Wikileaks: il Vaticano sa degli alieni. Le prove in uno scambio di mail

Uno scambio di mail reso noto da Wikileaks dimostrerebbe che il Vaticano sa dell’esistenza degli alieni

Wikileaks colpisce ancora e questa volta a farne le spese è il Vaticanoche, secondo uno scambio di mail rese pubbliche, sarebbe a conoscenza dell’esistenza degli alieni. Le mail che fanno riferimento agli extraterrestri (rese note insieme ad altre 2mila) riguardano una discussione fra l’ex astronauta Edgar Mitchell, nell’equipaggio dell’Apollo 14 e morto nel febbraio 2016 e John Podesta, direttore della campagna elettorale di Hillary Clinton.

Nello scambio di messaggi Edgar Mitchell rivela a Podesta che la Santa Sede è pienamente a conoscenza dell’esistenza di forme di vite aliene e parla persino di una guerra spaziale che potrebbe presto scoppiare. “Il mio collega cattolico, Terry Mansfield, ci aggiornerà sulla consapevolezza del Vaticano rispetto all’Eti” scrive l’astronauta nel 2015, parlando degli alieni e di viaggi nello spazio di cui la Santa Sede saprebbe molto più di quanto vuole dare a vedere.

D’altronde Papa Francesco è stato più volte indicato come uno dei grandi potenti della Terra che potrebbe presto confermare l’esistenza degli alieni. Qualche tempo fa gli era stato chiesto, durante un’intervista, se il Vaticano sapesse qualcosa al riguardo. La sua risposta era stata decisamente evasiva e aveva lasciato aperte molte porte. “Onestamente non saprei come rispondere” aveva detto Papa Francesco “fino a quando l’America fu scoperta abbiamo pensato che non esiste, e invece è esistito”.

Le mail rese note da Wikileaks dimostrerebbero che Papa Francesco – e il Vaticano – sa molto di più di quanto abbia voluto far credere sino ad oggi. In realtà infatti la Santa Sede sarebbe a conoscenza dell’esistenza di forme di vita aliena e sarebbe addirittura entrata in contatto con gli esseri che abitano lo spazio e che potrebbero minacciare la pace della Terra.

Papa: famiglia mai attaccata come ora

Il discorso. Papa: famiglia mai attaccata come ora


sabato 25 ottobre 2014
Accompagnare la famiglia, difendere il matrimonio, mai attaccati come oggi. Questa la riflessione di Papa Francesco al movimento apostolico Schoenstatt, ricevuto in Aula Paolo VI in occasione del centenario della fondazione.

