Scoperti sette gruppi di sfuggenti galassie nane

23 gennaio 2017

L’osservazione di gruppi di galassie nane che interagiscono fra loro attraverso la forza di gravità mostra che le grandi galassie sono frutto della fusione di tante galassie più piccole. La scoperta è anche una conferma indiretta degli attuali modelli che prevedono l’esistenza della materia oscura(red)

Sette gruppi di piccole galassie fra loro gravitazionalmente legate confermano le teorie sulla formazione delle grandi galassie, come la nostra Via Lattea e, indirettamente, corroborano l’attuale modello di un universo dominato dalla materia oscura. La scoperta di queste strutture è stata effettuata da ricercatori dell’Università della Virginia a Charlottesville e della Columbia University, che ne danno un resoconto su “Nature Astronomy”.

Attualmente si ritiene che la maggior parte delle galassie si sia formata attraverso la collisione e la fusione di galassie più piccole. Tuttavia solo il cinque per cento circa delle galassie nane censite – ossia di galassie da 10 a 1000 volte più piccole della Via Lattea – ha qualche altra galassia nana compagna. Le altre sono satelliti di galassie giganti o vagano sperse nello spazio. La dimostrazione dell’esistenza di gruppi di galassie nane era quindi un obiettivo di primaria importanza per validare la teoria sull’evoluzione delle galassie.

Scoperti sette gruppi di sfuggenti galassie nane
Uno dei sette gruppi di galasie nane. (Cortesia Kelsey E Johnson, Sandra E Liss, Sabrina Stierwalt)

Attraverso un attento esame delle immagini dello Sloan Digital Sky Survey – che ha cartografato un quarto della volta celeste per una profondità di 1,5 miliardi di anni luce, catalogando oltre un milione di galassie –  Sabrina Stierwalt e colleghi hanno identificato 60 potenziali gruppi di piccole galassie legate fra loro.

Queste galassie sono state quindi osservate con il Walter Baade Telescope da 6,5 metri (uno dei due telescopi Magellan dell’Osservatorio di Las Campanas in Cile), con il telescopio da 8 metri Gemini North a Mauna Kea, nelle Hawaii, e con  il telescopio da 3,5 metri dell’Apache Point Observatory a Sunspot, nel New Mexico. La maggior parte dei candidati si è rivelata costituita in realtà da galassie molto lontane le une dalle altre, ma che si trovano semplicemente

su linee di vista molto vicine. Tuttavia per sette di essi i ricercatori hanno avuto conferma che si trattava effettivamente di gruppi di galassie fra loro legate dal punto di vista gravitazionale.

Questi gruppi sono formati da tre-cinque galassie, ciascuno dei quali ha una massa complessiva compresa fra i 4 e i 20 miliardi di masse solari. Per confronto, si stima che la Via Lattea superi i 200 miliardi di masse solari.

Successive simulazioni hanno mostrato che i movimenti reciproci delle galassie di ciascun gruppo non sono spiegabili sulla base delle interazioni gravitazionali dovute alla loro massa osservabile. Questi movimenti presuppongono la presenza di un’ulteriore massa, di entità all’incirca corrispondente a quella ipotizzata dai modelli cosmologici sulla materia oscura.

Le commoventi foto che mantengono la memoria del gemello neonato che non ce l’ha fatta

La famiglia è grata per i preziosi momenti condivisi con il bambino e farà tesoro di queste foto

Lyndsay e Matthew Brentlinger erano entusiasti quando, il 17 dicembre scorso, vennero alla luce due gemelli, un maschio e una femmina. I Brentlinger hanno provato ad avere bambini per anni, ed erano esaltati all’idea di diventare finalmente genitori.

Tuttavia, negli ultimi mesi di gravidanza, fu detto a Lyndsay che uno dei gemelli sarebbe morto prima della nascita o subito dopo. Secondo Good Housekeeping, “dopo la scoperta di anomalie cardiache i medici ritennero che il maschietto sarebbe nato morto”.

web-newborn-photos-lindsey-brown-photography-02

In un’intervista a Today Lyndsay ha dichiarato: “È stato uno dei giorni peggiori della mia vita quando, con ancora dei mesi di gravidanza da portare avanti, abbiamo scoperto che avremmo perso nostro figlio. Ma abbiamo avuto il tempo per prepararci… mio marito ed io abbiamo una forte fede in Dio e, attraverso la preghiera, abbiamo sentito il Suo amore, la Sua pace e il Suo sostegno”.

