Assinaturas do passado

Esta fotografia mostra o telescópio de 3,6 metros do ESO, situado no Observatório de La Silla no Chile. A Lua domina o céu noturno, brilhando tão intensamente que “pinta” o céu de azul!

No entanto, a estrutura que mais se destaca na imagem é a rocha vermelha situada em primeiro plano, que se encontra gravada com desenhos pré-históricos  — assinaturas do passado da região. Podemos encontrar vários petroglifos do mesmo gênero ao redor de La Silla, mas esta rocha em particular faz parte do local mais rico da região.

Um rastreio fotográfico e topográfico completo destas gravuras rupestres foi realizado em 1990. As rochas gravadas mostram predominantemente cenas com homens e animais, assim como misteriosas figuras geométricas. Pensa-se que estes petroglifos tenham origem no complexo El Molle — a primeira cultura do norte do Chile. Os geólogos acreditam que no primeiro milênio da nossa era choveu muito mais do que atualmente, o que terá permitido a existência e o desenvolvimento de várias culturas civilizadas no deserto do Atacama.

Crédito:

ESO/B. Tafreshi (twanight.org)

Firmas del pasado

Esta fotografía muestra el Telescopio de 3,6 metros de ESO, ubicado en el Observatorio La Silla, en Chile. El cielo nocturno está dominada por la Luna, ¡que brilla con tanta intensidad que tiñe el cielo de azul!

Sin embargo, la característica más dominante de esta imagen es la roca roja que vemos en primer plano. Está marcada con grabados prehistóricos, firmas del pasado de la región. La Silla alberga varios grabados similares, pero esta roca en particular es la que contiene mayor información de toda el área.

En 1990 se llevó a cabo un completo estudio fotográfico y topográfico de estos grabados. Las rocas talladas muestran principalmente escenas con hombres y animales, así como figuras geométricas misteriosas. Se cree que estos grabados provienen del complejo El Molle, la primera cultura del norte de Chile. Los geólogos creen que durante el primer milenio de nuestra era llovía mucho más que en la actualidad, permitiendo que algunas partes del desierto de Atacama albergaran varias culturas civilizadas.

Crédito:

ESO/B. Tafreshi (twanight.org)

Firme dal passato

Questa fotografia mostra il telescopio di 3,6 metri di ESO, situato all’osservatorio La Silla in Cile. Il cielo notturno sopra è dominato dalla Luna, che illumina così intensamente da tingere il cielo di blu!

La caratteristica principale di quest’immagine è tuttavia la roccia rossa in primo piano. Essa è ricoperta di iscrizioni preistoriche – firma del passato della regione. Si possono trovare varie iscrizioni del genere attorno a La Silla, ma questa roccia particolare fa parte di uno dei più ricchi siti della zona.

Una recensione fotografica e topografica di queste iscrizioni è stata completata nel 1990. Queste rocce scolpite dipingono prevalentemente scene con uomini e animali, insieme a misteriose figure geometriche. Si pensa che queste iscrizioni risalgano al complesso El Molle – la prima cultura nel nord del Cile. I geologi credono che il primo millennio della nostra era godeva di molte più precipitazioni di oggi, che permettevano al deserto di Atacama di sostenere varie civiltà.

Crediti:

ESO/B. Tafreshi (twanight.org)

Scoperti sette gruppi di sfuggenti galassie nane

23 gennaio 2017

L’osservazione di gruppi di galassie nane che interagiscono fra loro attraverso la forza di gravità mostra che le grandi galassie sono frutto della fusione di tante galassie più piccole. La scoperta è anche una conferma indiretta degli attuali modelli che prevedono l’esistenza della materia oscura(red)

Sette gruppi di piccole galassie fra loro gravitazionalmente legate confermano le teorie sulla formazione delle grandi galassie, come la nostra Via Lattea e, indirettamente, corroborano l’attuale modello di un universo dominato dalla materia oscura. La scoperta di queste strutture è stata effettuata da ricercatori dell’Università della Virginia a Charlottesville e della Columbia University, che ne danno un resoconto su “Nature Astronomy”.

Attualmente si ritiene che la maggior parte delle galassie si sia formata attraverso la collisione e la fusione di galassie più piccole. Tuttavia solo il cinque per cento circa delle galassie nane censite – ossia di galassie da 10 a 1000 volte più piccole della Via Lattea – ha qualche altra galassia nana compagna. Le altre sono satelliti di galassie giganti o vagano sperse nello spazio. La dimostrazione dell’esistenza di gruppi di galassie nane era quindi un obiettivo di primaria importanza per validare la teoria sull’evoluzione delle galassie.