Accompagnare la famiglia, difendere il matrimonio, mai attaccati come oggi. Questa la riflessione di Papa Francesco al movimento apostolico Schoenstatt, ricevuto in Aula Paolo VI in occasione del centenario di fondazione, avvenuta in Germania nell’ottobre 1914 per volontà di padre Giuseppe Kentenich. L’incontro, a cui hanno partecipato circa 7.500 persone, è stato animato da un dialogo dei presenti col Pontefice e da testimonianze e video di comunità, sposi, famiglie e giovani provenienti da una cinquantina di Paesi. All’evento hanno preso parte anche i rappresentanti di vari movimenti ecclesiali, tra cui la presidente dei Focolari, Maria Voce.La famiglia e il matrimonio, mai “tanto attaccati” come al giorno d’oggi. Papa Francesco, sollecitato dalle domande di alcuni esponenti del movimento apostolico Schoenstatt, torna sui temi del recente Sinodo dei vescovi e nota come sempre più nella società si proponga un modello di famiglia intesa come forma di “associazione” : La famiglia e il matrimonio, mai “tanto attaccati” come al giorno d’oggi. Papa Francesco, sollecitato dalle domande di alcuni esponenti del movimento apostolico Schoenstatt, torna sui temi del recente Sinodo dei vescovi e nota come sempre più nella società si proponga un modello di famiglia intesa come forma di “associazione” : “Che la famiglia sia colpita, che la famiglia venga colpita e che la famiglia venga imbastardita, come – va bene – è un modo di associazione… Si può chiamare famiglia tutto, no? Quante famiglie sono divise, quanti matrimoni rotti, quanto relativismo nella concezione del Sacramento del Matrimonio. In questo momento, da un punto di vista sociologico e dal punto di vista dei valori umani, come appunto del Sacramento cattolico, del Sacramento cristiano, c’è una crisi della famiglia, crisi perché la bastonano da tutte le parti e la lasciano molto ferita!”.Quindi il Pontefice invita a riflettere sulla realtà contemporanea, in cui – sottolinea – viene “svalutato” il Sacramento del matrimonio: si assiste – nota – alla “riduzione del Sacramento ad un rito”, “si fa del Sacramento un fatto sociale”, “il sociale copre la cosa fondamentale, che è l’unione con Dio”: “Quello che stanno proponendo non è un matrimonio, è una associazione. Ma non è matrimonio! E’ necessario dire cose molto chiare e questo dobbiamo dirlo! La pastorale aiuta, ma solamente in questo è necessario che sia ‘corpo a corpo’. Quindi accompagnare, e questo significa anche perdere il tempo. Il grande maestro del perdere il tempo è Gesù! Ha perso il tempo accompagnando, per far maturare la coscienza, per curare le ferite, per insegnare… Accompagnare è fare un cammino insieme”.In tal senso, il Santo Padre sollecita per i fidanzati una preparazione approfondita al matrimonio, un accompagnamento, per capire quel “per sempre” che oggi viene messo in discussione dalla “cultura del provvisorio”, senza “scandalizzarsi” di ciò che avviene, i “drammi familiari, la distruzione delle famiglie, i bambini” che soffrono per i disaccordi dei genitori, ma anche le nuove convivenze: “Sono nuove forme, totalmente distruttive e limitative della grandezza dell’amore del matrimonio. Ci sono tante convivenze e separazioni e divorzi: per questo, la chiave di come aiutare è ‘corpo a corpo’, accompagnando e non facendo proselitismo, perché questo non porta ad alcuno risultato: accompagnare, con pazienza”.Di fronte ai simboli della spiritualità di Schoenstatt, la Croce della missione – legata al forte impulso missionario del movimento – e l’immagine della Vergine Pellegrina e dopo la lettura del Vangelo della Visitazione, con l’incontro tra Maria e la cugina Elisabetta, i presenti chiedono al Papa del suo “grande amore per la Vergine” e del suo “modo di vedere il ruolo missionario” della Madonna. Papa Francesco non ha dubbi: Maria è madre, educatrice e “una Chiesa senza Maria – dice – è un orfanotrofio”.