Ufologia: il Vaticano e gli extraterrestri

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Presidente Centro ufologico nazionale
Non è un mistero il fatto che il Vaticano abbia stupito il mondo con le sue aperture sull’esistenza degli extraterrestri, attraverso le interviste da Mons. Balducci, a Padre Funes, gesuiti della Specola Vaticana. Se il famoso articolo di padre Funes pubblicato su l’Osservatore Romano, “L’Extraterrestre è mio Fratello”, suscitò scalpore, ecco che recentemente un altro gesuita Padre Consolmagno ha presentato il suo libro, Vuoi battezzare un extraterrestre? al simposio della Nasa a Washington.

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Papa Francesco ha usato la metafora degli extraterrestri come paragone: “…e se i marziani, sì, proprio quelli verdi con le orecchie a punta, ci chiedessero il battesimo? La Chiesa vada oltre i limiti”. Anche in una altra metafora il Pontefice ha usato il termine alieno: “Noi non siamo salvatori di nessuno, siamo trasmettitori di un ‘alieno’ che ci salvò tutti e questo possiamo trasmetterlo soltanto se assumiamo nella nostra vita, nella nostra carne e nella nostra storia la vita di questo ‘alieno’ che si chiama Gesù”, sdoganando così terminologie e concetti una vola considerati impronunciabili.

Con Papa Ratzinger, gli astronomi gesuiti hanno ribadito la possibilità della presenza degli extraterrestri nell’universo. Nel suo viaggio a Cuba e nell’incontro con Fidel Castro, è caduta la discussione sulla necessità di arricchire le nostre conoscenze sulle altre forme di vita nell’universo. Fu poi organizzato un convegno di astrobiologia in Vaticano nel 2009 con astrofisici ed esobiologi, ripetuto a Tucson, Arizona, nel 2014.

Citiamo l’articolo del 2012 sul Sole 24ore del cardinale Ravasi, “Una fede extraterrestre” per recensire il libro Gesù gli Ufo e gli Alieni, del teologo tedesco Kreiner. Pochi addetti ai lavori sanno invece che queste ipotesi erano state prese in seria considerazione fin dai primi anni Cinquanta. In un articolo del Catholic Standarddel lontano 1952, veniva affermato che la vita su altri pianeti di creature dotate di ragione era ammessa da lungo tempo da teologi cattolici, così come la teoria dei dischi volanti.

Lo stesso gesuita Reyna, astronomo e professore di fisica all’Università del Salvador a Buenos Aires, aveva affermato: “Gli Ufo sono oggetti reali le cui strutture, velocità e traiettorie, sono state sia fotografate, sia registrate dai radar. Quelle navi di lontani pianeti sono state più volte inseguite dai nostri aerei militari. Da due degli Osservatori, molte volte ho seguito le evoluzioni degli Ufo. Quasi sempre essi seguivano dei “satelliti” o i missili che li mettevano in orbita, ma sempre ad una certa distanza, come per non disturbarli con il loro campo magnetico. Quando i “satelliti” entrano nel cono d’ombra della Terra, essi spariscono; per contro, gli Ufo rimangono luminosi e cambiano generalmente rotta, e questo a velocità fantastiche. Una notte e senza dubbio per la prima volta al mondo, abbiamo seguito uno di essi al telescopio. Tutto ciò è assolutamente certo e controllato da tecnici”.

Un studioso del fenomeno Ufo è stato senza alcun dubbio il gesuita Grasso, noto per i suoi interventi sia in dibattiti pubblici che su organi di stampa nazionali oltre che, sulla rivista del Cun Notiziario Ufo.

Altre figure di primo piano hanno affrontato il problema della vita extraterrestre: il teologo Coda, incaricato nel 1995 dal Sir di dare una risposta alla questione: “Anche gli extraterrestri, se esistono, sono creature di Dio e per la solidarietà che coinvolge tutta la creazione, rientrerebbero anche loro nel riscatto dal peccato originale”.

Forse la posizione del Vaticano sulle civiltà extraterrestri, è riassumibile nell’affermazione di Mons. Schianchi, docente di Morale all’Istituto di Scienze Religiose di Parma che nel 1997 confermava non ci fosse contrasto con l’esistenza di intelligenze extraterrestri e la dottrina cristiana.