Scoperti sette gruppi di sfuggenti galassie nane
Uno dei sette gruppi di galasie nane. (Cortesia Kelsey E Johnson, Sandra E Liss, Sabrina Stierwalt)

Attraverso un attento esame delle immagini dello Sloan Digital Sky Survey – che ha cartografato un quarto della volta celeste per una profondità di 1,5 miliardi di anni luce, catalogando oltre un milione di galassie –  Sabrina Stierwalt e colleghi hanno identificato 60 potenziali gruppi di piccole galassie legate fra loro.

Queste galassie sono state quindi osservate con il Walter Baade Telescope da 6,5 metri (uno dei due telescopi Magellan dell’Osservatorio di Las Campanas in Cile), con il telescopio da 8 metri Gemini North a Mauna Kea, nelle Hawaii, e con  il telescopio da 3,5 metri dell’Apache Point Observatory a Sunspot, nel New Mexico. La maggior parte dei candidati si è rivelata costituita in realtà da galassie molto lontane le une dalle altre, ma che si trovano semplicemente

su linee di vista molto vicine. Tuttavia per sette di essi i ricercatori hanno avuto conferma che si trattava effettivamente di gruppi di galassie fra loro legate dal punto di vista gravitazionale.

Questi gruppi sono formati da tre-cinque galassie, ciascuno dei quali ha una massa complessiva compresa fra i 4 e i 20 miliardi di masse solari. Per confronto, si stima che la Via Lattea superi i 200 miliardi di masse solari.

Successive simulazioni hanno mostrato che i movimenti reciproci delle galassie di ciascun gruppo non sono spiegabili sulla base delle interazioni gravitazionali dovute alla loro massa osservabile. Questi movimenti presuppongono la presenza di un’ulteriore massa, di entità all’incirca corrispondente a quella ipotizzata dai modelli cosmologici sulla materia oscura.

Breakthrough Life In The Universe Initiatives Press Conference

20th July 2015

 

Yuri Milner and Stephen Hawking Announce

$100 Million Breakthrough Initiative to Dramatically Accelerate

Search for Intelligent Life in the Universe

 

10-year, Multi-disciplinary Search Effort Will Harness

World’s Largest Telescopes to Mine Data from Nearest Million Stars, Milky Way and 100 Galaxies

 

 

London, UK – Monday, July 20, 2015 — Yuri Milner was joined at The Royal Society today by Stephen Hawking, Martin Rees, Frank Drake, Geoff Marcy, Pete Worden and Ann Druyan to announce the unprecedented $100 million global Breakthrough Initiatives to reinvigorate the search for life in the universe.

The first of two initiatives announced today, Breakthrough Listen, will be the most powerful, comprehensive and intensive scientific search ever undertaken for signs of intelligent life beyond Earth. The second, Breakthrough Message, will fund an international competition to generate messages representing humanity and planet Earth, which might one day be sent to other civilizations.

Breakthrough Listen

  • Biggest scientific search ever undertaken for signs of intelligent life beyond Earth.
  • Significant access to two of the world’s most powerful telescopes – 100 Meter Robert C. Byrd Green Bank Telescope in West Virginia, USA (“Green Bank Telescope”)[1] and 64-metre diameter Parkes Telescope in New South Wales, Australia (“Parkes Telescope”).
  • 50 times more sensitive than previous programs dedicated to SETI research.
  • Will cover 10 times more of the sky than previous programs.
  • Will scan at least 5 times more of the radio spectrum – and 100 times faster.
  • In tandem with a radio search, Automated Planet Finder Telescope at Lick Observatory in California, USA (“Lick Telescope”)[2] will undertake world’s deepest and broadest search for optical laser transmissions.
  • Initiative will span 10 years.
  • Financial commitment is $100,000,000.

 

Unprecedented scope

The program will include a survey of the 1,000,000 closest stars to Earth. It will scan the center of our galaxy and the entire galactic plane. Beyond the Milky Way, it will listen for messages from the 100 closest galaxies. The telescopesused are exquisitely sensitive to long-distance signals, even of low or moderate power:

 

  • If a civilization based around one of the 1,000 nearest stars transmits to us with the power of common aircraft radar, Breakthrough Listen telescopes could detect it.
  • If a civilization transmits from the center of the Milky Way, with any more than 12 times the output of interplanetary radars we use to probe the Solar System, Breakthrough Listen telescopes could detect it.
  • From a nearby star (25 trillion miles away), Breakthrough Listen’s optical search could detect a 100-watt laser (energy output of normal household light bulb).