“Maria è madre, e non si può concepire nessun altro titolo di Maria che non sia ‘la madre’. Lei è madre, perché ci porta a Gesù e ci aiuta con la forza dello Spirito Santo perché Gesù nasca e cresca in noi. Lei continuamente ci dà la vita. E’ madre della Chiesa. E’ maternità. Non abbiamo il diritto – e se lo facciamo ci sbagliamo – di avere un psicologia da orfani. Il cristiano non ha diritto di essere orfano. Ha una madre! Abbiamo una madre”.Fondato durante la Prima Guerra Mondiale, il movimento di Schoenstatt nacque per volontà di padre Josef Kentenich, che diede vita all’iniziativa con un gruppo di giovani seminaristi, attraverso un atto chiamato “Alleanza d’Amore con Maria”. Con la Seconda Guerra Mondiale, l’esperienza si rafforzò e, dopo un duro periodo d’internato nel campo di concentramento di Dachau, padre Kentenich “partì verso quelle che erano le periferie del mondo di allora, Argentina, Brasile, Cile, Uruguay e Sudafrica, per servire la Chiesa”, come ha ricordato nei saluti il Superiore dei padri di Schoenstatt, padre Heinrich Walter. Nel tempo il movimento si è esteso in tutto il mondo. A chi, tra i giovani, espone al Santo Padre la difficoltà a portare in certi ambienti l’impulso missionario, Papa Francesco ricorda il Papa emerito Benedetto XVI e risponde: Testimonianza. Ossia, vivere in maniera tale che altri abbiano voglia di vivere come noi. Testimonianza. Non c’è altro. Vivere in maniera tale che altri si interessino a domandare: perché? Dare testimonianza. Il cammino della testimonianza, perché non c’é nulla che lo sostituisca. Dare testimonianza in tutto quello che facciamo. Noi nonsiamo i salvatori di nessuno. Noi trasmettiamo. Qualcuno che ci ha salvati tutti, e lo possiamo trasmettere solo se assumiamo nella nostra vita, nella nostra carne, nella nostra storia, la vita di questo Qualcuno che si chiama Gesù. Quindi: testimonianza.Il Pontefice si riferisce a un “testimonianza che abbia anche la capacità di farci muovere, di farci uscire, di andare in missione”, pregando:“Una Chiesa, un movimento o una comunità chiusa si ammala: tutte le malattie sono chiusure… Un movimento, una Chiesa, una comunità che esce, sbaglia… Sbaglia, ma è tanto bello chiedere perdono quando si sbaglia! Non abbiate paura! Uscire in missione; uscire in cammino. Siamo camminatori”.Il Papa, coi presenti che lo sollecitano, si definisce “un poco incosciente”, dice, “temerario”, ma sicuramente confessa di abbandonarsi alla preghiera: “Mi aiuta a non guardare le cose dal centro – c’è un solo centro: Gesù Cristo – piuttosto a guardare le cose dalla periferia, no? Dove si vedono più chiare. Quando uno si chiude in un piccolo mondo – il mondo del movimento, della parrocchia, dell’arcivescovado, o qui, il mondo della Curia – allora non si afferra la verità. Sì, forse la si afferra in teoria, ma non si afferra la realtà della verità in Gesù. La verità si afferra meglio dalla periferia piuttosto che dal centro. Questo mi aiuta”.Lo sguardo del Papa va anche alla Chiesa: “Ho visto, a volte, in alcune conferenze episcopali, in alcuni episcopati, che hanno incaricati per qualsiasi cosa, per tutto, non scappa niente… Tutto ben funzionante, tutto ben organizzato, ma mancano in alcune cose che potrebbero fare con la metà, con meno funzionalismo e più zelo apostolico, più libertà interiore, più preghiera… Questa libertà interiore è il coraggio di uscire”.E l’invito è a rinnovarsi continuamente: “Rinnovare la Chiesa non è fare un cambiamento qui, un cambiamento lì… Bisogna farlo perché la vita sempre cambia e quindi è necessario adattarsi. Però questo non è il rinnovamento. Anche qui, che è pubblico, lo posso dire: “Bisogna rinnovare la Curia”; “Si sta rinnovando la Curia; la Banca Vaticana, è necessario rinnovarla”. Tutti questi sono rinnovamenti esterni: questo è quello che dicono quotidianamente… E’ curioso, nessuno parla del rinnovamento del cuore. Non capiscono nulla di quello che significa rinnovamento del cuore: che è la santità, rinnovando il cuore di ognuno”.E un cuore rinnovato, aggiunge il Papa, è capace di andare oltre i disaccordi, che siano “disaccordi familiari” o “di guerra”, oltre la “cultura del provvisorio, che è una cultura di distruzione di legami”, per andare verso una cultura dell’incontro. Quindi la benedizione delle Croci dei presenti, con l’invito ad essere missionari nei 5 Continenti. Prima di congedarsi, il Papa ricorda che tempo addietro gli fu regalata un’immagine della Madre di Schoenstatt: prega e l’ha sempre con sé.

