A Celebration of Space Exploration in Honor of Roger B. Chaffee

Roger That Conference Image

February 10 – 11, 2017

Roger That! Conference

Roger B. Chaffee was born February 15, 1935 in Grand Rapids, Michigan and went on to become one of the city’s favorite sons. An engineer, pilot and astronaut, Chaffee lost his life in the Apollo 1 accident on January 27, 1967. This event, scholarly in nature and open to the general public (and free with registration, apart from the ticketed dinner keynote) is co-organized by Grand Valley State University, the Grand Rapids Public Museum and the Roger B. Chaffee Scholarship Fund. Roger That! seeks to honor Chaffee and highlight local research in a two-day celebration of space exploration.

Roger That! is a series of concurrent events in downtown Grand Rapids taking place on Friday, February 10th and Saturday, February 11th. Speakers from a number of different fields will present. Click here to register for the conference!

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Academic and Public Conference

Date: Friday, February 10th
Location: GVSU Eberhard Center

  • Space and Science presentations will cover space-related topics in the fields of physics, engineering, geology, biology, and mathematics.
  • Space and Society presentations will cover such topics as; the psychology of astronaut team-building, the history of space exploration, space travel and religion, archaeoastronomy, and the economic costs and benefits of space travel.
  • Space and the Arts presentations will take a multimedia approach in discussing the relationship between space exploration and popular culture, focusing on art, science fiction, literature, and film.
  • Student Design Challenge presentations will allow local students in the 6th-12th grades to show off their innovative solutions to a number of challenges involving space exploration. Solutions will be presented and displayed in the Eberhard Center on Friday, February 10th and winners will be announced at the Grand Rapids Public Museum on Saturday, February 11th.

School Field Trips

Date: Friday, February 10th
Location: Grand Rapids Public Museum

Local students will have an opportunity to learn about space exploration through a series of programs at the Grand Rapids Public Museum, including hands-on activities and a presentation at the Roger B. Chaffee Planetarium. For more information visit our Field Trips page.

Museum Celebration

Date: Saturday, February 11th
Location: Grand Rapids Public Museum

The GRPM will continue the celebration of space exploration and the life of Roger B. Chaffee through exciting and educational exhibitions and activities taking place throughout the day.

Click here for more information about the Museum Celebration.

Special Exhibits

A “Roger That!” photo exhibition will be on display from January 9 through March 31 at the West Wall Gallery in GVSU’s Eberhard Center. The exhibition, produced by the GVSU Art Gallery in conjunction with the Chaffee family and the Grand Rapids Public Museum, will display images depicting the life of Roger B. Chaffee.

In addition, samples of actual lunar material returned by the Apollo astronauts who walked on the surface of the moon will also be displayed along with various types of meteorites. This material is on loan from NASA and will be available for viewing during the two-day Roger That! Event. Please consult the Roger That! Schedule for viewing times.

Presented by Grand Valley State University in association with the Grand Rapids Public Museum and the Roger B. Chaffee Planetarium.

Lecture in Grand Rapids

Lecture in Grand Rapids – February 11, 2017
Br. Guy Consolmagno, SJ, will be speaking at the Chaffee Planetarium as part of the two-day events commemorating the 50th anniversary of the Apollo 1 disaster presented by the Grand Valley State University in association with the Roger B. Chaffee Planetarium and Grand Rapids Public Museum.
“Discarded Worlds, Astronomical Ideas that were Almost Correct”
Br. Guy Consolmagno, SJ
Director of the Vatican Observatory
Chaffee Planetarium
Saturday, February 11, 2017 at 11:00 AM
Theme of the presentation:  Astronomy is more than just observing; it’s making sense of those observations. A good theorist needs to blend a knowledge of what’s being observed with a good imagination, with no fear of being wrong. Many key astronomers of the past rose to the challenge, and they were “almost” correct, which is to say, they were wrong … sometimes hilariously, sometimes heartbreakingly so. What lessons can 21st century astronomers take from these discarded images of the universe?
Tickets are available on the Grand Rapids Public Museum website at http://www.grpm.org/
To know more about all the events please see: http://www.gvsu.edu/rogerthat/
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Un matematico credente racconta il suo professore Odifreddi

di Francesco Malaspina*
*docente di Geometria algebrica presso il Politecnico di Torino

 

Sono stato suo studente, ho seguito un suo corso di logica matematica durante il mio primo anno di dottorato e rimane quella gratitudine di fondo verso chi ci ha insegnato qualcosa.