Contro ogni pronostico, il piccolo William è nato insieme a sua sorella Reagan. E sebbene abbia vissuto solo per 11 giorni al di fuori del grembo materno, è stato visto come un piccolo miracolo.

 

web-newborn-photos-lindsey-brown-photography-01

Per aiutare a preservare la memoria del piccolo William, i Brentlinger hanno contattato la fotografa Lindsey Brown per una sessione fotografica dell’ultimo minuto. La Brown ha detto alla CNN: “Mancavano pochi giorni al Natale e il servizio non era stato prenotato con largo anticipo; lei sperava che, a causa delle circostanze, avrei fatto un’eccezione”. Per fortuna la donna fu in grado di trovare una “finestra” nel suo fitto programma di appuntamenti e potette andare a fare le foto ai gemelli appena nati.

web-newborn-photos-lindsey-brown-photography-04

Per la Brown si trattò di una delle sessioni fotografiche più difficili di sempre, sapendo che il piccolo William non sarebbe stato lì a lungo. Ha spiegato a Good Housekeeping: “Non riuscivo a credere a quanto entrambi sembrassero perfetti… William era estremamente attento, come se stesse cercando di carpire ogni cosa attorno a lui, mentre la piccola Reagan dormiva e a malapena apriva gli occhi. Per tutto il tempo in cui sono stata lì, c’era un’atmosfera agrodolce”.

web-newborn-photos-lindsey-brown-photography-03

I Brentlinger si sono detti eternamente grati per il prezioso tempo avuto con il piccolo William, aggiungendo che avrebbero guardato le foto regolarmente.

“I giorni in cui entrambi i nostri bambini erano a casa, insieme, sono stati incredibili… Abbiamo fatto del nostro meglio per goderci il tempo insieme e creare ricordi. Ci siamo riusciti, e ci siamo sentiti benedetti da Dio per il tempo avuto per conoscere nostro figlio… Racconteremo a Reagan del suo speciale angelo custode, e lei potrà vedere l’amore e il legame speciale che hanno condiviso insieme”.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

Un bambino si avvicina a una macchina per chiedere l’elemosina e si commuove guardando dentro

Il finale di questa storia incredibile vi sorprenderà

Un bambino si avvicina a una macchina per chiedere l’elemosina e si commuove guardando dentro

Molta gente pensa che chi non ha un tetto o non ha denaro viva solo per lamentarsi o suscitare la pena altrui, ma ci sono persone senza mezzi economici molto più generose di tanti ricchi.

John Thuo è una di queste persone. Era uno dei tanti bambini abbandonati e senza casa che devono chiedere l’elemosina per sopravvivere a Nairobi, in Kenya, cosa purtroppo relativamente comune in quella città, nella quale la maggior parte degli abitanti ha un’opinione negativa di loro, ritenendoli dei ladri.

John, però, ha dimostrato non solo di non essere un ladro, ma di avere anche un gran cuore. Quando ha chiesto l’elemosina a una persona speciale, la vita di entrambi è cambiata per sempre.

1

Come dicevamo, John viveva mendicando qualcosa dagli occupanti delle macchine quando il semaforo è rosso. È così che un giorno ha conosciuto Gladys Kamande.

2

Quando John ha guardato all’interno dell’abitacolo, ha visto che Gladys portava in macchina una serie di apparecchiature che la aiutavano a respirare. I suoi polmoni erano entrati in collasso, facendo sì che respirasse con difficoltà e dovesse portarsi dietro bombole di ossigeno e un generatore per sopravvivere.

John è rimasto molto colpito vedendo tutte quelle apparecchiature, ma non era tutto. A 32 anni, Gladys aveva subito 12 interventi chirurgici, uno dei quali le aveva reciso il nervo ottico, lasciandola cieca.

3

John, come qualsiasi bambino della sua età, non è riuscito a trattenere la curiosità e ha chiesto alla donna cosa fossero tutti quegli apparecchi a cui era collegata.