L’extraterrestre è mio fratello

Il rapporto tra astronomia e fede in un’intervista a padre Funes, direttore della Specola Vaticana

L’extraterrestre è mio fratello

di Francesco M. Valiante

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Cita Dante – il celebre verso che chiude l’ultimo canto dell’Inferno – per descrivere la missione dell’astronomia. Che è anzitutto quella di “restituire agli uomini la giusta dimensione di creature piccole e fragili davanti allo scenario incommensurabile di miliardi e miliardi di galassie”. E se poi scoprissimo di non essere i soli ad abitare l’universo? L’ipotesi non lo inquieta più di tanto. È possibile credere in Dio e negli extraterrestri. Si può ammettere l’esistenza di altri mondi e altre vite, anche più evolute della nostra, senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell’incarnazione, nella redenzione. Parola di astronomo e di sacerdote. Parola di José Gabriel Funes, direttore della Specola Vaticana.
Argentino, quarantacinque anni, gesuita, dall’agosto del 2006 padre Funes ha le chiavi della storica sede nel Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo, che Pio XI concesse all’osservatorio vaticano nel 1935. Fra circa un anno le restituirà, per ricevere quelle del monastero delle basiliane situato al confine tra le Ville Pontificie e Albano, dove si trasferiranno gli studi, i laboratori e la biblioteca della Specola. Unisce modi cortesi e pacati a quel leggero distacco dalle cose terrene di chi è abituato a tenere gli occhi rivolti verso l’alto. Un po’ filosofo e un po’ investigatore, come tutti gli astronomi. Contemplare il cielo è per lui l’atto più autenticamente umano che si possa fare. Perché – spiega a “L’Osservatore Romano” – “dilata il nostro cuore e ci aiuta a uscire dai tanti inferni che l’umanità si è creata sulla terra:  le violenze, le guerre, le povertà, le oppressioni”.

Come nasce l’interesse della Chiesa e dei Papi per l’astronomia?

Le origini si possono far risalire a Gregorio XIII, che fu l’artefice della riforma del calendario nel 1582. Padre Cristoforo Clavio, gesuita del Collegio romano, fece parte della commissione che studiò questa riforma. Tra Settecento e Ottocento sorsero ben tre osservatori per iniziativa dei Pontefici. Poi nel 1891, in un momento di conflitto tra il mondo della Chiesa e il mondo scientifico, Papa Leone XIII volle fondare, o meglio rifondare, la Specola Vaticana. Lo fece proprio per mostrare che la Chiesa non era contro la scienza ma promuoveva una scienza “vera e solida”, secondo le sue stesse parole. La Specola è nata dunque con uno scopo essenzialmente apologetico, ma col passare degli anni è divenuta parte del dialogo della Chiesa col mondo.

Lo studio delle leggi del cosmo avvicina o allontana da Dio?

L’astronomia ha un valore profondamente umano. È una scienza che apre il cuore e la mente. Ci aiuta a collocare nella giusta prospettiva la nostra vita, le nostre speranze, i nostri problemi. In questo senso – e qui parlo come prete e come gesuita – è anche un grande strumento apostolico che può avvicinare a Dio.

Eppure molti astronomi non perdono occasione per fare pubblica professione di ateismo.

Direi che è un po’ un mito ritenere che l’astronomia favorisca una visione atea del mondo. Mi sembra che proprio chi lavora alla Specola offra la testimonianza migliore di come sia possibile credere in Dio e fare scienza in modo serio. Più di tante parole conta il nostro lavoro. Contano la credibilità e i riconoscimenti ottenuti a livello internazionale, le collaborazioni con colleghi e istituzioni di ogni parte del mondo, i risultati delle nostre ricerche e delle nostre scoperte. La Chiesa ha lasciato un segno nella storia della ricerca astronomica.

Ci faccia qualche esempio.