Non riuscirò dunque ad essere troppo polemico e velenoso nei confronti di Piergiorgio Odifreddi un po’ appunto per gratitudine e un po’ perché in generale faccio fatica ad avere una visione del tutto negativa di chiunque. Questo potrebbe deludere qualche lettore ma talvolta un punto di vista non ostile risulta più credibile e presenta dei vantaggi.

Trovo stucchevole attaccarlo dal punto scientifico. Se si spulcia in un motore di ricerca specifico si trovano in effetti pochi articoli a suo nome. Se parlate però con matematici del suo settore, vi diranno che si tratta di risultati di una certa rilevanza. Inoltre ha scritto nel 1989 due manuali di ricerca molto citati che sono ancora oggi un punto di riferimento importante per gli specialisti. Ha avuto il merito di lavorare sia negli Stati Uniti che nell’allora Unione Sovietica in un periodo nel quale quei due mondi non si parlavano, mettendo quindi insieme conoscenze difficilmente rintracciabili in modo organico. Ovviamente chi crede che, essendo il matematico più famoso d’Italia, sia anche il migliore si sbaglia in modo grossolano ma l’attacco personale, proprio della dialettica politica spesso e volentieri, è da evitare. Va inoltre detto che Piergiorgio ha lasciato presto l’attività di ricerca per dedicarsi in modo brillante alla divulgazione scientifica. La matematica è davvero arte, bellezza, poesia e fantasia ma ci sono difficoltà tecniche e spesso anche blocchi di tipo psicologico che la rendono per molti poco accessibile. Ecco allora che chi riesce a raccontarla in modo semplice e accattivante svolge evidentemente un compito assai prezioso. Diversi miei colleghi matematici pensano che il lavoro divulgativo di Odifreddi abbia fatto un buon servizio alla nostra materia contribuendo all’incremento di iscrizioni al corso di laurea in matematica.

Quando affronta argomenti riguardanti il Cristianesimo si avventura in un terreno complesso, oltre che molto studiato. Ha fatto un notevole lavoro da autodidatta cercando di reperire un po’ di bibliografia, guardando l’etimologia di alcuni termini in ebraico, in greco e in latino, raccogliendo informazioni di tipo storico ed esegetico e cercando di aggiungere anche contributi di biologia e di genetica. Lo dico senza ironia, credo davvero che abbia fatto uno sforzo notevole. Penso che, partendo dalla sua posizione di logico matematico, abbia tentato di mettere insieme diverse aree del sapere usando il metodo di indagine che conosceva. In fondo la logica matematica è tra le aree della disciplina, quella più vicina alla filosofia e si può vedere un po’ come una cerniera tra le materie dette scientifiche e quelle dette umanistiche; per questo può venire la tentazione di provare a invaderle entrambe.

Si tratta in realtà di un atteggiamento piuttosto inusuale tra i matematici che tendono a essere piuttosto prudenti e a parlare solo di ciò che conoscono bene, fino a sembrare timidi. E’ inevitabile che così facendo sia andato incontro ad alcuni errori molti dei quali sottolineati in questo sito web. Si tratta, a mio modo di vedere, di un numero non eccessivamente elevato considerando la complessità dei temi trattati. Va detto che lo scienziato moderno tende a essere molto specializzato per riuscire a dire qualcosa di davvero originale e non esiste più lo scienziato universale capace di destreggiarsi in aree lontane tra loro. Bisogna ad ogni modo dargli atto che non ha usato la materia che meglio conosceva per attaccare il Cristianesimo. Non ha strumentalizzato la matematica che è praticamente assente nei suoi attacchi. I temi trattati sono, come dicevo, studiati molto diffusamente ed è quindi difficile, anche laddove non si commettano errori, riuscire a essere incisivi se si vuole sviluppare una critica e non si è specialisti.