L’astronomo del Vaticano, docente di Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma, Tanzella-Nitti ha affermato: “I cristiani non hanno bisogno di rinunciare alla loro fede in Dio, semplicemente sulla base della ricezione di queste nuove informazioni inattese di carattere religioso ma che riguardano civiltà extraterrestri, una volta che il religioso verifica che queste civiltà aliene provengono al di fuori della Terra, dovranno condurre “una rilettura del Vangelo comprensivo dei nuovi dati”.

Altro contributo proviene da Padre Fantoli, filosofo della Scienza, già professore all’università dei gesuiti di Tokyo, che ha pubblicato il libro di filosofia Extraterrestri. Storia di un idea dalla Grecia ad oggi.

Infine cito il famoso dizionario latino realizzato dal Vaticano, sempre aggiornato nei termini, che ha inserito l’acronimo forse più esatto su gli Ufo, traducendolo in Riv ‘Res Inesplicata Volantes’, cosa volante non spiegata. Riv è il termine più corretto per spiegare il fenomeno degli oggetti volanti ormai classificati da ufologi e militari, con apposite griglie di catalogazione dove viene erroneamente usato il termine “non identificato” invece che “non spiegato”, non potendone stabile la natura e la provenienza di tali oggetti.

Non possiamo non citare il contributo del presbiteriano Barry Downing, sacerdote statunitense Phd in fisica presso l’Università di Hartwick, un’altra presso il Princeton Theological Seminary e un dottorato di ricerca sul rapporto tra religione e scienza presso l’Università di Edimburgo. Ha lavorato come consulente di teologia presso il Mutual Ufo Network (Mufon) fino al 1972 ed è uno dei direttori del consiglio internazionale del Fondo per la ricerca sugli Ufo (Fufor) ed ha pubblicato il libro La Bibbia e i dischi volanti. Importanti sono state anche le tre conferenze fatte in Vaticano come CIFAS a cui ho avuto l’onore di partecipare investe di relatore nel 2000, nel 2010 e nel 2013 a cui i media hanno dato ampio risalto.

 

Certamente la scoperta costante degli esopianeti ha aumentato esponenzialmente la possibilità di scoprire forme di vita intelligente. Le recenti posizioni degli scienziati danno come imminente un contatto con civiltà extraterrestri entro i prossimi 20 anni. Non stupisce affatto dunque che la chiesa con i suoi astronomi e le specole tra le più tecnologiche esistenti, potesse rimanere assente in un dibattito che la investe sia in termini teologici sia sul versante astronomico, dibattito a cui non può e non vuole sottrarsi. In questa fase epocale, il suo contributo su un argomento così immenso, come quello della vita nell’universo, ha proposto una ricerca che è un argine alle posizioni esaltate della new-age o di personaggi lontani da un seria analisi. Le diverse anime della ricerca non possono prescindere dal contributo della filosofia e della teologia nella consapevolezza che, diceva Eraclito, “…non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti”.

Ufo, qualcosa sta cambiando. La ricerca di civiltà extraterrestri non è utopia

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Se l’umanità non si fosse imposta ambiziosi progetti nel suo cammino, temporalmente irrealizzabili, o non si fosse posta dinanzi alla sfida di trasformare in realtà ipotesi fantascientifiche, forse l’uomo starebbe ancora relegato al suolo, ragionando sull’ipotesi della fattibilità del volo umano.

Non è un caso che lo scrittore francese, Jules Verne, scrivesse che ciò che l’uomo può immaginare può poi realizzare. Ma per fare questo si deve lanciare la sfida, in fondo è poco più di un secolo che l’uomo dispone di macchine volanti, da poco meno di un secolo che è andato nello spazio e da meno di un quarto di secolo che con la scoperta degli esopianieti ha reso plausibile e più concreta l’ipotesi dei mondi abitati. Attualmente conosciamo ancora molto poco la periferia del nostro pianeta, dove le profondità marine celano, ancora scoperte così come sorprese, le foreste pluviali. La conferma delle intuizioni einsteiniane sulle onde gravitazionali, dimostrano come le nostre conoscenze siano limitate rispetto alla conoscenza del nostro sistema solare, e della galassia. I nuovi orizzonti della scienza che iniziamo a intravedere, evidenziando come la nostra conoscenza sia relegata al nostro pianeta, nella periferia della galassia, di una dei miliardi di quelle presenti nel nostro universo.

