Scienza, scoperte ben 234 civiltà aliene. E vogliono tutte entrare in contatto con noi

È la tesi, molto discussa, di uno scienziato del Quebec: gli extraterrestri esistono e comunicano tra di loro con un segnale laser. Lo spediscono anche a noi, ma non ce ne accorgiamo. I colleghi scienziati sono scettici

25 Ottobre 2016 – 08:10

Attenzione, è in arrivo la notizia assoluta: gli extraterrestri esistono e stanno cercando di contattarci. Lo sostengono due scienziati (ma solo loro, sia chiaro) canadesi. Dal 2012 Ermanno Borra e il suo assistente Eric Trottier della Laval University del Québec sostengono di aver individuato i segnali non di una sola civiltà extraterrestre, ma di ben 234.

Tutto nasce dall’ipotesi di Borra (presto diventata una convinzione) che le civiltà aliene, per comunicare, utilizzino raggi laser di una certa potenza. Il meccanismo di comunicazione delineato è piuttosto complesso: per comunicare con i terrestri gli alieni sparerebbero il laser contro la Terra a intervalli regolari (1,65 picosecondi), e gli umani potrebbero individuarlo attraverso un’analisi dello spettro della loro stella. Messaggi molto veloci, ma visibili attraverso studi matematici.

Bene. Partendo da questo presupposto, Borra ha incaricato il giovane Trottier di fare una ricognizione dell’universo, analizzando i dati di circa 2,5 milioni di stelle. Un giochetto. Risultato: seguendo l’intuizione del suo maestro, è riuscito a individuare 234 messaggi laser diversi, con ogni verosimiglianza appartenenti a 234 civiltà diverse.

Certo, la presenza di quei segnali potrebbe essere spiegata anche in modo diverso. Ad esempio, come riconosce lo stesso Borra, una serie di esplosioni nell’atmosfera della stella stessa. Gli altri scienziati hanno preferito concentrarsi più sula parte scettica che su quella entusiasta: è molto probabile, lasciano capire, che il buon scienziato della Laval University si sbagli.

Anzi: secondo Andrew Siemion, direttore del Centro di ricerca SETI dell’Università di Berkeley, il segnale considerato da Borra non avrebbe nemmeno valore scientifico. Troppo debole il segnale e, come è molto probabile, non deriverebbe neppure da elementi reali, ma da errori di analisi nei dati o di calibrazione. Insomma, se gli alieni esistono, si trovano più nel cervello di Borra che nel resto dell’universo.

Il sogno, però, prosegue. Borra non si dà per vinto e anzi si dice contento se altri scienziati hanno voluto prendere le redini di questa ricerca. In fondo, immaginare una comunità di alieni che ha sviluppato un sistema di comunicazione (tralaltro accessibile anche agli uomini) sofisticato e interstellare è un grande sogno. E forse, in un lontano futuro, anche una grande realtà.

Oltre 4 mila civiltà extraterrestri. Ma troppo lontane da noi

Uno scienziato italiano rivede l’Equazione di Drake, la formula matematica che calcola la possibilità di esistenza di vita aliena

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    – Credits: iStockphoto

    Quante sono le civiltà aliene nella nostra sola galassia? Nessuna, dicono i più scettici tra gli scienziati, convinti di poter trovare, al massimo, qualche microrganismo al primo stadio dell’evoluzione.  Centinaia, pensano invece gli ufologi, che sognano un imminente contatto con i nostri fratelli maggiori dello spazio. Ma si sbagliano entrambi gli schieramenti contrapposti. Nella Via Lattea esistono infatti migliaia di popoli extraterrestri. Per l’esattezza, 4.590.

    A indicare questo numero- ovviamente, solo una stima – è l’astronomo Claudio Maccone che ha rivisitato ed interpretato la celebre “Equazione di Drake”, ovvero la formula matematica ideata dallo scienziato americano Frank Drake negli anni ’60, all’inizio dell’esplorazione spaziale, per calcolare la possibilità di entrare in contatto con forme di vita intelligente nell’Universo.

    Una formula decisamente complessa, basata su fattori ipotetici e variabili. Il numero delle potenziali civiltà aliene nella nostra galassia è infatti pari a è Ns x fp x ne x fl x fi x fc x fL , dove Ns  è il numero stimato di stelle presenti nella Via Lattea,  fp è la frazione di astri dotati di pianeti,  ne  è il numero di pianeti potenzialmente abitabili, fl  è la frazione di quelli che ospitano forme di vita,  fi è la frazione dei mondi con esseri intelligenti a livello umano,  fc  è la frazione di civiltà in grado di emettere radiazioni elettromagnetiche e fL è la frazione di quelle che possono inviare segnali elettromagnetici nello spazio per comunicare.