Il motto di copertina del suo libro più celebre “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)”, sintetizza: «Se la Bibbia fosse un’opera ispirata da un Dio, non dovrebbe essere corretta, coerente, veritiera, intelligente, giusta e bella? E come mai trabocca invece di assurdità scientifiche, contraddizioni logiche, falsità storiche, sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie?». L’affermazione che la Bibbia contenga errori di vario tipo è evidentemente corretta ma è piuttosto banale. Chiunque prenda in mano per esempio la versione della CEI non farà fatica a trovarne e li vedrà anche evidenziati senza alcun imbarazzo dalle note e dai commenti. La cosa infatti può turbare soltanto chi abbia una visione fondamentalista e pensi che il testo sia stato letteralmente dettato da Dio. Il concetto di ispirazione è stato studiato in modo approfondito nel Concilio Vaticano II (e non solo) e qualsiasi studente al primo anno di una facoltà teologica saprebbe argomentare diffusamente sulla non contraddizione degli errori nella bibbia. Se nonostante ciò, per via dell’apparenza scientifica, qualcuno leggendo il libro in un momento travagliato del suo cammino spirituale, fosse rimasto confuso e si fosse allontanato dal Cristianesimo, ne sarei certamente rammaricato sia in quanto credente che in quanto matematico. Quando ho scritto a Odifreddi di aver letto quel libro durante la scorsa estate, mi ha subito risposto che gli dispiaceva che avessi scelto quello e che mi sarebbe interessato certamente di più “Il vangelo secondo la scienza”. Con questo non voglio dire che lui sia proprio pentito di quel testo ma che magari ora scriverebbe in modo più prudente e non metterebbe in copertina una frase così superficiale. Nel successivo “Caro Papa ti scrivo” è stato in effetti meno sferzante ed è riuscito a sollecitare l’interessante risposta di Benedetto XVI.

Il nostro rapporto epistolare è cominciato in occasione dell’uscita del mio libro che gli ho spedito cercando un dialogo su questi temi. Durante questo cordiale scambio di email mi ha proposto di organizzare un incontro mettendo come moderatore il collega Marco Codegone che era curioso di ritrovare dopo aver visto questo articolo sul sito web per cui sto scrivendo. Si è tenuta così il primo dicembre 2016, nell’aula magna del Politecnico di Torino, una disfida matematica tra scienza, arte e fede. E’ stato un rischio perché so bene di non essere affatto un grande oratore, mentre Odifreddi è abilissimo. Fragile il contenitore ma non il contenuto. Abbiamo un tesoro in vasi di creta (2Cor 4,7). Ho scelto di non rispondere colpo su colpo, lasciando che fosse lui a guidare, ma sono riuscito a raccontare quello che volevo (qui è possibile ascoltare l’incontro: parte1 e parte2). Alcuni amici credenti avrebbero voluto che rispondessi di più, altri invece han condiviso questo tipo di strategia. Ho cercato di dare semplicemente una testimonianza della bellezza del vivere in Cristo: non abbiamo una battaglia da vincere ma una gioia da condividere. Così facendo, inoltre, il clima si è mantenuto cordiale, anche lui non ha alzato i toni eccessivamente, mi ha concesso senza irritarsi qualche piccola stoccata e alla fine siamo stati a cena assieme, con anche il moderatore.

E’ stata una cena gradevole nella quale si è parlato di vari argomenti. Tra le altre cose ci ha detto che, pur essendo presidente onorario dell’UAAR, non frequenta praticamente mai il loro sito e pensa che la loro campagna per sbattezzare sia ben poco ragionevole. Nel complesso la mia impressione è che, pur essendo inevitabilmente un po’ prigioniero del suo personaggio impertinente e anticlericale, Odifreddi abbia una sua intima e travagliata ricerca spirituale e che l’incontro con Benedetto XVI, cominciato ma non terminato con la lettera sopra citata, ne abbia ammorbidito alcune posizioni.

 

Altri articoli dello stesso autore
«E’ più ragionevole credere in Dio, anche senza dimostrazione matematica» (10/01/17)
«Sono un matematico, vi spiego perché ho scelto l’assioma di Cristo» (11/06/16)

Un bimbo di 6 anni pone a uno scienziato la domanda più importante di tutte

“Qual è il senso della vita?”

Neil deGrasse Tyson è forse l’astrofisico più carismatico che sia mai esistito, capace di intrattenere e informare allo stesso tempo, sempre con grande senso dell’umorismo.

Durante una conferenza a Boston (Stati Uniti), un bambino di “sei anni e tre quarti”, come ha specificato il piccolo, gli ha posto una domanda molto semplice, ma allo stesso tempo assai antica.

“QUAL È IL SENSO DELLA VITA?”