Una civiltà di qualche migliaio, milione o miliardo di anni superiore alla nostra dovrebbe avere già risolto il problema dei viaggi intergalattici, anche se a noi, molto presuntuosamente ciò ci sembra fantascientifico, come per un indios pensare di arrivare in Europa in poche ore. Ecco che gli ufo allora non sono più degli oggetti misteriosi ma si appalesano per quello che le cronache e i rapporti presentano. Sconosciuti oggetti tecnologici avanzatissimi, evidentemente non terrestri poiché mai usati nella storia dell’umanità e nell’uso primario della tecnologia: la guerra. Un solo tale oggetto sarebbe in grado di sovvertire gli esiti di un qualsiasi conflitto. Ma nulla di ciò è mai accaduto. Di contro tale tecnologia se terrestre non giustificherebbe lo sviluppo in parallelo di nuovi razzi tipo super Saturn per la Nasa e tipo Angara per la Russialegati alla tipologia dei razzi alla Von Braun che al confronto sarebbero scatolette di latta.

E ragionando in base alla logica terrestre, che dire di una documentazione e rapporti sugli ufo così secretata? Cosa giustificherebbe tale livello di blindatura su un fenomeno inesistente? Documenti per mezzo secolo catalogati “top secret” ed alcuni “born classified”, svilendo l’efficacia del Foia Freedom, con il “Top Secret Umbra” una super tutela sui documenti governativi. Non sarà un caso che sulla ultime edizioni del dizionario vaticano di latino è stato coniato l’acronimo R.I.V. per descrivere gli Ufo in quanto si contesta il “non identificato” con il “non spiegato” Res Inesplicatae Volantes.

Cosa giustifica allora l’insofferenza la supponenza, il malcelato fastidio e le insofferenti frasi censorie di alcuni scienziati ed autorità quando si parla di ufo? Hanno la comprensione di essere sempre più minoranza? Qualcuno ha paura di perdere lo scettro del “sapere”o i budget per la ricerca? In fondo l’incontro con una civiltà extraterrestre sarebbe l’evento più importante nella storia del genere umano. Se la rivoluzione copernicana ha allontanato l’uomo dal centro dell’universo, una “rivelazione” di tale portata lo riporrebbe con tutti i suoi primitivi limiti in rapporto ad altre civiltà, all’interno di una comunità galattica. Per questo si comprende il cambio di paradigma di altri scienziati, che non solo ammettono l’esistenza di civiltà extraterrestri ma che anzi suppongono possibili visite nell’antichità, sul nostro satellite e sulla Terra e troviamo da Carl Sagan, ai Nobel Carl Pauling, Lester Pearson, Francis Crick, Kary Mullis, ai vari Lederberg, Asimov, Shklovskii, Kardashev, Micho Kaku fino a Paul Davies, Gabriel Funes e Guy Consolmagno e le recenti dichiarazioni di Stephen Hawking atterrito e non solo lui, dalla possibilità dell’arrivo di ET sul nostro pianeta, per non parlare per il cambio di atteggiamento sugli ET da parte dell’Inaf, dove nel loro sito viene ospitato un articolo del taglio particolare, ET parla, ma nessuno lo ascolta. Da ultimo le ipotesi della possibilità che gli alieni occultino la loro presenza o quella dei loro pianeti con raggi laser.

Sembrano ipotesi antitetiche, e forse qui sta il vero cambio di paradigma nell’atteggiamento della scienza verso argomenti scomodi ed economicamente infruttuosi, ma come sosteneva il filosofo Eraclito: “Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti”. Forse l’ostacolo primario è quello che H. Spencer sintetizzava magnificamente con questa frase “Vi è un principio che ostacola qualsiasi informazione, questo principio è il disprezzo prima dell’indagine. Speriamo che le nuove scoperte e la nuova corsa spaziale rompano i vecchi schemi e accompagnino l’umanità verso scenari inediti.