    Le ultime scoperte di pianeti extrasolari hanno però rivelato che probabilmente i pianeti sono molto più diffusi di quanto si potesse immaginare 50 anni fa e si è resa indispensabile un’attualizzazione della Classica Equazione di Drake- indicata anche con l’acronimo in inglese CDE- trasformandola nella Equazione di Drake Statistica (o SDE). A farlo, appunto,  lo scienziato italiano.

    La nuova SDE si basa su uno dei Teoremi Centrali del Limite, sviluppati all’interno del calcolo delle probabilità e utilizzati per rappresentare, in modo standard, una sequenza di variabili casuali. In questo modo, ogni valore ipotetico della vecchia equazione viene normalizzato secondo i parametri accettati dal SETI ( il programma “Search for Extra-Terrestrial Intelligence”). Così si è arrivati ad una stima delle potenziali civiltà extraterrestri un po’ più precisa rispetto a quanto non avvenisse in passato

    L’astronomo ha dunque stabilito che il numero ipotetico è compreso tra 0 e 15.785, con una media approssimata di 4.590- circa un migliaio in più rispetto alla classica equazione di Drake.  Non solo. La formula rivisitata da Claudio Maccone permette di abbassare drasticamente la distanza alla quale queste società galattica vivono, ovvero ad una media di 2.670 anni luce dalla Terra. Infatti c’è il 75% delle possibilità che gli E.T. si trovino tra 1.361 e 3.979 anni luce da qui.

    Una distanza tuttavia pur sempre enorme, che sembrerebbe escludere ogni possibilità di comunicazione: qualsiasi segnale radio inviato da un mondo tanto remoto impiegherebbe tempo immemorabile per giungere sul nostro pianeta. Oltre i  500 anni luce, dicono i ricercatori, le possibilità di captarli sono pari a zero. Ecco spiegato il “Silenzio Assordante” registrato finora dalle strumentazioni del SETI. Sempre ammesso che civiltà tanto evolute usino davvero i segnali radio e non un altro tipo di tecnologia che noi, troppo primitivi, non siamo in grado nemmeno di riconoscere. Figuriamoci se riusciamo a comprenderla …

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    Il tuo tweet a E.T.

    PARTECIPA AL CONTEST LANCIATO DA INAF

    I tweet vincitori del concorso saranno “spediti” nello spazio, e chissà che qualcuno non risponda

    et-600x450Un tweet per E.T.. Questa la campagna lanciata dall’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) sulle pagine del quotidiano La Stampa o meglio sull’edizione online de LaStampa.it.
    L’iniziativa era stata annunciata, un anno fa, in occasione della cerimonia di inaugurazione del Sardinia Radio Telescope, proprie dalle colonne de La Stampa da parte del presidente dell’Inaf Giovanni Bignami.
    L’idea è di raccogliere un certo numero di tweet, messaggi di 140 battute massimo, che rappresentino il pensiero umano verso i nostri ‘fratelli’ alieni.
    Due mesi di campagna durante i quali verranno raccolti i migliori tweet da inviare nel cosmo e contemporaneamente verrà selezionato il radio telescopio e il pianeta, o meglio il sistema stellare, dove inviare i messaggi.
    Un viaggio tutt’altro che breve, che può durare decenni a seconda dell’obiettivo scelto (la stella più vicina, Proxima Centauri, è a qualche anno luce, ma non è ‘contattabile’ da entrambi gli emisferi) quando grida pool, pensa a dove andrà il piattello e non a dove è.
    Il primo messaggio sarà Torna a Surriento per l’insistenza di un appassionato nostro lettore, lettore di Media INAF, che ha molto insistito affinché fosse inviata nel cosmo un brevissimo estratto della canzone di Beniamino Gigli.
    I migliori tre Twitter saranno premiati con una visita, viaggio e ospitalità compresi, al Sardinia Radio Telescope, un gioiello della radioastronomia eccellenza nel mondo e spettacolo mozzafiato anche per coloro che non sono astronomi. Anzi forse di più.
    E chissà che una volta dotato del sistema di trasmissione con le sonde ‘marziane’, se sonde europee e americane che orbitano il pianeta Marte, come stabilito dagli accordi con l’Agenzia Spaziale Italiana, non possa essere proprio il Sardinia Radio Telescope il postino di questi brevi messaggi.