Quando Gladys gli ha raccontato la sua storia, John non è riuscito a trattenere le lacrime, rendendosi conto che, nonostante la sua povertà, nel mondo c’erano persone che stavano ancora peggio, e si è sentito malissimo vedendo di non poter far niente per lei.

Con la sua tenerezza e la sua ingenuità, il bambino ha infatto chiesto a Gladys cosa poteva fare per aiutarla. Lei gli ha preso la mano e hanno pregato insieme. John le ha allora dato le poche monete che era riuscito a racimolare quel giorno, ritenendo che potessero servire molto più a lei che a se stesso.

4

Un passante ha visto il gesto del bambino e ha scattato una foto diventata virale su Internet, e allora è accaduto il miracolo. In soli 4 giorni, commosse dalla storia di Gladys e dalla bontà di John, migliaia di persone hanno contribuito con donazioni che sono arrivate a 8 milioni di scellini (circa 80.000 dollari), con i quali Gladys potrà pagarsi una cura in India. La sua vita e quella di John, inoltre, cambieranno per sempre, visto che Gladys ha deciso di adottare il bambino per toglierlo dalla strada e mandarlo a scuola. Per John, Gladys è diventata la madre che non ha mai avuto.

Una bella storia, vero?

Nonostante la vita dura che conducono i bambini in strada, molti non perdono né la bontà né l’innocenza, e questo è solo da ammirare.

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Un bimbo di 6 anni pone a uno scienziato la domanda più importante di tutte

“Qual è il senso della vita?”

Neil deGrasse Tyson è forse l’astrofisico più carismatico che sia mai esistito, capace di intrattenere e informare allo stesso tempo, sempre con grande senso dell’umorismo.

Durante una conferenza a Boston (Stati Uniti), un bambino di “sei anni e tre quarti”, come ha specificato il piccolo, gli ha posto una domanda molto semplice, ma allo stesso tempo assai antica.

“QUAL È IL SENSO DELLA VITA?”

L’astrofisico non ha lasciato il bimbo senza risposta, e il risultato è stato un altro video sensazionale dello scienziato.

“Se stai ponendo ora questa domanda”, ha iniziato, “sarai l’adulto dal pensiero più profondo mai esistito”.

“Credo che le persone pongano questa domanda presupponendo che il ‘senso’ sia qualcosa che possono cercare per poi dire di averlo trovato”, ha osservato deGrasse Tyson. “Non considerano la possibilità che forse il senso della vita sia qualcosa che si crea e si fabbrica per se stessi e per gli altri”.


LEGGI ANCHE: Qual è il senso della vita?


“Quando penso al senso della vita mi chiedo: ‘Oggi avrò imparato qualcosa che ieri non sapevo? Che mi porta un po’ più vicino a conoscere tutto ciò che può essere conosciuto nell’universo?’” “Se vivo un giorno senza aver imparato qualcosa di più rispetto a quello precedente, penso di aver sprecato quella giornata”.

“Imparare è essere più vicini alla natura”, ha proseguito. “E imparare come funzionano le cose dà il potere di influenzare gli eventi. Dà il potere di aiutare persone che forse ne hanno bisogno. Il potere di aiutare se stessi e di modellare il proprio iter”.

“Qual è il senso della vita?” non è secondo lo scienziato “una domanda eterna e alla quale non si può rispondere. A mio avviso è quello che è alla mia portata tutti i giorni”.

Per questo, ha suggerito al bambino di “esplorare la natura” più che può. “Parte del fatto di essere un bambino è esplorare il mondo che ti circonda e il modo in cui lo influenzano le leggi della natura”.

“Gli adulti hanno dimenticato come comprendere la natura, come pensare sul mondo naturale”, ha concluso lo scienziato. “E allora devi continuare ad essere curioso, per te stesso e per gli altri che verranno curati da qualche medicina che forse un giorno inventerai. E facendo questo avrai creato senso nella vita”.

[Traduzione dal portoghese e adattamento a cura di Roberta Sciamplicotti]

LEGGI ANCHE: L’importanza di chiedersi: io credo? E in che cosa?