L’astrofisico non ha lasciato il bimbo senza risposta, e il risultato è stato un altro video sensazionale dello scienziato.

“Se stai ponendo ora questa domanda”, ha iniziato, “sarai l’adulto dal pensiero più profondo mai esistito”.

“Credo che le persone pongano questa domanda presupponendo che il ‘senso’ sia qualcosa che possono cercare per poi dire di averlo trovato”, ha osservato deGrasse Tyson. “Non considerano la possibilità che forse il senso della vita sia qualcosa che si crea e si fabbrica per se stessi e per gli altri”.


LEGGI ANCHE: Qual è il senso della vita?


“Quando penso al senso della vita mi chiedo: ‘Oggi avrò imparato qualcosa che ieri non sapevo? Che mi porta un po’ più vicino a conoscere tutto ciò che può essere conosciuto nell’universo?’” “Se vivo un giorno senza aver imparato qualcosa di più rispetto a quello precedente, penso di aver sprecato quella giornata”.

“Imparare è essere più vicini alla natura”, ha proseguito. “E imparare come funzionano le cose dà il potere di influenzare gli eventi. Dà il potere di aiutare persone che forse ne hanno bisogno. Il potere di aiutare se stessi e di modellare il proprio iter”.

“Qual è il senso della vita?” non è secondo lo scienziato “una domanda eterna e alla quale non si può rispondere. A mio avviso è quello che è alla mia portata tutti i giorni”.

Per questo, ha suggerito al bambino di “esplorare la natura” più che può. “Parte del fatto di essere un bambino è esplorare il mondo che ti circonda e il modo in cui lo influenzano le leggi della natura”.

“Gli adulti hanno dimenticato come comprendere la natura, come pensare sul mondo naturale”, ha concluso lo scienziato. “E allora devi continuare ad essere curioso, per te stesso e per gli altri che verranno curati da qualche medicina che forse un giorno inventerai. E facendo questo avrai creato senso nella vita”.

[Traduzione dal portoghese e adattamento a cura di Roberta Sciamplicotti]

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Vescovo muore e dona il corpo alla scienza. Paglia: che generosità

«Le ultime volontà del nostro vescovo erano che i suoi resti fossero donati alla ricerca scientifica». È stato lo stesso Francisco Pardo Artigas, attuale pastore di Girona, città cuore della cultura catalana, sede dell’aeroporto vicino a Barcellona, a dire in un comunicato ai fedeli della morte a Santo Stefano di monsignor Jaume Camprodon i Rovira, suo predecessore per i lunghi anni dal 1973 al 2001. Durante il funerale quasi surreale celebrato in duomo, in una delle regioni più secolarizzate della penisola iberica, la bara col suo corpo non c’era. La cripta preparata nella cattedrale per accogliere le spoglie dei vescovi titolari è rimasta chiusa. «Ho donato i miei resti alla sala di dissezione della Facoltà di Medicina di Barcellona» dice nel suo testamento. Dunque, il suo corpo lo ha regalato agli studenti di Anatomia. La Messa è stata officiata da Pardo, insieme a cardinali e vescovi della regione.

«Era cosciente che fin dal primo infarto che lo ha colpito anni fa, la medicina aveva fatto molto per lui – scrive Pardo nella lettera ai fedeli – e come ringraziamento, ha voluto donare il suo corpo per poter aiutare la ricerca in tutte le malattie». È stata la stessa diocesi «subito dopo la sua morte, a compiere le sue volontà». Il comunicato del vescovo è stato ripreso tal quale anche dalla Conferenza episcopale spagnola. Almeno ufficialmente, non ci sono state prese di posizione da parte di esponenti della Chiesa contro la sua scelta.

Camprodon aveva appena compiuto 90 anni, la sua scelta era contenuta nel testamento. Era un vescovo del Concilio Vaticano II, nel 2000 aveva chiesto pubblicamente perdono per il comportamento della Chiesa durante la dittatura franchista. Aveva fatto parlare di sé per l’invito ai fedeli a parlare solo catalano e c’è chi lo paragona a papa Francesco. Anche lui, come Bergoglio ha rinunciato all’appartamento papale, aveva rifiutato il palazzo episcopale. Rifiutò anche la Creu de Sant Jordi, prestigioso riconoscimento da parte del governo catalano.