    E.T. parla, ma nessuno lo ascolta

    CERCARE GLI ALIENI CHE CERCANO NOI

    Un nuovo approccio alla ricerca di vita extraterrestre intelligente. Come gli astronomi vanno a caccia di esopianeti facendo affidamento sul sistema dei transiti, allo stesso modo una civiltà aliena potrebbe aver individuato la Terra grazie al movimento di rivoluzione attorno al Sole, la nostra stella. L’ipotesi in uno studio della McMaster University in uscita su Astrobiology

    E.T. l’extra-terrestre, in una scena della pellicola di fantascienza diretta da Steven Spielberg. USA 1982.

    Telefono. Casa. La bambina che fu Drew Barrymore osserva incredula un buffo alieno dall’indice luminescente, mentre compone un lunghissimo numero di telefono, in una scena che è passata alla storia del cinema: E.T. l’extraterrestre. 1982, Steven Spielberg alla regia.

    Ma cosa succederebbe se E.T. fosse stufo di stare attaccato a un ricevitore, mentre qui, da noi, il telefono suona a vuoto e nessuno risponde? La domanda al limite della realtà se la sono posta i ricercatori della McMaster University: non va escluso che l’intelligenza extraterrestre esista e stia cercando di mettersi in contatto con noi. Meglio prestare bene attenzione ai deboli segnali che giungono alle nostre orecchie elettroniche dalla periferia della Galassia.

    Sarebbe un peccato trovarsi fuori campo mentre una forma intelligente di vita extraterrestre cerca di mettersi in contatto con noi.

    Il punto di partenza è elementare: René Heller e Ralph Pudritz della McMaster sostengono che la concreta opportunità di trovare un segnale proveniente dall’esterno si basi sulla condivisibile considerazione che E.T. stia cercandoci con gli stessi strumenti in nostro possesso. Qui da noi, sulla Terra, astrofisici e ricercatori stanno concentrando i loro sforzi su pianeti e lune troppo lontani perché possano essere visti direttamente. Lo studio degli esopianeti passa dal monitoraggio dei transiti di questi lontani corpi celesti di fronte alla loro stella ospite.

    Dalla misurazione della variazione della luminosità di una stella durante il transito di un pianeta di fronte al disco (prendendo a riferimento il nostro punto di vista di un lontano sistema planetario), gli scienziati possono desumere una serie di importantissime informazioni, senza mai vedere direttamente un mondo alieno. Stimano l’illuminazione media fornita al pianeta, la temperatura sulla sua superficie. A oggi sono decine i corpi su cui gli scienziati ipotizzano possano verificarsi condizioni favorevoli alla crescita e allo sviluppo della vita (vedi Media INAF).

    Nello studio in corso di pubblicazione su Astrobiology, Heller e Pudritz rovesciano la prospettiva e si chiedono: potrebbe un’intelligenza aliena aver scoperto l’esistenza della Terra con lo stesso metodo dei transiti cui ricorrono regolarmente gli astronomi oggigiorno?

    Se E.T. va a caccia di esopianeti come facciamo noi, e se per farlo si affida al metodo dei transiti, allora è meglio prestare bene attenzione ai posti da cui si ha una bella vista sul Sole e transito della Terra sul disco solare.

    «È impossibile sapere se gli extraterrestri utilizzino o meno le nostre tecnologie per scrutare l’Universo», spiega Heller. «Certo devono fare i conti con gli stessi principi fisici che valgono per noi, e il sistema dei transiti è un buon metodo per portare a casa validi risultati». Ora, la zona di transito della Terra sul disco del Sole si offre a un pubblico di circa 100mila potenziali bersagli. Un numero destinato a crescere mano a mano che la nostra capacità di osservare il cielo viene incrementata e migliorata. «Se qualcuno di questi bersagli ospita vita intelligente, ebbene questa potrebbe averci individuati da tempo e un eventuale messaggio dallo spazio potrebbe essere già stato trasmesso in direzione Terra», spiega Pudritz.

    Resta da capire se la telefonata da E.T. sia o meno già arrivata alle nostre orecchie. Speriamo di saper prestare la giusta attenzione a questi deboli segnali interstellari. E che la chiamata non sia addebitata al destinatario.