 

 

Open Data, Open Source, Open Platform

 

The program will generate vast amounts of data. All data will be open to the public. This will likely constitute the largest amount of scientific data ever made available to the public. The Breakthrough Listen team will use and develop the most powerful software for sifting and searching this flood of data. All software will be open source. Both the software and the hardware used in the Breakthrough Listen project will be compatible with other telescopes around the world, so that they could join the search for intelligent life. As well as using the Breakthrough Listen software, scientists and members of the public will be able to add to it, developing their own applications to analyze the data.

 

Crowdsourced processing power

 

Breakthrough Listen will also be joining and supporting SETI@home, University of California, Berkeley’s ground breaking distributed computing platform, with 9 million volunteers around the world donating their spare computing power to search astronomical data for signs of life. Collectively, they constitute one of the largest supercomputers in the world.

 

Breakthrough Message

 

  • International competition to create digital messages that represent humanity and planet Earth.

 

  • The pool of prizes will total $1,000,000.

 

  • Details on the competition will be announced at a later date.

 

  • This initiative is not a commitment to send messages. It’s a way to learn about the potential languages of interstellar communication and to spur global discussion on the ethical and philosophical issues surrounding communication with intelligent life beyond Earth.

 

Project Leadership

 

  • Martin Rees, Astronomer Royal, Fellow of Trinity College; Emeritus Professor of Cosmology and Astrophysics, University of Cambridge.
  • Pete Worden, Chairman, Breakthrough Prize Foundation.
  • Frank Drake, Chairman Emeritus, SETI Institute; Professor Emeritus of Astronomy and Astrophysics, University of California, Santa Cruz; Founding Director, National Astronomy and Ionosphere Center; Former Goldwin Smith Professor of Astronomy, Cornell University.
  • Geoff Marcy, Professor of Astronomy, University of California, Berkeley; Alberts SETI Chair.
  • Ann Druyan, Creative Director of the Interstellar Message, NASA Voyager; Co-Founder and CEO, Cosmos Studios; Emmy and Peabody award winning Writer and Producer.
  • Dan Werthimer, Co-founder and chief scientist of the SETI@home project; director of SERENDIP; principal investigator for CASPER.
  • Andrew Siemion, Director, Berkeley SETI Research Center.

Yuri Milner said: “With Breakthrough Listen, we’re committed to bringing the Silicon Valley approach to the search for intelligent life in the Universe. Our approach to data will be open and taking advantage of the problem-solving power of social networks.”

Stephen Hawking said: “I strongly support the Breakthrough Initiatives and the search for extraterrestrial life.”

Frank Drake said: “Right now there could be messages from the stars flying right through the room, through us all. That still sends a shiver down my spine. The search for intelligent life is a great adventure. And Breakthrough Listen is giving it a huge lift.”

“We’ve learned a lot in the last fifty years about how to look for signals from space. With the Breakthrough Initiatives, the learning curve is likely to bend upward significantly,” added Frank Drake.

Ann Druyan said: “The Breakthrough Message competition is designed to spark the imaginations of millions, and to generate conversation about who we really are in the universe and what it is that we wish to share about the nature of being alive on Earth. Even if we don’t send a single message, the act of conceptualizing one can be transformative. In creating the Voyager Interstellar Message, we strived to attain a cosmic perspective on our planet, our species and our time. It was intended for two distinct kinds of recipients – the putative extraterrestrials of distant worlds in the remote future and our human contemporaries. As we approach the Message’s fortieth anniversary, I am deeply grateful for the chance to collaborate on the Breakthrough Message, for what we might discover together and in the hope that it might inform our outlook and even our conduct on this world.”

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Additional information www.breakthroughinitiatives.org.

Images, video and materials from today’s press conference are available for media download at the below link. Content will be uploaded throughout the day.

Link: www.image.net/BreakthroughLifeintheUniverseInitiatives

For media inquiries: media@breakthroughprize.org

or

Rubenstein Communications, Inc.
New York, NY
Janet Wootten
jwootten@rubenstein.com / +1.212.843.8024

 

 

[1] The Green Bank Telescope is operated on behalf of the National Science Foundation by the National Radio Astronomy Observatory/Associated Universities Inc.

[2] The Automated Planet Finder at Lick Observatory is operated by the University of California Observatories.