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Proxima b, la “Terra gemella” più vicina possibile

COSA SAPPIAMO E COSA NON SAPPIAMO

Trovate tracce di un possibile pianeta simile al nostro in orbita in zona abitabile attorno a Proxima Centauri, la stella più vicina al Sistema solare, ad appena 4.2 anni luce da noi. La scoperta, annunciata oggi in conferenza stampa internazionale dall’ESO, è pubblicata su Nature

Rappresentazione artistica della superficie del pianeta Proxima b in orbita attorno alla nana rossa Proxima Centauri, la stella più vicina al Sistema solare. In alto a destra rispetto a quest’ultima, s’intravede anche la stella doppia Alpha Centauri AB. Crediti: ESO/M. Kornmesser

Non è un pianeta qualunque. Quello descritto oggi per la prima volta sulle pagine di Nature è un mondo del quale ci ricorderemo a lungo. Grande – o meglio piccolo – circa quanto la Terra, Proxima b, questo il suo nome, ha infatti due caratteristiche che danno alla sua scoperta una portata storica. Anzitutto, ma qui è in buona compagnia, non si può escludere che possa ospitare la vita. Ma a renderlo unico è che orbita attorno alla stella più vicina che esista al nostro Sole: la modesta nana rossa Proxima Centauri, ad “appena” 4.2 anni luce da noi.

«Molti esopianeti sono stati scoperti e molti altri verranno scoperti in futuro, ma cercare quello che potenzialmente è l’analogo della Terra a noi più vicino, e riuscirci, è stata per noi tutti l’esperienza di una vita», è la dichiarazione altisonante – com’è comprensibile che sia – dello scienziato alla guida del team che ha trovato Proxima b, Guillem Anglada-Escudé, della Queen Mary University di Londra.

E il fatto che sia un ricercatore spagnolo in forze presso un’università del Regno Unito ci porta a una terza particolarità di questa scoperta che – soprattutto di questi tempi – vale la pena menzionare:Proxima b è un pianeta “europeo”. Nel senso che ad “avvistarlo” per primi non sono stati i telescopi spaziali della NASA bensì quelli terrestri, situati sulle Ande cilene, dell’ESO, lo European Southern Observatory, un’organizzazione intergovernativa tutta europea che comprende fra i suoi membri di maggior rilievo anche l’Italia.

Ecco come funziona il metodo di rilevazione d'un pianeta basato sulla misura della variazione della velocità radiale (slide presentata durante la conferenza stampa ESO)

Non è un pianeta qualunque, dicevamo: se confermato – ma su questo, ora spiegheremo perché, ci sono ben pochi dubbi – e soprattutto se risulterà davvero abitabile, Proxima b, proprio per la sua imbattibile prossimità, avrà buone chance di monopolizzare per anni, o forse sarebbe più corretto dire per millenni, l’attenzione (e le risorse) di ogni programma per la ricerca d’una seconda Terra. Ma tutto ciò è ancora alquanto prematuro. Basti pensare che Proxima b non è ancora stato nemmeno visto. Non direttamente – anche se con il diluvio di rappresentazioni artistiche che ci inonderà in queste ore sarà difficile ricordarsi e convincersi che non esiste, a oggi, neppure un singolo pixel che lo ritragga, figuriamoci una foto. Ma nemmeno indirettamente: a differenza di quanto accade con il metodo dei transiti, quello utilizzato dal satellite Kepler, che dei pianeti ci mostra quanto meno “l’ombra”, l’esistenza e le caratteristiche di Proxima b sono state per ora dedotte quasi esclusivamente dalle perturbazioni sulla velocità della sua stella madre – Proxima Centauri, appunto – introdotte dall’influenza gravitazionale reciproca fra quest’ultima e il pianeta. Ovvero, con il metodo delle velocità radiali. Ci sono – è vero – anche curve fotometriche, relative a variazioni periodiche della luminosità della stella, correlate con il segnale doppler della variazione di velocità radiale (ecco il perché del ‘quasi’ di poc’anzi), ma non c’è alcuna prova che siano legate a un eventuale transito del pianeta sul disco della stella. Dunque, prima di procedere oltre, è opportuno distinguere tra le informazioni ragionevolmente certe – per quanto la certezza assoluta non appartenga al dominio della scienza – e quelle che invece al momento non lo sono. Partiamo da queste ultime.