    Per saperne di più:

    Breakthrough Life In The Universe Initiatives Press Conference

    20th July 2015

     

    Yuri Milner and Stephen Hawking Announce

    $100 Million Breakthrough Initiative to Dramatically Accelerate

    Search for Intelligent Life in the Universe

     

    10-year, Multi-disciplinary Search Effort Will Harness

    World’s Largest Telescopes to Mine Data from Nearest Million Stars, Milky Way and 100 Galaxies

     

     

    London, UK – Monday, July 20, 2015 — Yuri Milner was joined at The Royal Society today by Stephen Hawking, Martin Rees, Frank Drake, Geoff Marcy, Pete Worden and Ann Druyan to announce the unprecedented $100 million global Breakthrough Initiatives to reinvigorate the search for life in the universe.

    The first of two initiatives announced today, Breakthrough Listen, will be the most powerful, comprehensive and intensive scientific search ever undertaken for signs of intelligent life beyond Earth. The second, Breakthrough Message, will fund an international competition to generate messages representing humanity and planet Earth, which might one day be sent to other civilizations.

    Breakthrough Listen

    • Biggest scientific search ever undertaken for signs of intelligent life beyond Earth.
    • Significant access to two of the world’s most powerful telescopes – 100 Meter Robert C. Byrd Green Bank Telescope in West Virginia, USA (“Green Bank Telescope”)[1] and 64-metre diameter Parkes Telescope in New South Wales, Australia (“Parkes Telescope”).
    • 50 times more sensitive than previous programs dedicated to SETI research.
    • Will cover 10 times more of the sky than previous programs.
    • Will scan at least 5 times more of the radio spectrum – and 100 times faster.
    • In tandem with a radio search, Automated Planet Finder Telescope at Lick Observatory in California, USA (“Lick Telescope”)[2] will undertake world’s deepest and broadest search for optical laser transmissions.
    • Initiative will span 10 years.
    • Financial commitment is $100,000,000.

     

    Unprecedented scope

    The program will include a survey of the 1,000,000 closest stars to Earth. It will scan the center of our galaxy and the entire galactic plane. Beyond the Milky Way, it will listen for messages from the 100 closest galaxies. The telescopesused are exquisitely sensitive to long-distance signals, even of low or moderate power:

     

    • If a civilization based around one of the 1,000 nearest stars transmits to us with the power of common aircraft radar, Breakthrough Listen telescopes could detect it.
    • If a civilization transmits from the center of the Milky Way, with any more than 12 times the output of interplanetary radars we use to probe the Solar System, Breakthrough Listen telescopes could detect it.
    • From a nearby star (25 trillion miles away), Breakthrough Listen’s optical search could detect a 100-watt laser (energy output of normal household light bulb).

     

     

    Open Data, Open Source, Open Platform

     

    The program will generate vast amounts of data. All data will be open to the public. This will likely constitute the largest amount of scientific data ever made available to the public. The Breakthrough Listen team will use and develop the most powerful software for sifting and searching this flood of data. All software will be open source. Both the software and the hardware used in the Breakthrough Listen project will be compatible with other telescopes around the world, so that they could join the search for intelligent life. As well as using the Breakthrough Listen software, scientists and members of the public will be able to add to it, developing their own applications to analyze the data.

     

    Crowdsourced processing power

     

    Breakthrough Listen will also be joining and supporting SETI@home, University of California, Berkeley’s ground breaking distributed computing platform, with 9 million volunteers around the world donating their spare computing power to search astronomical data for signs of life. Collectively, they constitute one of the largest supercomputers in the world.

     

    Breakthrough Message

     

    • International competition to create digital messages that represent humanity and planet Earth.

     

    • The pool of prizes will total $1,000,000.

     

    • Details on the competition will be announced at a later date.

     

    • This initiative is not a commitment to send messages. It’s a way to learn about the potential languages of interstellar communication and to spur global discussion on the ethical and philosophical issues surrounding communication with intelligent life beyond Earth.

     

    Project Leadership

     

    • Martin Rees, Astronomer Royal, Fellow of Trinity College; Emeritus Professor of Cosmology and Astrophysics, University of Cambridge.
    • Pete Worden, Chairman, Breakthrough Prize Foundation.
    • Frank Drake, Chairman Emeritus, SETI Institute; Professor Emeritus of Astronomy and Astrophysics, University of California, Santa Cruz; Founding Director, National Astronomy and Ionosphere Center; Former Goldwin Smith Professor of Astronomy, Cornell University.
    • Geoff Marcy, Professor of Astronomy, University of California, Berkeley; Alberts SETI Chair.
    • Ann Druyan, Creative Director of the Interstellar Message, NASA Voyager; Co-Founder and CEO, Cosmos Studios; Emmy and Peabody award winning Writer and Producer.
    • Dan Werthimer, Co-founder and chief scientist of the SETI@home project; director of SERENDIP; principal investigator for CASPER.
    • Andrew Siemion, Director, Berkeley SETI Research Center.