Vescovo muore e dona il corpo alla scienza. Paglia: che generosità

«Le ultime volontà del nostro vescovo erano che i suoi resti fossero donati alla ricerca scientifica». È stato lo stesso Francisco Pardo Artigas, attuale pastore di Girona, città cuore della cultura catalana, sede dell’aeroporto vicino a Barcellona, a dire in un comunicato ai fedeli della morte a Santo Stefano di monsignor Jaume Camprodon i Rovira, suo predecessore per i lunghi anni dal 1973 al 2001. Durante il funerale quasi surreale celebrato in duomo, in una delle regioni più secolarizzate della penisola iberica, la bara col suo corpo non c’era. La cripta preparata nella cattedrale per accogliere le spoglie dei vescovi titolari è rimasta chiusa. «Ho donato i miei resti alla sala di dissezione della Facoltà di Medicina di Barcellona» dice nel suo testamento. Dunque, il suo corpo lo ha regalato agli studenti di Anatomia. La Messa è stata officiata da Pardo, insieme a cardinali e vescovi della regione.

«Era cosciente che fin dal primo infarto che lo ha colpito anni fa, la medicina aveva fatto molto per lui – scrive Pardo nella lettera ai fedeli – e come ringraziamento, ha voluto donare il suo corpo per poter aiutare la ricerca in tutte le malattie». È stata la stessa diocesi «subito dopo la sua morte, a compiere le sue volontà». Il comunicato del vescovo è stato ripreso tal quale anche dalla Conferenza episcopale spagnola. Almeno ufficialmente, non ci sono state prese di posizione da parte di esponenti della Chiesa contro la sua scelta.

Camprodon aveva appena compiuto 90 anni, la sua scelta era contenuta nel testamento. Era un vescovo del Concilio Vaticano II, nel 2000 aveva chiesto pubblicamente perdono per il comportamento della Chiesa durante la dittatura franchista. Aveva fatto parlare di sé per l’invito ai fedeli a parlare solo catalano e c’è chi lo paragona a papa Francesco. Anche lui, come Bergoglio ha rinunciato all’appartamento papale, aveva rifiutato il palazzo episcopale. Rifiutò anche la Creu de Sant Jordi, prestigioso riconoscimento da parte del governo catalano.

I fedeli lo ricordano come un uomo molto semplice, nella sua ultima intervista ha detto che i suoi più bei ricordi da Vescovo erano le ordinazioni dei giovani sacerdoti. «Semplicità e affabilità erano abituali nel vescovo Jaume – dice di lui Carles Soler, un altro vescovo di Girona tra il 2001 e il 2008 – I suoi gesti e il suo modo di fare non erano mai clamorosi, non volevano attirare l’attenzione, ma erano sempre efficaci». Quest’ultimo gesto postumo è stato di sicuro clamoroso. Lo riconosce lo stesso Camprodon: «Se qualcuno si sorprenderà del destino delle mie spoglie mortali – scrive nel testamento – sappia che l’ho scelto come contributo alla società, dalla quale ho ricevuto tanto, e come gesto di comunione con il pane spezzato e condiviso al tavolo dell’Eucarestia». I funerali, come ha chiesto lui, sono stati semplici, e «senza elogi al defunto».

Vatican Insider ne ha parlato con monsignor Vincenzo Paglia, che proprio in questi giorni si è insediato, dopo la nomina di papa Francesco del 15 agosto 2016, nel nuovo ruolo di presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Quali sono stati i Suoi primi pensieri e reazioni dopo avere appreso la notizia della decisione di Jaume Camprodon i Rovira?

«Conoscendo la personalità del Vescovo si tratta di un gesto di generosità, da parte sua. La sua gratitudine per la guarigione si è trasformata nella scelta di dare un contributo per ulteriore ricerca scientifica, a favore di altri. Era stato aiutato a vincere un momento critico della sua vita. In questo senso quel gesto, secondo me, ha una sua valenza simbolica che non è da generalizzare, ma a cui guardare con attenzione. Esso mostra per un verso l’umanità di questo Vescovo e per l’altro verso si inscrive all’interno di questa sua esperienza particolare, che è quella che dà un valore simbolico alla sua scelta. Non vuole dettare una regola di comportamento generalizzato. Questo è bene sottolinearlo».

Un fedele potrebbe semplificare: «Dunque non dobbiamo farci cremare, ma possiamo donare il nostro cadavere agli scienziati»?