I fedeli lo ricordano come un uomo molto semplice, nella sua ultima intervista ha detto che i suoi più bei ricordi da Vescovo erano le ordinazioni dei giovani sacerdoti. «Semplicità e affabilità erano abituali nel vescovo Jaume – dice di lui Carles Soler, un altro vescovo di Girona tra il 2001 e il 2008 – I suoi gesti e il suo modo di fare non erano mai clamorosi, non volevano attirare l’attenzione, ma erano sempre efficaci». Quest’ultimo gesto postumo è stato di sicuro clamoroso. Lo riconosce lo stesso Camprodon: «Se qualcuno si sorprenderà del destino delle mie spoglie mortali – scrive nel testamento – sappia che l’ho scelto come contributo alla società, dalla quale ho ricevuto tanto, e come gesto di comunione con il pane spezzato e condiviso al tavolo dell’Eucarestia». I funerali, come ha chiesto lui, sono stati semplici, e «senza elogi al defunto».

Vatican Insider ne ha parlato con monsignor Vincenzo Paglia, che proprio in questi giorni si è insediato, dopo la nomina di papa Francesco del 15 agosto 2016, nel nuovo ruolo di presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Quali sono stati i Suoi primi pensieri e reazioni dopo avere appreso la notizia della decisione di Jaume Camprodon i Rovira?

«Conoscendo la personalità del Vescovo si tratta di un gesto di generosità, da parte sua. La sua gratitudine per la guarigione si è trasformata nella scelta di dare un contributo per ulteriore ricerca scientifica, a favore di altri. Era stato aiutato a vincere un momento critico della sua vita. In questo senso quel gesto, secondo me, ha una sua valenza simbolica che non è da generalizzare, ma a cui guardare con attenzione. Esso mostra per un verso l’umanità di questo Vescovo e per l’altro verso si inscrive all’interno di questa sua esperienza particolare, che è quella che dà un valore simbolico alla sua scelta. Non vuole dettare una regola di comportamento generalizzato. Questo è bene sottolinearlo».

Un fedele potrebbe semplificare: «Dunque non dobbiamo farci cremare, ma possiamo donare il nostro cadavere agli scienziati»?

«Ripeto, siamo in una campo che direi è quello della esemplarità e della simbolicità. La Congregazione per la Dottrina della Fede ultimamente è intervenuta sul tema della cremazione per inquadrarla in una prospettiva umanistica, che mi sembra abbia ridotto di molto le contrapposizioni: ora è un tema assolutamente trattabile. Da parte mia credo sia importante però conservare una delicatezza in tutto quello che afferisce alla morte e ai suoi riti. In una società che vuole accantonare, dimenticare o esorcizzare la morte, io non manderei tutto in fumo: c’è un linguaggio, ci sono gesti, c’è una fisicità che sono importanti. Per chi piange il proprio caro. Questo linguaggio ci aiuta a comprendere anche il senso della morte del corpo, che va circondato con affetto e amore, come per secoli abbiamo fatto. La presenza del corpo della persona defunta ha un suo peso anche nel rendere i sentimenti concreti, storici, belli, profondi. La morte è stata circondata da un enorme pensiero di arte, di musica, di architettura che esprime questa necessità umana. Quindi non a caso nel testo della Congregazione per la Dottrina della Fede si considera la cremazione, sì, ma con la precisazione che non annulli il rapporto fisico e quindi la bellezza della presenza dei cimiteri nei luoghi pubblici, perché ci ricorda una comune prospettiva che è bene tenere presente. Di fronte ai tanti muri che costruiscono, a tanti fili spinati che si restaurano, io credo che un luogo dove non esistono muri e fili spinati è utile anche a capire come si vive, e non solo come si muore».

Questa vicenda del Vescovo spagnolo serve a migliorare il rapporto e il dialogo tra fede e scienza? E Lei, eccellenza, anche alla luce della scelta del Vescovo spagnolo, come interpreta invece il rapporto – meno “filosofico” e più pratico – tra fede e tecnica scientifica?

