non è vero che ci non sono scienziati che lavorano su questo, ci sono, ma spesso chi si dedica in modo un po’ più approssimativo ha più visibilità soprattutto perché ha più interesse ad entrare in contatto con il pubblico. Ad esempio, nessuno scienziato farà mai un blog… Magari è questo il motivo per cui la gente non conosce i lavori scientifici sull’argomento, ma non è vero che la scienza ha una presa di posizione negativa. Ce l’ha nei confronti degli imbroglioni, dei tanti fenomeni che sono naturali o sono scherzi oppure collegati ad esercitazioni militari e così via. Questo sì. Chiaro che se arriva il tizio che dice:< Sono stato rapito da un Extraterrestre che mi ha portato su Venere> uno scienziato si mette a ridere. Però l’esistenza di questo fenomeno non è messa in discussione dagli scienziati.”