Basterebbe ricordare che una trentina di crateri della luna portano i nomi di antichi astronomi gesuiti. E che un asteroide del sistema solare è stato intitolato al mio predecessore alla direzione della Specola, padre George Coyne. Si potrebbe richiamare inoltre l’importanza di contributi come quelli di padre O’Connell all’individuazione del “raggio verde” o di fratello Consolmagno al declassamento di Plutone. Per non parlare dell’attività di padre Corbally – vicedirettore del nostro centro astronomico di Tucson – che ha lavorato con un team della Nasa alla recente scoperta di asteroidi residui della formazione di sistemi binari di stelle.

L’interesse della Chiesa per lo studio dell’universo si può spiegare col fatto che l’astronomia è l’unica scienza che ha a che fare con l’infinito e quindi con Dio?

Per essere precisi, l’universo non è infinito. È molto grande ma è finito, perché ha un’età:  circa quattordici miliardi di anni, secondo le nostre conoscenze più recenti. E se ha un’età, significa che ha un limite anche nello spazio. L’universo è nato in un determinato momento e da allora si espande continuamente.

Da che cosa ha avuto origine?

Quella del big bang resta, a mio giudizio, la migliore spiegazione dell’origine dell’universo che abbiamo finora dal punto di vista scientifico.

E da allora che cosa è successo?

Per trecentomila anni la materia, l’energia, la luce sono rimaste unite in una sorta di miscela. L’universo era opaco. Poi si sono separate. Così noi adesso viviamo in un universo trasparente, possiamo vedere la luce:  quella delle galassie più lontane, per esempio, che è arrivata a noi dopo undici o dodici miliardi di anni. Bisogna ricordare che la luce viaggia a trecentomila chilometri al secondo. Ed è proprio questo limite a confermarci che l’universo oggi osservabile non è infinito.

La teoria del big bang avvalora o contraddice la visione di fede basata sul racconto biblico della creazione?

Da astronomo, io continuo a credere che Dio sia il creatore dell’universo e che noi non siamo il prodotto della casualità ma i figli di un padre buono, il quale ha per noi un progetto d’amore. La Bibbia fondamentalmente non è un libro di scienza. Come sottolinea la Dei verbum, è il libro della parola di Dio indirizzata a noi uomini. È una lettera d’amore che Dio ha scritto al suo popolo, in un linguaggio che risale a duemila o tremila anni fa. All’epoca, ovviamente, era del tutto estraneo un concetto come quello del big bang. Dunque, non si può chiedere alla Bibbia una risposta scientifica. Allo stesso modo, noi non sappiamo se in un futuro più o meno prossimo la teoria del big bang sarà superata da una spiegazione più esauriente e completa dell’origine dell’universo. Attualmente è la migliore e non è in contraddizione con la fede. È ragionevole.

Ma nella Genesi si parla della terra, degli animali, dell’uomo e della donna. Questo esclude la possibilità dell’esistenza di altri mondi o esseri viventi nell’universo?

A mio giudizio questa possibilità esiste. Gli astronomi ritengono che l’universo sia formato da cento miliardi di galassie, ciascuna delle quali è composta da cento miliardi di stelle. Molte di queste, o quasi tutte, potrebbero avere dei pianeti. Come si può escludere che la vita si sia sviluppata anche altrove? C’è un ramo dell’astronomia, l’astrobiologia, che studia proprio questo aspetto e che ha fatto molti progressi negli ultimi anni. Esaminando gli spettri della luce che viene dalle stelle e dai pianeti, presto si potranno individuare gli elementi delle loro atmosfere – i cosiddetti biomakers – e capire se ci sono le condizioni per la nascita e lo sviluppo della vita. Del resto, forme di vita potrebbero esistere in teoria perfino senza ossigeno o idrogeno.

Si riferisce anche ad esseri simili a noi o più evoluti?

È possibile. Finora non abbiamo nessuna prova. Ma certamente in un universo così grande non si può escludere questa ipotesi.

E questo non sarebbe un problema per la nostra fede?