«Questa scelta del Vescovo emerito di Girona tocca un tema particolarmente delicato che è quello del rapporto dell’umano con la scienza e la tecnica, rapporto che sta assumendo nuovi contorni. Mentre in passato la tecnica poteva essere considerata uno strumento, oggi sta diventando una cultura diffusa e onnicomprensiva: in questa prospettiva un dialogo tra umanesimo e tecnica è indispensabile, purché e perché non se ne resti asserviti e quindi annullati in una logica che rimarrebbe solo tecnica. La tecnica per sua natura è senza anima, senza sogno, senza quel filo di mistero che è indispensabile per la vita umana. Non tutto può essere affidato alla tecnica perché altrimenti tutto sarà affidato al mercato, a chi ha i mezzi per sviluppare la tecnica e, alla fine, alla legge del più forte: guadagno, sfruttamento diventerebbero rischi sempre più forti. Ecco perché vita e morte legate dal mistero sono indispensabili. Per un progresso scientifico sempre rispettoso della centralità dell’essere umano, per un progresso scientifico davvero “umanistico” e non legge a sé stesso».

Il Pontefice l’ha scelta come Presidente della Pontificia Accademia per la Vita: quali sono le considerazioni e gli obiettivi per questo incarico?

«Il 2 gennaio è iniziata una nuova prospettiva per l’Accademia della Vita. Proprio nella sua istituzione l’Accademia ha scritto il suo mandato: è chiamata, rispetto alle grandi frontiere della vita e delle potenzialità e limiti che vanno emergendo in trasformazioni epocali, che si aprono con la tecnica, a percorrerle tutte. Ma proprio per poter individuare quella indispensabile prospettiva umanistica cui ho appena accennato. In questo senso il termine vita acquista un orizzonte largo, non si risparmia nessuna frontiera dell’umano, è di una vastità enorme, che va certamente da tutte le questioni che riguardano la biotecnologia, la bioetica, la robotica ma anche la vita intesa come sviluppo delle età dell’esistenza e quindi non solo dalla nascita, dalla fanciullezza, alla vita adulta e al prolungarsi inedito nella storia umana dell’età anziana, fino a temi poco esplorati: penso ad esempio al senso dei nove mesi di simbiosi di una madre col suo bambino e alle frontiere di espropriazione del cosiddetto “utero in affitto” e “maternità surrogata”. C’è poi tutto il tema della vita dell’ecologia umana, il rapporto con l’inquinamento, le prospettive di una giustizia anche nell’orizzonte della medicina. Pensiamo al problema della disuguaglianza nella distribuzione delle medicine, al mancato diritto alle cure che non è ancora avvertito come un diritto umano del XXI secolo. L’Accademia della Vita non è estranea a una riflessione da rinnovare sul tema di quello che distrugge la vita in maniera massiva, come le pandemie o la guerra, verso la quale sembrano cadute le barriere del rifiuto che si erano costruite nella coscienza uscita dalla seconda guerra mondiale. Guerra vuol dire eliminazione di bambini, di civili, di donne, di anziani, di vite umane brutalizzate e portate alla brutalità, fino alla distruzione della vita non solo umana ma anche biologica. Dovremo porci con serietà anche una domanda lanciata da don Luigi Sturzo a metà del secolo scorso. Se la guerra non vada messa anche ufficialmente “fuorilegge” dal pianeta, come la coscienza del mondo – pur non praticandolo – è arrivata a fare con la schiavitù e la tortura. Ecco questo mi pare l’affascinante e tremendo orizzonte che con la Pontificia Accademia per la Vita vogliamo affrontare e percorrere dialogando con tutte le culture».

Evoluzionisti e cattolici? Si può e si deve, parola al prof. Fiorenzo Facchini

Si può essere evoluzionisti e credenti? Una domanda così superficiale è ancora presente nel dibattito pubblico anche a causa di gruppi atei, da una parte, e del movimento creazionista dall’altra, i quali rispondono all’unisono di “no”.

Eppure un cattolico non dovrebbe avere più dubbi nel rispondere, già nel lontano 1969 il teologo Joseph Ratzinger concludeva una sua famosa trattazione sul tema scrivendo: «La teoria dell’evoluzione non annulla la fede, e nemmeno la conferma. Ma la sfida a comprendere meglio se stessa e ad aiutare in questo modo l’uomo a capire sé e a diventare sempre più quello che deve essere: l’essere che può dire tu a Dio per l’eternità» (J. Ratzinger, Wer ist das eigentlich – Gott?, 1969).

D’altra parte, sono tanti i cattolici (e i credenti, in generale) che hanno fatto dello studio dell’evoluzione biologica il loro oggetto di ricerca professionale, dagli americani Kenneth R. Miller, Martin A. Nowak e Joan Roughgarden, ai premi Nobel cristiani Peter Agre e Werner Arber, quest’ultimo attuale presidente della Pontifica Accademia delle Scienze.