«Ripeto, siamo in una campo che direi è quello della esemplarità e della simbolicità. La Congregazione per la Dottrina della Fede ultimamente è intervenuta sul tema della cremazione per inquadrarla in una prospettiva umanistica, che mi sembra abbia ridotto di molto le contrapposizioni: ora è un tema assolutamente trattabile. Da parte mia credo sia importante però conservare una delicatezza in tutto quello che afferisce alla morte e ai suoi riti. In una società che vuole accantonare, dimenticare o esorcizzare la morte, io non manderei tutto in fumo: c’è un linguaggio, ci sono gesti, c’è una fisicità che sono importanti. Per chi piange il proprio caro. Questo linguaggio ci aiuta a comprendere anche il senso della morte del corpo, che va circondato con affetto e amore, come per secoli abbiamo fatto. La presenza del corpo della persona defunta ha un suo peso anche nel rendere i sentimenti concreti, storici, belli, profondi. La morte è stata circondata da un enorme pensiero di arte, di musica, di architettura che esprime questa necessità umana. Quindi non a caso nel testo della Congregazione per la Dottrina della Fede si considera la cremazione, sì, ma con la precisazione che non annulli il rapporto fisico e quindi la bellezza della presenza dei cimiteri nei luoghi pubblici, perché ci ricorda una comune prospettiva che è bene tenere presente. Di fronte ai tanti muri che costruiscono, a tanti fili spinati che si restaurano, io credo che un luogo dove non esistono muri e fili spinati è utile anche a capire come si vive, e non solo come si muore».

Questa vicenda del Vescovo spagnolo serve a migliorare il rapporto e il dialogo tra fede e scienza? E Lei, eccellenza, anche alla luce della scelta del Vescovo spagnolo, come interpreta invece il rapporto – meno “filosofico” e più pratico – tra fede e tecnica scientifica?

«Questa scelta del Vescovo emerito di Girona tocca un tema particolarmente delicato che è quello del rapporto dell’umano con la scienza e la tecnica, rapporto che sta assumendo nuovi contorni. Mentre in passato la tecnica poteva essere considerata uno strumento, oggi sta diventando una cultura diffusa e onnicomprensiva: in questa prospettiva un dialogo tra umanesimo e tecnica è indispensabile, purché e perché non se ne resti asserviti e quindi annullati in una logica che rimarrebbe solo tecnica. La tecnica per sua natura è senza anima, senza sogno, senza quel filo di mistero che è indispensabile per la vita umana. Non tutto può essere affidato alla tecnica perché altrimenti tutto sarà affidato al mercato, a chi ha i mezzi per sviluppare la tecnica e, alla fine, alla legge del più forte: guadagno, sfruttamento diventerebbero rischi sempre più forti. Ecco perché vita e morte legate dal mistero sono indispensabili. Per un progresso scientifico sempre rispettoso della centralità dell’essere umano, per un progresso scientifico davvero “umanistico” e non legge a sé stesso».

Il Pontefice l’ha scelta come Presidente della Pontificia Accademia per la Vita: quali sono le considerazioni e gli obiettivi per questo incarico?

«Il 2 gennaio è iniziata una nuova prospettiva per l’Accademia della Vita. Proprio nella sua istituzione l’Accademia ha scritto il suo mandato: è chiamata, rispetto alle grandi frontiere della vita e delle potenzialità e limiti che vanno emergendo in trasformazioni epocali, che si aprono con la tecnica, a percorrerle tutte. Ma proprio per poter individuare quella indispensabile prospettiva umanistica cui ho appena accennato. In questo senso il termine vita acquista un orizzonte largo, non si risparmia nessuna frontiera dell’umano, è di una vastità enorme, che va certamente da tutte le questioni che riguardano la biotecnologia, la bioetica, la robotica ma anche la vita intesa come sviluppo delle età dell’esistenza e quindi non solo dalla nascita, dalla fanciullezza, alla vita adulta e al prolungarsi inedito nella storia umana dell’età anziana, fino a temi poco esplorati: penso ad esempio al senso dei nove mesi di simbiosi di una madre col suo bambino e alle frontiere di espropriazione del cosiddetto “utero in affitto” e “maternità surrogata”. C’è poi tutto il tema della vita dell’ecologia umana, il rapporto con l’inquinamento, le prospettive di una giustizia anche nell’orizzonte della medicina. Pensiamo al problema della disuguaglianza nella distribuzione delle medicine, al mancato diritto alle cure che non è ancora avvertito come un diritto umano del XXI secolo. L’Accademia della Vita non è estranea a una riflessione da rinnovare sul tema di quello che distrugge la vita in maniera massiva, come le pandemie o la guerra, verso la quale sembrano cadute le barriere del rifiuto che si erano costruite nella coscienza uscita dalla seconda guerra mondiale. Guerra vuol dire eliminazione di bambini, di civili, di donne, di anziani, di vite umane brutalizzate e portate alla brutalità, fino alla distruzione della vita non solo umana ma anche biologica. Dovremo porci con serietà anche una domanda lanciata da don Luigi Sturzo a metà del secolo scorso. Se la guerra non vada messa anche ufficialmente “fuorilegge” dal pianeta, come la coscienza del mondo – pur non praticandolo – è arrivata a fare con la schiavitù e la tortura. Ecco questo mi pare l’affascinante e tremendo orizzonte che con la Pontificia Accademia per la Vita vogliamo affrontare e percorrere dialogando con tutte le culture».