Cosa non sappiamo

Non sappiamo alcunché circa la sua atmosfera. Non solo non sappiamo da quali gas è formata, ma neppure possiamo dire se ne possiede una o meno. A voler vedere il bicchiere mezzo vuoto, c’è da ricordare che l’assenza di un’atmosfera è resa abbastanza probabile dall’estrema prossimità del pianeta alla stella madre. In ogni caso, gli scienziati non sono al momento nemmeno in grado di quantificare la probabilità che un’atmosfera ci sia o non ci sia, ha dichiarato oggi in conferenza stampa uno dei coautori della scoperta, Ansgar Reiners, dell’Istituto di astrofisica di Gottinga, in Germania.

Allo stesso modo, non c’è alcuna certezza sulla presenza o meno di acqua, né in superficie né al di sotto. La buona notizia, però, sottolineata più volte dagli scienziati, è che questa temporanea – speriamo – ignoranza non ci consente d’escludere che possegga entrambe: acqua e atmosfera. Non solo: le condizioni termiche ipotizzate per il pianeta (tenendo conto della distanza dalla stella e della temperatura relativamente mite di quest’ultima, meno di 2800 gradi) sembrerebbero compatibili con la presenza d’acqua allo stato liquido.

Ancora, pur avendo una stima circa la sua massa minima, non possiamo dire altrettanto su quella massima. Dunque, stando ai dati, potrebbe anche non essere un “piccolo pianeta roccioso”. Però, ha spiegato Anglada-Escudé, per quanto sia vero che non abbiamo indizi sulla massa massima, l’esperienza con i pianeti rocciosi individuati da Kepler induce a ritenere che si tratti d’un pianeta comunque piccolo.

Infine, ma a questo punto dovrebbe essere scontato, nessuno è in grado d’affermare se lassù ci sia o meno la vita.

Cosa sappiamo

La posizione di Proxima Centauri (la "casa" di Proxima b) nei cieli australi. In primo piano, il telescopio da 3.6 metri dell'ESO, dov'è installato HARPS, lo strumento che ha scoperto il pianeta. Crediti: Y. Beletsky (LCO)/ESO/ESA/NASA/M. Zamani

Sappiamo che c’è. Va detto che, almeno formalmente, Proxima b non è collocato nella classe dei pianeti confermati, ma è ancora in quella dei candidati – come ben si evince anche dal titolo dello studio pubblicato oggi su Natureche illustra la scoperta: “A terrestrial planet candidate in a temperate orbit around Proxima Centauri”. E i falsi positivi sono numerosi, seppure in quantità minore per quanto riguarda i piccoli pianeti rocciosi come dovrebbe essere Proxima b. D’altronde, basti ricordare che un candidato di massa terrestre appena qualche settimana luce più distante di questo – a 4.3 anni luce da noi – era stato rilevato nel 2012, anch’esso con il metodo delle variazioni di velocità radiale, in orbita attorno ad Alpha Centauri B. Denominato Alpha Centauri Bb, anche nel suo caso la scoperta venne pubblicata su Nature, ma successive analisi hanno messo pesantemente in dubbio che esista davvero.

Però il caso di Proxima b è diverso. Tanto che –  scherzando, d’accordo, ma fino a un certo punto – Anglada-Escudé ha puntualizzato che quel ‘candidate’ che troviamo nel titolo dell’articolo su Nature si riferisce soprattutto all’aggettivo ‘terrestrial’, più che al sostantivo ‘planet’. E aggiungendo che la probabilità che si tratti d’un falso positivo è stimata attorno a uno su dieci milioni. Il perché di tanta sicurezza sta anzitutto in un numero: 1.4 m/s. Di tanto varia la velocità di Proxima Centauri per effetto dell’interazione gravitazionale con Proxima b. Misurato dallo spettrografo HARPS (vero protagonista della scoperta, installato sul telescopio da 3.6 metri dell’ESO in Cile), è un valore alquanto elevato, che mette sostanzialmente al riparo da rischi di smentite. A questo vanno aggiunte le conferme ottenute dalle misure fotometriche, come detto prima, e in generale la lunga durata e la progressione senza sorprese della campagna osservativa. «Ho continuato a verificare la consistenza del segnale ogni singolo giorno, durante le 60 notti della campagna osservativa Pale Red Dot», ricorda Anglada-Escudé a proposito degli ultimi, concitati, mesi di raccolta dati. «I primi 10 erano promettenti, i primi 20 erano in linea con quanto ci attendevamo, e dopo 30 giorni il risultato era praticamente definitivo, così ci siamo messi a scrivere l’articolo».