Io ritengo di no. Come esiste una molteplicità di creature sulla terra, così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio. Questo non contrasta con la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio. Per dirla con san Francesco, se consideriamo le creature terrene come “fratello” e “sorella”, perché non potremmo parlare anche di un “fratello extraterrestre”? Farebbe parte comunque della creazione.

E per quanto riguarda la redenzione?

Prendiamo in prestito l’immagine evangelica della pecora smarrita. Il pastore lascia le novantanove nell’ovile per andare a cercare quella che si è persa. Pensiamo che in questo universo possano esserci cento pecore, corrispondenti a diverse forme di creature. Noi che apparteniamo al genere umano potremmo essere proprio la pecora smarrita, i peccatori che hanno bisogno del pastore. Dio si è fatto uomo in Gesù per salvarci. Così, se anche esistessero altri esseri intelligenti, non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti nell’amicizia piena con il loro Creatore.

Insisto:  se invece fossero peccatori, sarebbe possibile una redenzione anche per loro?

Gesù si è incarnato una volta per tutte. L’incarnazione è un evento unico e irripetibile. Comunque sono sicuro che anche loro, in qualche modo, avrebbero la possibilità di godere della misericordia di Dio, così come è stato per noi uomini.

Il prossimo anno si celebra il bicentenario della nascita di Darwin e la Chiesa torna a confrontarsi con l’evoluzionismo. L’astronomia può offrire un contributo a questo confronto?

Come astronomo posso dire che dall’osservazione delle stelle e delle galassie emerge un chiaro processo evolutivo. Questo è un dato scientifico. Anche qui io non vedo contraddizione tra quello che noi possiamo imparare dall’evoluzione – purché non diventi un’ideologia assoluta – e la nostra fede in Dio. Ci sono delle verità fondamentali che comunque non mutano:  Dio è il creatore, c’è un senso alla creazione, noi non siamo figli del caso.

Su queste basi, è possibile un dialogo con gli uomini di scienza?

Direi che anzi è necessario. La fede e la scienza non sono inconciliabili. Lo diceva Giovanni Paolo II e lo ha ripetuto Benedetto XVI:  fede e ragione sono le due ali con cui si eleva lo spirito umano. Non c’è contraddizione tra quello che noi sappiamo attraverso la fede e quello che apprendiamo attraverso la scienza. Ci possono essere tensioni o conflitti, ma non dobbiamo averne paura. La Chiesa non deve temere la scienza e le sue scoperte.

Come invece è avvenuto con Galileo.

Quello è certamente un caso che ha segnato la storia della comunità ecclesiale e della comunità scientifica. È inutile negare che il conflitto ci sia stato. E forse in futuro ce ne saranno altri simili. Ma penso che sia arrivato il momento di voltare pagina e guardare piuttosto al futuro. Questa vicenda ha lasciato delle ferite. Ci sono stati malintesi. La Chiesa in qualche modo ha riconosciuto i suoi sbagli. Forse si poteva fare di meglio. Ma ora è il momento di guarire queste ferite. E ciò si può realizzare in un contesto di dialogo sereno, di collaborazione. La gente ha bisogno che scienza e fede si aiutino a vicenda, pur senza tradire la chiarezza e l’onestà delle rispettive posizioni.

Ma perché oggi è così difficile questa collaborazione?

Credo che uno dei problemi del rapporto tra scienza e fede sia l’ignoranza. Da una parte, gli scienziati dovrebbero imparare a leggere correttamente la Bibbia e a comprendere le verità della nostra fede. Dall’altra, i teologi e gli uomini di Chiesa dovrebbero aggiornarsi sui progressi della scienza, per riuscire a dare risposte efficaci alle questioni che essa pone continuamente. Purtroppo anche nelle scuole e nelle parrocchie manca un percorso che aiuti a integrare fede e scienza. I cattolici spesso rimangono fermi alle conoscenze apprese al tempo del catechismo. Credo che questa sia una vera e propria sfida dal punto di vista pastorale.

Cosa può fare in questo senso la Specola?