In Italia uno tra i più noti cattolici che si occupano dell’evoluzione è il prof. Fiorenzo Facchini, sacerdote bolognese, professore emerito di Antropologia all’Università di Bologna, autore di circa 400 pubblicazioni su riviste nazionali e internazionali e membro di importanti società scientifiche (tra cui l’Istituto Italiano di Antropologia e la New York Academy of Sciences). E’ anche conosciuto al grande pubblico per i suoi libri divulgativi sul rapporto tra evoluzione e fede (consigliamo in particolare Le sfide dell’evoluzione. In armonia tra scienza e fede, Jaca Book 2008, Evoluzione. Cinque questioni nell’attuale dibattito, Jaca Book 2012).

Recentemente è stato oggetto di critica su un sito web cattolico di stampo sedevacantista-creazionista, dove si è sostenuto che la sua posizione sarebbe complice del tentativo di chi usa l’evoluzione della specie per «uccidere Dio», per questo «cercare di mettere assieme una visione evoluzionista con una in cui vi è l’esigenza di Dio è un errore sia a livello scientifico sia a livello di credente».

 

Non essendo d’accordo con questa obiezione, abbiamo voluto dare l’opportunità a mons. Facchini di replicare: ecco la nostra intervista.

Prof. Facchini, il tema evolutivo rimane al centro del dibattito tra scienza e fede: da un lato gli “anti-teisti” e dall’altro i creazionisti e gli esponenti del Progetto Intelligente. Ci sono posizioni intermedie? Qual è l’errore dei primi e quale quello dei secondi?
Nel dibattito sulla evoluzione le difficoltà e gli equivoci nascono dalla pretesa di escludere altri approcci di conoscenza che non siano quelli della scienza empirica, prima ancora che dalla utilizzazione del concetto di evoluzione in senso antireligioso in contrapposizione a creazione. E’ la posizione dello scientismo. Anche rimanendo sul piano puramente scientifico, l’evoluzione è un fatto su cui è difficile dissentire, ma le modalità con cui si è svolto il processo evolutivo non sono ancora tutte chiarite. Tenendo conto degli sviluppi della biologia evolutiva dello sviluppo e della paleontologia sono tanti i punti ancora oscuri. Ma le oscurità non possono mettere in dubbio il fatto, e cioè che l’universo, le forme viventi hanno avuto una propria storia evolutiva. Non si sono formati dal nulla, quasi per magia.

Qui entra il concetto di creazione, che fa chiaramente difficoltà agli atei, una creazione di realtà che cambiano nel tempo e manifestano un disegno superiore. Ma anche quello di disegno è un concetto filosofico, su cui la scienza non può dire nulla. Argomentare dalla sintonia delle forze e del sistema della natura per un disegno superiore è plausibile, ma siamo in un campo filosofico. Introdurre la causalità divina nel corso della evoluzione per realizzare direttamente strutture complesse (come si afferma nell’Intelligent design) non è corretto. Per un credente è meglio non esprimersi, se non siamo in grado di spiegare tutto, attendere nuovi studi, senza ricorrere a interventi esterni diretti, pur riconoscendo un universo ordinato e ben funzionante, voluto da Dio con proprietà e leggi che stiamo ancora esplorando.

2) Recentemente lei è stato oggetto di una piccola critica da parte di un saggista antievoluzionista cattolico, per il quale è impossibile credere in Dio ed essere evoluzionisti, che è più o meno lo stesso giudizio che hanno Richard Dawkins e i famosi “new atheist”.
Si può credere in Dio ed essere evoluzionisti. Basta ammettere che la realtà dell’universo è stata voluta da Dio. Come? Quando? Sta alla scienza ricercarlo. Ma sul significato di tutto, sul perché delle cose, è la parola di Dio che ci può guidare. Questi non sono problemi affrontabili con i metodi della scienza empirica. Nessuna opposizione tra creazione ed evoluzione. Se in passato vi sono stati contrasti è perché si voleva ricavare dalla scienza quello che essa non può dire o trarre dal testo biblico quello che non vuole dirci. Da Pio XII a Benedetto XVI, a Papa Francesco non ci sono dubbi su questa impostazione.