Ne conosciamo la massa minima, stimata attorno a 1.27 volte quella della Terra. Sappiamo quanto dura un suo anno: 11 giorni e 4 ore terrestri, questo il periodo di rivoluzione. E abbiamo una stima abbastanza precisa di quanto sia lontano da Proxima Centauri, la stella attorno alla quale orbita: circa 7.5 milioni di km, ovvero il 5 percento della distanza fra la Terra e il Sole. Pochissimo. Così poco da rendere probabili, nonostante la debolezza della stella rispetto al Sole, alcune caratteristiche non proprio a favore dell’abitabilità. Quali? La rotazione sincrona, per esempio, con la conseguenza che Proxima b potrebbe mostrare sempre la stessa faccia alla sua stella, e dunque avere un emisfero perennemente illuminato e l’altro perennemente al buio. Ancora, l’intensità delle tempeste stellari. O l’induzione magnetica della stella sul pianeta, vale a dire la densità del suo flusso magnetico. Ma la più minacciosa parrebbe essere la radiazione stellare che investe il pianeta, soprattutto in banda ultravioletta e X: quest’ultima, in particolare, si ritiene sia 400 volte più intensa di quella che investe la Terra.

Tutte avversità, osservano però Anglada-Escudé e colleghi, alle quali un’atmosfera come si deve potrebbe far fronte. Inoltre, sappiamo anche che le nane rosse hanno durata lunghissima. Proxima Centauri esisterà centinaia, se non migliaia, di volte più a lungo del Sole. E questa longevità è un fattore cruciale a favore dello sviluppo d’eventuali forme di vita.

Di Proxima b sappiamo infine, ed è la sua caratteristica più importante, quanto dista da noi. Pochissimo, in termini astronomici: 4.22 anni luce. Per un pianeta extrasolare – escludendo improbabili pianeti orfani – meno di così è impossibile, visto che Proxima centauri è la stella più vicina al Sole. Per dire, se mai qualcuno lassù fosse oggi intento ad ascoltare un nostro giornale radio, sentirebbe quello del 3 giugno 2012 – governo Monti, ricordate? Insomma, sarebbe quasi un nostro contemporaneo. Pochissimo in termini astronomici, dunque, ma comunque un’enormità per noi viaggiatori umani: 40 mila miliardi di km.

La "firma" del pianeta nelle variazioni di velocità radiale della sua stella madre. Crediti: ESO/G. Anglada-Escudé

Cosa ci attende

Il primo obiettivo, si spera a breve termine, è capire se Proxima b possiede un’atmosfera. Per riuscirci, l’osservazione di un transito sarebbe l’ideale: ci permetterebbe non solo di confermare al di là d’ogni ragionevole dubbio che Proxima b esiste, ma anche – appunto – di verificare la presenza di un’atmosfera e di analizzarne la composizione chimica. Purtroppo, però, per osservare un transito non bastano né la pazienza certosina del team guidato da Anglada-Escudé né la tecnologia più avanzata possibile: occorre anche trovarsi nella posizione giusta. E su questo c’è assai poco da fare.