Il sacerdote che parlava a bassa voce e oggi è papa

In 40 anni qualcosa è cambiato

Il sacerdote che parlava a bassa voce e oggi è papa

Alcuni film che vogliono raccontare la vita di papa Francesco sintetizzano il suo passaggio per il Colegio Máximo di San Miguel come anni dedicati solo alla sopravvivenza nel conflitto che vedeva contrapporsi il Governo militare e i guerriglieri, ma non era questo che percepivano i bambini e gli adolescenti di San Miguel pensando a padre Bergoglio.

Alle Messe del sabato sera al Colegio Máximo arrivavano persone di varie zone – non perché non ci fossero altre parrocchie a San Miguel, visto che a non più di un chilometro c’è la cattedrale di San Miguel e poco più distanti le parrocchie di José C Paz, San Miguel, Muñiz o Bella Vista, ma erano anni di vive predicazioni e di grandi cori nella casa di formazione dei gesuiti.

Padre Moyano, il principale incaricato di celebrare quelle Messe, veniva occasionalmente sostituito da un altro sacerdote, tra i quali uno che faceva sì che i primi banchi della cappella del primo piano si riempissero rapidamente perché la gente potesse ascoltarlo, visto che padre Jorge Bergoglio parlava con un tono di voce molto basso.

María, all’epoca adolescente e oggi nonna, riferisce che le sue Messe non erano noiose, semplicemente parlava a bassa voce.


LEGGI ANCHE: Gli “anni bui” di Jorge Bergoglio quando fu accusato di essere pazzo


La linea di padre Bergoglio, come degli altri sacerdoti che celebravano la Messa nella cappella del Máximo in quegli anni convulsi, era quella di predicare l’amore per i nemici, per chi non la pensa come noi.

Questo messaggio risuona ancora oggi tra quelli che all’epoca non erano ancora adulti e ricordano quasi in modo letterale alcune frasi delle omelie.

Per aver predicato con intensità quel messaggio, ricordano da San Miguel, uno dei sacerdoti gesuiti dovette trasferirsi in Uruguay, alla frontiera con il Brasile.

In alcuni libri e film si evocano le discussioni tra i sacerdoti per il loro grado di coinvolgimento nel conflitto che viveva l’Argentina, ma per i vicini di San Miguel che abbiamo interpellato e che non erano parte attiva del conflitto erano innanzitutto sacerdoti, presbiteri vicini alle famiglie, con le quali mangiavano e pregavano, affettuosi con i bambini.

Per circa dieci anni, padre Bergoglio è stato uno dei principali celebranti delle Messe del Máximo e della parrocchia fondata dai gesuiti in una delle vie laterali sulle quali si affaccia l’immenso edificio della scuola. Era il sacerdote che parlava a bassa voce ma non annoiava pronunciando massime che si ricordano ancora oggi.

Quelli che all’epoca erano bambini e adolescenti lo ricordano come il sacerdote a cui non piaceva parlare in pubblico. In questi 40 anni è cambiato qualcosa. I bambini ormai sono genitori, gli adolescenti iniziano a diventare nonni e il sacerdote che parlava a bassa voce oggi è papa e può predicare senza arrossire davanti a centinaia di migliaia di persone.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]