    Yuri Milner said: “With Breakthrough Listen, we’re committed to bringing the Silicon Valley approach to the search for intelligent life in the Universe. Our approach to data will be open and taking advantage of the problem-solving power of social networks.”

    Stephen Hawking said: “I strongly support the Breakthrough Initiatives and the search for extraterrestrial life.”

    Frank Drake said: “Right now there could be messages from the stars flying right through the room, through us all. That still sends a shiver down my spine. The search for intelligent life is a great adventure. And Breakthrough Listen is giving it a huge lift.”

    “We’ve learned a lot in the last fifty years about how to look for signals from space. With the Breakthrough Initiatives, the learning curve is likely to bend upward significantly,” added Frank Drake.

    Ann Druyan said: “The Breakthrough Message competition is designed to spark the imaginations of millions, and to generate conversation about who we really are in the universe and what it is that we wish to share about the nature of being alive on Earth. Even if we don’t send a single message, the act of conceptualizing one can be transformative. In creating the Voyager Interstellar Message, we strived to attain a cosmic perspective on our planet, our species and our time. It was intended for two distinct kinds of recipients – the putative extraterrestrials of distant worlds in the remote future and our human contemporaries. As we approach the Message’s fortieth anniversary, I am deeply grateful for the chance to collaborate on the Breakthrough Message, for what we might discover together and in the hope that it might inform our outlook and even our conduct on this world.”

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    Additional information www.breakthroughinitiatives.org.

    Images, video and materials from today’s press conference are available for media download at the below link. Content will be uploaded throughout the day.

    Link: www.image.net/BreakthroughLifeintheUniverseInitiatives

    For media inquiries: media@breakthroughprize.org

    or

    Rubenstein Communications, Inc.
    New York, NY
    Janet Wootten
    jwootten@rubenstein.com / +1.212.843.8024

     

     

    [1] The Green Bank Telescope is operated on behalf of the National Science Foundation by the National Radio Astronomy Observatory/Associated Universities Inc.

    [2] The Automated Planet Finder at Lick Observatory is operated by the University of California Observatories.

    L’estate degli extraterrestri

    Profilo blogger

    Presidente Centro ufologico nazionale
    Con le ultime notizie riguardanti le iniziative in campo scientifico, circa la ricerca di vita intelligente extraterrestre, organizzata sotto l’egida del team Breakthrough Initiatives, la recentissima scoperta di un pianeta quasi gemello della Terra, il Kepler 452b dove si ipotizza nemmeno velatamente la possibilità di avere ospitato vita o che sia ancora presente e l’imminente rilascio di nuova documentazione sugli UFO da parte del MOD il mitico Ministero della Difesa Britannico ed anche quello tedesco, torna prepotente il problema della vita Intelligente Extraterrestre.

    Il colpo a sorpresa è stato certamente quello organizzato dal team del Tycoon russo Yuri Milner, che con oltre 100 milioni di dollari ha riunito sotto l’organizzazione denominata Breakthroug Initiatives, scienziati del calibro di Stephen Hawking, Franke Drake, Martin Rees e molti altri. Con una conferenza stampa nella sede della Royal Society a Londra, Milner ha presentato il progetto, dove lo stesso Hawking, abbandonando la sua proverbiale prudenza riguardo gli ET ha declinato: “Forse da qualche parte dello spazio forme di vita intelligenti già osservano le nostre luci. O magari queste ultime vagano in un cosmo senza vita. Comunque sia non esiste domanda più importante ed è ora di trovare la risposta. Noi siamo vivi, siamo intelligenti. Dobbiamo sapere”.

    Il problema che si pone per la scienza riguarda la logica sulla difficoltà del contatto, con distanze impossibili da raggiungere in “tempi terrestri”, ignorando sistematicamente il fenomeno degli UFO, come se civiltà molto più avanzate della nostra con qualche miliardo di anni di conoscenze in più, non possano avere risolto problemi per noi ancora insuperabili per spostarsi nello spazio in tempi utili. I vari ministeri della difesa più pragmaticamente si pongono il problema dell’analisi dei dati sugli UFO, che hanno una costante comune, il 20% circa degli avvistamenti non è spiegabile convenzionalmente e si ricorre appunto alla ETH (Extra Terrestrial Hypothesis) in quanto tali manifestazioni tecnologiche esulano dalle nostre conoscenze e per dirla parafrasando Fermi ma rovesciandone l’impostazione.. se sono tecnologie terrestri, dove sono? E perché non vengono mai usate commercialmente o nei campi di battaglia?