Ecco dunque che potrebbe tornare quanto mai a proposito il progetto Starshot, del quale abbiamo parlato qualche mese fa su INAF-TV e che, in modo piuttosto irrituale per una conferenza stampa scientifica, ha trovato ospitalità anche nella presentazione dell’ESO. Ultimo fra gli speaker è infatti intervenuto, in qualità di chairman della Breakthrough Prize Foundation, Pete Worden, fino all’anno scorso direttore del NASA AMES Research Center. E ha spiegato che, fra i 20-25 anni necessari per la realizzazione delle micronavicelle spaziali – sponsorizzate da personaggi del calibro di Yuri Milner, Mark Zuckerberg e lo stesso Stephen Hawking – e gli altri 20-25 richiesti per coprire a velocità relativistiche la distanza che ci separa dal sistema di Alpha Centauri, dove si trova Proxima b, fra il 2060 e la fine del secolo potremmo cominciare a ricevere immagini ravvicinate del nostro vicino di casa.

Un’attesa troppo lunga per ricevere solo immagini, dite? Be’, consolatevi: se volessimo andarci di persona, e prima o poi lo vorremo, pur con tutto l’ottimismo possibile, anche i più giovani fra noi difficilmente assisteranno alla colonizzazione di Proxima b. I conti sono presto fatti. Prendiamo Solar Probe, un telescopio solare da mezza tonnellata il cui lancio è in programma per il 2018. Si prevede che toccherà punte di oltre 200 km/s, vale a dire 720 mila km/h, abbattendo così ogni record di velocità per oggetti costruiti dall’uomo. Ebbene, se anche riuscissimo a realizzare una navicella in grado di raggiungere la velocità di Solar Probe e capace di portare esseri umani a bordo, per arrivare su Proxima b impiegheremmo oltre 6 mila anni. Come dire, per essere là adesso saremmo dovuti partire nel V millennio a.C., in epoca neolitica, quando i nostri antenati conoscevano a malapena strumenti come l’aratro o la ruota. Insomma, prima di metterci in viaggio, meglio assicurarci che ne valga davvero la pena.

Per saperne di più:

Proxima b, un’altra Terra a 4,2 anni luce da noi

Michael Hopkins, l’astronauta che ha portato il Santissimo Sacramento nello spazio | UCCR

http://www.uccronline.it/2016/05/16/michael-hopkins-lastronauta-che-ha-portato-il-santissimo-sacramento-nello-spazio/

Riusciremo a perseguire una rivoluzione scientifica?

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Una rivoluzione scientifica ci attende. Abbiamo la tecnologia per cercare la vita oltre la Terra, una scoperta che avrebbe cambiato il mondo.

Siamo in grado di andare a cercare. La domanda è: è vero?

Non si vuole fare di esplorazione spaziale una priorità, e vedere atterraggi su Europa e Marte nella vostra vita? Allora clicca qui sotto per dire ai tuoi rappresentanti del Congresso che si vota per lo spazio.

Invia la tua petizione per sollecitare il Congresso per fermare i tagli alla NASA a richiesta di bilancio finale del Presidente e mantenere importanti missioni in pista. Aiutaci inviamo 100.000 petizioni a Washington D.C. entro il 15 maggio.

(Molte grazie se già risposto.)

Il vostro aiuto sarà alimentare il nostro lavoro politico in questo anno di elezioni critica. Grazie.

Bill Nye

Bill Nye

Avanti!

Bill Nye, CEO The Planetary Society
Bill Nye, CEO di The Planetary Society
Bill Nye, CEO

¿Vamos a seguir una revolución científica?

Una revolución científica nos espera. Tenemos la tecnología para buscar vida fuera de la Tierra, un descubrimiento que podría cambiar el mundo.

Podemos ir a buscar. La pregunta es: ¿verdad?

¿Quieres hacer la exploración del espacio en una prioridad, y ver los rellanos en Europa y Marte en su vida? A continuación, haga clic abajo para avisarle a sus representantes en el Congreso thatyou votan por el espacio.

Envíe su petición para instar al Congreso para detener los recortes a la NASA en la solicitud de presupuesto definitivo del Presidente y mantener misiones importantes en la pista. Ayúdanos a enviar 100.000 peticiones a Washington D.C. el 15 de mayo.

(Muchas gracias si ya respondieron.)

Su ayuda será alimentar nuestro trabajo de políticas en este año electoral crítico. Gracias.

Bill Nye

Bill Nye, CEO The Planetary Society

Bill Nye
¡Adelante!

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