Diceva Giovanni XXIII che la nostra missione deve essere quella di spiegare agli astronomi la Chiesa e alla Chiesa l’astronomia. Noi siamo come un ponte, un piccolo ponte, tra il mondo della scienza e la Chiesa. Lungo questo ponte c’è chi va in una direzione e chi va in un’altra. Come ha raccomandato Benedetto XVI a noi gesuiti in occasione dell’ultima congregazione generale, dobbiamo essere uomini sulle frontiere. Credo che la Specola abbia questa missione:  essere sulla frontiera tra il mondo della scienza e il mondo della fede, per dare testimonianza che è possibile credere in Dio ed essere buoni scienziati.

(©L’Osservatore Romano 14 maggio 2008)

El P. Víctor Urrestarazu es el nuevo vicario del Opus Dei en la Argentina

Martes 23 Dic 2014 | 10:35 am

Buenos Aires (AICA): El obispo prelado del Opus Dei, monseñor Javier Echevarría, designó al presbítero Víctor Urrestarazu vicario regional de la prelatura en la Argentina, Bolivia y Paraguay. En su primer mensaje a los fieles de la prelatura, el sacerdote invitó a seguir apoyando al Papa con el cariño y la oración, siguiendo de cerca su magisterio y apoyando la renovación pastoral que promueve. El obispo prelado del Opus Dei, monseñor Javier Echevarría, designó al presbítero Víctor Urrestarazu vicario regional de la prelatura en la Argentina, Bolivia y Paraguay. El sacerdote reemplaza en el cargo a monseñor Mariano Fazio, que impulsó los apostolados en el país durante los últimos cinco años y fue convocado por monseñor Echevarría para trabajar en Roma como vicario general de la obra.  Con ocasión del nombramiento, el padre Víctor Urrestarazu señaló: “Estamos viviendo unos años muy especiales para el país y la región latinoamericana, los años del pontificado del primer Papa de nuestro continente. Esto nos sitúa ante el enorme desafío histórico de apoyar al Papa de un modo especial, con nuestro cariño y nuestra oración, siguiendo de cerca su magisterio y apoyando la renovación pastoral que promueve”.  El nuevo vicario general también deseó a los miembros, cooperadores y allegados a la obra una feliz y santa Navidad, e invitó a mirar y aprender de Jesús en el pesebre, pobre. También invitó a acompañar con el corazón y con la ayuda concreta a todas las personas de que pasan necesidad.  Victor Urrestarazu nació en Córdoba el 14 de julio de 1958. Se ordenó sacerdote en 1997, luego de vivir 11 años en el Paraguay, donde desarrolló una importante tarea en el ámbito educativo. Fue profesor de ética y religión en el Colegio Campoalto y presidente de la Asociación Paraguaya Universitaria de Cultura. Como sacerdote, vivió sus primeros años de ministerio en varias provincias de la Argentina, hasta que en 2001 fue nombrado vicario del Opus Dei en el Paraguay. Luego, desde el 12 de junio de 2010 hasta ahora fue vicario de la prelatura para Buenos Aires. Urrestarazu es abogado por la Universidad Nacional de Córdoba y doctor en Derecho Canónico por la Pontificia Universidad de la Santa Cruz de Roma, título que obtuvo con una tesis sobre la “Libertad religiosa en las constituciones de América”. Desde 1993 es colaborador del diario paraguayo Última Hora y en los últimos años desarrolló una intensa tarea pastoral entre jóvenes profesionales. Es capellán de la ONG Universitarios para el Desarrollo. En 1974, conoció a san Josemaría Escrivá de Balaguer, fundador del Opus Dei, durante su visita a la Argentina.  El Opus Dei trabaja pastoralmente en la Argentina desde 1950, tanto en Buenos Aires, como en Córdoba, Mar del Plata, Mendoza, Rosario, Santa Fe, San Miguel, San Martín, San Justo, Pilar, La Plata, Tucumán, Posadas, Salta, San Juan y otras ciudades. Integran la prelatura en el país cerca de 5.000 fieles, de los cuales 70 son sacerdotes, y la jurisdicción de la vicaría regional se extiende también a Bolivia y Paraguay.  La actividad pastoral se realiza, además de la ayuda personal, mediante la atención espiritual de emprendimientos de promoción social y cultural, a través de residencias universitarias, institutos de capacitación en hotelería, escuelas rurales, colegios, clubes juveniles y la Universidad Austral, entre otras.