    Il CUN, Centro Ufologico Nazionale, ha recentemente postato su Internet il database completo degli avvistamenti italiani dal 1900 ad oggi corredato da statistiche e dati compresi quelli dello Stato Maggiore Aeronautica. Inoltre ha costituito un’area della ricerca, il CETI dove sono stati creati i protocolli di contatto, già presentati alla conferenza di Washington organizzata da alcuni membri delCongresso ed ex senatori USA.

    Dunque ci aspetta un estate ricca di eventi e notizie su un tema, quello della presenza della Vita Intelligente Extraterrestre, che come ha detto il grande astrofisico Hawking …” Comunque sia non esiste domanda più importante ed è ora di trovare la risposta…”

    E come diceva già più di duemila anni fa il filosofo Eraclito: “Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti”.

    L’extraterrestre è mio fratello

    Il rapporto tra astronomia e fede in un’intervista a padre Funes, direttore della Specola Vaticana

    L’extraterrestre è mio fratello

    di Francesco M. Valiante

    “E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Cita Dante – il celebre verso che chiude l’ultimo canto dell’Inferno – per descrivere la missione dell’astronomia. Che è anzitutto quella di “restituire agli uomini la giusta dimensione di creature piccole e fragili davanti allo scenario incommensurabile di miliardi e miliardi di galassie”. E se poi scoprissimo di non essere i soli ad abitare l’universo? L’ipotesi non lo inquieta più di tanto. È possibile credere in Dio e negli extraterrestri. Si può ammettere l’esistenza di altri mondi e altre vite, anche più evolute della nostra, senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell’incarnazione, nella redenzione. Parola di astronomo e di sacerdote. Parola di José Gabriel Funes, direttore della Specola Vaticana.
    Argentino, quarantacinque anni, gesuita, dall’agosto del 2006 padre Funes ha le chiavi della storica sede nel Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo, che Pio XI concesse all’osservatorio vaticano nel 1935. Fra circa un anno le restituirà, per ricevere quelle del monastero delle basiliane situato al confine tra le Ville Pontificie e Albano, dove si trasferiranno gli studi, i laboratori e la biblioteca della Specola. Unisce modi cortesi e pacati a quel leggero distacco dalle cose terrene di chi è abituato a tenere gli occhi rivolti verso l’alto. Un po’ filosofo e un po’ investigatore, come tutti gli astronomi. Contemplare il cielo è per lui l’atto più autenticamente umano che si possa fare. Perché – spiega a “L’Osservatore Romano” – “dilata il nostro cuore e ci aiuta a uscire dai tanti inferni che l’umanità si è creata sulla terra:  le violenze, le guerre, le povertà, le oppressioni”.

    Come nasce l’interesse della Chiesa e dei Papi per l’astronomia?

    Le origini si possono far risalire a Gregorio XIII, che fu l’artefice della riforma del calendario nel 1582. Padre Cristoforo Clavio, gesuita del Collegio romano, fece parte della commissione che studiò questa riforma. Tra Settecento e Ottocento sorsero ben tre osservatori per iniziativa dei Pontefici. Poi nel 1891, in un momento di conflitto tra il mondo della Chiesa e il mondo scientifico, Papa Leone XIII volle fondare, o meglio rifondare, la Specola Vaticana. Lo fece proprio per mostrare che la Chiesa non era contro la scienza ma promuoveva una scienza “vera e solida”, secondo le sue stesse parole. La Specola è nata dunque con uno scopo essenzialmente apologetico, ma col passare degli anni è divenuta parte del dialogo della Chiesa col mondo.

    Lo studio delle leggi del cosmo avvicina o allontana da Dio?

    L’astronomia ha un valore profondamente umano. È una scienza che apre il cuore e la mente. Ci aiuta a collocare nella giusta prospettiva la nostra vita, le nostre speranze, i nostri problemi. In questo senso – e qui parlo come prete e come gesuita – è anche un grande strumento apostolico che può avvicinare a Dio.

    Eppure molti astronomi non perdono occasione per fare pubblica professione di ateismo.

    Direi che è un po’ un mito ritenere che l’astronomia favorisca una visione atea del mondo. Mi sembra che proprio chi lavora alla Specola offra la testimonianza migliore di come sia possibile credere in Dio e fare scienza in modo serio. Più di tante parole conta il nostro lavoro. Contano la credibilità e i riconoscimenti ottenuti a livello internazionale, le collaborazioni con colleghi e istituzioni di ogni parte del mondo, i risultati delle nostre ricerche e delle nostre scoperte. La Chiesa ha lasciato un segno nella storia della ricerca astronomica.