3) Entrando più nel tecnico, il suo critico sembra ammettere una selezione naturale intraspecie ma si oppone alla macroevoluzione, rigettando però l’origine comune e tutta la spiegazione evoluzionistica. Cosa vorrebbe rispondere, a lui e ai tanti credenti che la pensano in questo modo?
Alcuni ammettono una microevoluzione a livello di popolazioni e non una macroevoluzione. E’ vero. Il modello darwiniano, suffragato dalla genetica delle popolazioni, viene esteso a tutto lo sviluppo della vita. E questo è discutibile. Forse bisogna ammettere meccanismi e modalità diverse per la formazione (e il ripetersi) nel tempo, in linee anche diverse, di nuove strutture. Il paradigma evolutivo in gran parte potrebbe essere lo stesso nel senso che si realizza una congruenza fra le novità evolutive che si formano (ma come? Non solo le variazioni spontanee della specie come intendeva Darwin) e la selezione operata dall’ambiente. Meglio ammettere che vi sono cose che non conosciamo ancora, piuttosto che negare tutto a priori.

4) Nel suo ultimo libro, “Sessualità e genere. Si può scegliere?” ha trattato per la prima volta un nuovo argomento, affrontando dal punto di vista antropologico e biologico la questione del “gender”, un ottimo e documentato strumento per genitori ed educatori. Cosa l’ha portata ad occuparsene e qual è il messaggio che vorrebbe trasmettere?
Alla questione del genere ho dedicato la mia attenzione in questi ultimi tempi perché mi sono sentito interpellato in quanto antropologo. La sessualità in natura non è un optional, è fondamentale nella vita e nella evoluzione della specie. Fa parte della struttura biopsichica dell’uomo. La sessualità nella specie umana diventa relazione simbolica e fonda la società. E’ una mistificazione ideologica negarla o ricondurla a scelte soggettive. Il fatto che socialmente si siano creati stereotipi che portano a discriminazioni fra i sessi va superato. L’omofobia va contrastata, le persone vanno sempre rispettate, ma sarebbe deviante e diseducativo ricondurre la sessualità a un scelta soggettiva di genere o per rispettare varianti individuali negare o mistificare la realtà naturale. Al fondo c’è una ideologia individualista e libertaria che disintegra la famiglia e la società umana.

Wikileaks: il Vaticano sa degli alieni. Le prove in uno scambio di mail

Uno scambio di mail reso noto da Wikileaks dimostrerebbe che il Vaticano sa dell’esistenza degli alieni

Wikileaks colpisce ancora e questa volta a farne le spese è il Vaticanoche, secondo uno scambio di mail rese pubbliche, sarebbe a conoscenza dell’esistenza degli alieni. Le mail che fanno riferimento agli extraterrestri (rese note insieme ad altre 2mila) riguardano una discussione fra l’ex astronauta Edgar Mitchell, nell’equipaggio dell’Apollo 14 e morto nel febbraio 2016 e John Podesta, direttore della campagna elettorale di Hillary Clinton.

Nello scambio di messaggi Edgar Mitchell rivela a Podesta che la Santa Sede è pienamente a conoscenza dell’esistenza di forme di vite aliene e parla persino di una guerra spaziale che potrebbe presto scoppiare. “Il mio collega cattolico, Terry Mansfield, ci aggiornerà sulla consapevolezza del Vaticano rispetto all’Eti” scrive l’astronauta nel 2015, parlando degli alieni e di viaggi nello spazio di cui la Santa Sede saprebbe molto più di quanto vuole dare a vedere.

D’altronde Papa Francesco è stato più volte indicato come uno dei grandi potenti della Terra che potrebbe presto confermare l’esistenza degli alieni. Qualche tempo fa gli era stato chiesto, durante un’intervista, se il Vaticano sapesse qualcosa al riguardo. La sua risposta era stata decisamente evasiva e aveva lasciato aperte molte porte. “Onestamente non saprei come rispondere” aveva detto Papa Francesco “fino a quando l’America fu scoperta abbiamo pensato che non esiste, e invece è esistito”.

Le mail rese note da Wikileaks dimostrerebbero che Papa Francesco – e il Vaticano – sa molto di più di quanto abbia voluto far credere sino ad oggi. In realtà infatti la Santa Sede sarebbe a conoscenza dell’esistenza di forme di vita aliena e sarebbe addirittura entrata in contatto con gli esseri che abitano lo spazio e che potrebbero minacciare la pace della Terra.