Un argentino, vicario general del Opus Dei

Sábado 13 de diciembre de 2014 | Publicado en edición impresa

El padre Mariano Fazio, cercano a Francisco, ocupará el tercer lugar de la prelatura

R OMA (De nuestra corresponsal).­ El padre Mariano Fazio, un argentino que es muy cercano al papa Francisco, con quien tiene mucha sintonía, pasó a ser ayer vicario general, es decir, el tercero de la prelatura del Opus Dei. Según un comunicado, el prelado del Opus Dei, monseñor Javier Echevarría, de 81 años y con demasiado trabajo, nombró al español Fernando Ocáriz (72), como su vicario auxiliar (segundo cargo de la prelatura), con la potestad ejecutiva necesaria para el gobierno de la prelatura, incluyendo las competencias reservadas al prelado, excepto las que requieren el ejercicio del orden episcopal. Y para reemplazar a Ocáriz en el cargo que ocupaba como vicario general, con el voto deliberativo de su consejo general, fue designado Fazio, que hasta ahora era vicario del Opus Dei en la Argentina, Paraguay y Bolivia. Nacido en Buenos Aires el 25 de abril de 1960, Fazio es el primer argentino que llega a un cargo tan alto en la obra. Recibió la ordenación sacerdotal en 1991 de manos de Juan Pablo II, luego de haber trabajado siete años en Ecuador como profesor de Filosofía del Derecho y editorialista de un diario. Desde 1996 a 2002, en Roma, fue el primer decano de la Facultad de Comunicación Institucional de la Universidad Pontificia de la Santa Cruz y luego rector de esa universidad, de 2002 a 2008. En el mismo período fue electo presidente de la Conferencia de Rectores de las Universidades Pontificias Romanas. En 2007, fue designado perito en la conferencia del episcopado latinoamericano en Aparecida (Brasil), reunión en la que coincidió con Jorge Bergoglio, entonces arzobispo de Buenos Aires y relator del documento final. Historiador y filósofo, Fazio es autor de más de 20 libros, entre ellos uno sobre las claves del pensamiento de Francisco. Sábado 13 de diciembre de 2014 | Publicado en edición impresa Un argentino, vicario general del Opus Dei El padre Mariano Fazio, cercano a Francisco, ocupará el tercer lugar de la prelatura Intelectual abierto, en una entrevista que concedió a LA NACION en junio de 2008 en Roma, Fazio no tuvo ningún problema en contestar una pregunta sobre la imagen controvertida, de grupo tradicionalista de derecha, que suele tener el Opus Dei. “Yo creo que el Opus Dei es una de las instituciones más queridas en la Iglesia y que va muy directamente a abordar temas de nuestro tiempo ­dijo­. Es decir, en medio de una sociedad secularizada, Dios puede llamar a personas para que se santifiquen sin necesidad de abandonar al mundo o irse a un convento. Este mensaje, que es muy fuerte, puede provocar reacciones de gente que no quiere una recristianización de la sociedad. Por otro lado, a lo largo de la historia de la Iglesia, todas las instituciones que han querido seguir muy de cerca al Señor han sufrido persecuciones, es algo que está en el mismo Evangelio, con lo cual nadie se tiene que sorprender.”

“Investiguen con humildad y fraternidad, el agua es esencial”, el Papa a los estudiantes del Observatorio Vaticano – Radio Vaticano

http://es.radiovaticana.va/news/2016/06/11/discurso_papa_francisco_-_observatorio_vaticano_-_escuela/1236451

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