    Ci faccia qualche esempio.

    Basterebbe ricordare che una trentina di crateri della luna portano i nomi di antichi astronomi gesuiti. E che un asteroide del sistema solare è stato intitolato al mio predecessore alla direzione della Specola, padre George Coyne. Si potrebbe richiamare inoltre l’importanza di contributi come quelli di padre O’Connell all’individuazione del “raggio verde” o di fratello Consolmagno al declassamento di Plutone. Per non parlare dell’attività di padre Corbally – vicedirettore del nostro centro astronomico di Tucson – che ha lavorato con un team della Nasa alla recente scoperta di asteroidi residui della formazione di sistemi binari di stelle.

    L’interesse della Chiesa per lo studio dell’universo si può spiegare col fatto che l’astronomia è l’unica scienza che ha a che fare con l’infinito e quindi con Dio?

    Per essere precisi, l’universo non è infinito. È molto grande ma è finito, perché ha un’età:  circa quattordici miliardi di anni, secondo le nostre conoscenze più recenti. E se ha un’età, significa che ha un limite anche nello spazio. L’universo è nato in un determinato momento e da allora si espande continuamente.

    Da che cosa ha avuto origine?

    Quella del big bang resta, a mio giudizio, la migliore spiegazione dell’origine dell’universo che abbiamo finora dal punto di vista scientifico.

    E da allora che cosa è successo?

    Per trecentomila anni la materia, l’energia, la luce sono rimaste unite in una sorta di miscela. L’universo era opaco. Poi si sono separate. Così noi adesso viviamo in un universo trasparente, possiamo vedere la luce:  quella delle galassie più lontane, per esempio, che è arrivata a noi dopo undici o dodici miliardi di anni. Bisogna ricordare che la luce viaggia a trecentomila chilometri al secondo. Ed è proprio questo limite a confermarci che l’universo oggi osservabile non è infinito.

    La teoria del big bang avvalora o contraddice la visione di fede basata sul racconto biblico della creazione?

    Da astronomo, io continuo a credere che Dio sia il creatore dell’universo e che noi non siamo il prodotto della casualità ma i figli di un padre buono, il quale ha per noi un progetto d’amore. La Bibbia fondamentalmente non è un libro di scienza. Come sottolinea la Dei verbum, è il libro della parola di Dio indirizzata a noi uomini. È una lettera d’amore che Dio ha scritto al suo popolo, in un linguaggio che risale a duemila o tremila anni fa. All’epoca, ovviamente, era del tutto estraneo un concetto come quello del big bang. Dunque, non si può chiedere alla Bibbia una risposta scientifica. Allo stesso modo, noi non sappiamo se in un futuro più o meno prossimo la teoria del big bang sarà superata da una spiegazione più esauriente e completa dell’origine dell’universo. Attualmente è la migliore e non è in contraddizione con la fede. È ragionevole.

    Ma nella Genesi si parla della terra, degli animali, dell’uomo e della donna. Questo esclude la possibilità dell’esistenza di altri mondi o esseri viventi nell’universo?

    A mio giudizio questa possibilità esiste. Gli astronomi ritengono che l’universo sia formato da cento miliardi di galassie, ciascuna delle quali è composta da cento miliardi di stelle. Molte di queste, o quasi tutte, potrebbero avere dei pianeti. Come si può escludere che la vita si sia sviluppata anche altrove? C’è un ramo dell’astronomia, l’astrobiologia, che studia proprio questo aspetto e che ha fatto molti progressi negli ultimi anni. Esaminando gli spettri della luce che viene dalle stelle e dai pianeti, presto si potranno individuare gli elementi delle loro atmosfere – i cosiddetti biomakers – e capire se ci sono le condizioni per la nascita e lo sviluppo della vita. Del resto, forme di vita potrebbero esistere in teoria perfino senza ossigeno o idrogeno.

    Si riferisce anche ad esseri simili a noi o più evoluti?

    È possibile. Finora non abbiamo nessuna prova. Ma certamente in un universo così grande non si può escludere questa ipotesi.

    E questo non sarebbe un problema per la nostra fede?

    Io ritengo di no. Come esiste una molteplicità di creature sulla terra, così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio. Questo non contrasta con la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio. Per dirla con san Francesco, se consideriamo le creature terrene come “fratello” e “sorella”, perché non potremmo parlare anche di un “fratello extraterrestre”? Farebbe parte comunque della creazione.

    E per quanto riguarda la redenzione?

    Prendiamo in prestito l’immagine evangelica della pecora smarrita. Il pastore lascia le novantanove nell’ovile per andare a cercare quella che si è persa. Pensiamo che in questo universo possano esserci cento pecore, corrispondenti a diverse forme di creature. Noi che apparteniamo al genere umano potremmo essere proprio la pecora smarrita, i peccatori che hanno bisogno del pastore. Dio si è fatto uomo in Gesù per salvarci. Così, se anche esistessero altri esseri intelligenti, non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti nell’amicizia piena con il loro Creatore.

    Insisto:  se invece fossero peccatori, sarebbe possibile una redenzione anche per loro?

    Gesù si è incarnato una volta per tutte. L’incarnazione è un evento unico e irripetibile. Comunque sono sicuro che anche loro, in qualche modo, avrebbero la possibilità di godere della misericordia di Dio, così come è stato per noi uomini.

    Il prossimo anno si celebra il bicentenario della nascita di Darwin e la Chiesa torna a confrontarsi con l’evoluzionismo. L’astronomia può offrire un contributo a questo confronto?

    Come astronomo posso dire che dall’osservazione delle stelle e delle galassie emerge un chiaro processo evolutivo. Questo è un dato scientifico. Anche qui io non vedo contraddizione tra quello che noi possiamo imparare dall’evoluzione – purché non diventi un’ideologia assoluta – e la nostra fede in Dio. Ci sono delle verità fondamentali che comunque non mutano:  Dio è il creatore, c’è un senso alla creazione, noi non siamo figli del caso.

    Su queste basi, è possibile un dialogo con gli uomini di scienza?

    Direi che anzi è necessario. La fede e la scienza non sono inconciliabili. Lo diceva Giovanni Paolo II e lo ha ripetuto Benedetto XVI:  fede e ragione sono le due ali con cui si eleva lo spirito umano. Non c’è contraddizione tra quello che noi sappiamo attraverso la fede e quello che apprendiamo attraverso la scienza. Ci possono essere tensioni o conflitti, ma non dobbiamo averne paura. La Chiesa non deve temere la scienza e le sue scoperte.

    Come invece è avvenuto con Galileo.

    Quello è certamente un caso che ha segnato la storia della comunità ecclesiale e della comunità scientifica. È inutile negare che il conflitto ci sia stato. E forse in futuro ce ne saranno altri simili. Ma penso che sia arrivato il momento di voltare pagina e guardare piuttosto al futuro. Questa vicenda ha lasciato delle ferite. Ci sono stati malintesi. La Chiesa in qualche modo ha riconosciuto i suoi sbagli. Forse si poteva fare di meglio. Ma ora è il momento di guarire queste ferite. E ciò si può realizzare in un contesto di dialogo sereno, di collaborazione. La gente ha bisogno che scienza e fede si aiutino a vicenda, pur senza tradire la chiarezza e l’onestà delle rispettive posizioni.

    Ma perché oggi è così difficile questa collaborazione?

    Credo che uno dei problemi del rapporto tra scienza e fede sia l’ignoranza. Da una parte, gli scienziati dovrebbero imparare a leggere correttamente la Bibbia e a comprendere le verità della nostra fede. Dall’altra, i teologi e gli uomini di Chiesa dovrebbero aggiornarsi sui progressi della scienza, per riuscire a dare risposte efficaci alle questioni che essa pone continuamente. Purtroppo anche nelle scuole e nelle parrocchie manca un percorso che aiuti a integrare fede e scienza. I cattolici spesso rimangono fermi alle conoscenze apprese al tempo del catechismo. Credo che questa sia una vera e propria sfida dal punto di vista pastorale.

    Cosa può fare in questo senso la Specola?

    Diceva Giovanni XXIII che la nostra missione deve essere quella di spiegare agli astronomi la Chiesa e alla Chiesa l’astronomia. Noi siamo come un ponte, un piccolo ponte, tra il mondo della scienza e la Chiesa. Lungo questo ponte c’è chi va in una direzione e chi va in un’altra. Come ha raccomandato Benedetto XVI a noi gesuiti in occasione dell’ultima congregazione generale, dobbiamo essere uomini sulle frontiere. Credo che la Specola abbia questa missione:  essere sulla frontiera tra il mondo della scienza e il mondo della fede, per dare testimonianza che è possibile credere in Dio ed essere buoni scienziati.

    (©L’Osservatore Romano 14 maggio 2008)

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