Proxima b, la “Terra gemella” più vicina possibile

COSA SAPPIAMO E COSA NON SAPPIAMO

Trovate tracce di un possibile pianeta simile al nostro in orbita in zona abitabile attorno a Proxima Centauri, la stella più vicina al Sistema solare, ad appena 4.2 anni luce da noi. La scoperta, annunciata oggi in conferenza stampa internazionale dall’ESO, è pubblicata su Nature

Rappresentazione artistica della superficie del pianeta Proxima b in orbita attorno alla nana rossa Proxima Centauri, la stella più vicina al Sistema solare. In alto a destra rispetto a quest’ultima, s’intravede anche la stella doppia Alpha Centauri AB. Crediti: ESO/M. Kornmesser

Non è un pianeta qualunque. Quello descritto oggi per la prima volta sulle pagine di Nature è un mondo del quale ci ricorderemo a lungo. Grande – o meglio piccolo – circa quanto la Terra, Proxima b, questo il suo nome, ha infatti due caratteristiche che danno alla sua scoperta una portata storica. Anzitutto, ma qui è in buona compagnia, non si può escludere che possa ospitare la vita. Ma a renderlo unico è che orbita attorno alla stella più vicina che esista al nostro Sole: la modesta nana rossa Proxima Centauri, ad “appena” 4.2 anni luce da noi.

«Molti esopianeti sono stati scoperti e molti altri verranno scoperti in futuro, ma cercare quello che potenzialmente è l’analogo della Terra a noi più vicino, e riuscirci, è stata per noi tutti l’esperienza di una vita», è la dichiarazione altisonante – com’è comprensibile che sia – dello scienziato alla guida del team che ha trovato Proxima b, Guillem Anglada-Escudé, della Queen Mary University di Londra.

E il fatto che sia un ricercatore spagnolo in forze presso un’università del Regno Unito ci porta a una terza particolarità di questa scoperta che – soprattutto di questi tempi – vale la pena menzionare:Proxima b è un pianeta “europeo”. Nel senso che ad “avvistarlo” per primi non sono stati i telescopi spaziali della NASA bensì quelli terrestri, situati sulle Ande cilene, dell’ESO, lo European Southern Observatory, un’organizzazione intergovernativa tutta europea che comprende fra i suoi membri di maggior rilievo anche l’Italia.

Ecco come funziona il metodo di rilevazione d'un pianeta basato sulla misura della variazione della velocità radiale (slide presentata durante la conferenza stampa ESO)

Non è un pianeta qualunque, dicevamo: se confermato – ma su questo, ora spiegheremo perché, ci sono ben pochi dubbi – e soprattutto se risulterà davvero abitabile, Proxima b, proprio per la sua imbattibile prossimità, avrà buone chance di monopolizzare per anni, o forse sarebbe più corretto dire per millenni, l’attenzione (e le risorse) di ogni programma per la ricerca d’una seconda Terra. Ma tutto ciò è ancora alquanto prematuro. Basti pensare che Proxima b non è ancora stato nemmeno visto. Non direttamente – anche se con il diluvio di rappresentazioni artistiche che ci inonderà in queste ore sarà difficile ricordarsi e convincersi che non esiste, a oggi, neppure un singolo pixel che lo ritragga, figuriamoci una foto. Ma nemmeno indirettamente: a differenza di quanto accade con il metodo dei transiti, quello utilizzato dal satellite Kepler, che dei pianeti ci mostra quanto meno “l’ombra”, l’esistenza e le caratteristiche di Proxima b sono state per ora dedotte quasi esclusivamente dalle perturbazioni sulla velocità della sua stella madre – Proxima Centauri, appunto – introdotte dall’influenza gravitazionale reciproca fra quest’ultima e il pianeta. Ovvero, con il metodo delle velocità radiali. Ci sono – è vero – anche curve fotometriche, relative a variazioni periodiche della luminosità della stella, correlate con il segnale doppler della variazione di velocità radiale (ecco il perché del ‘quasi’ di poc’anzi), ma non c’è alcuna prova che siano legate a un eventuale transito del pianeta sul disco della stella. Dunque, prima di procedere oltre, è opportuno distinguere tra le informazioni ragionevolmente certe – per quanto la certezza assoluta non appartenga al dominio della scienza – e quelle che invece al momento non lo sono. Partiamo da queste ultime.

Cosa non sappiamo

Non sappiamo alcunché circa la sua atmosfera. Non solo non sappiamo da quali gas è formata, ma neppure possiamo dire se ne possiede una o meno. A voler vedere il bicchiere mezzo vuoto, c’è da ricordare che l’assenza di un’atmosfera è resa abbastanza probabile dall’estrema prossimità del pianeta alla stella madre. In ogni caso, gli scienziati non sono al momento nemmeno in grado di quantificare la probabilità che un’atmosfera ci sia o non ci sia, ha dichiarato oggi in conferenza stampa uno dei coautori della scoperta, Ansgar Reiners, dell’Istituto di astrofisica di Gottinga, in Germania.

Allo stesso modo, non c’è alcuna certezza sulla presenza o meno di acqua, né in superficie né al di sotto. La buona notizia, però, sottolineata più volte dagli scienziati, è che questa temporanea – speriamo – ignoranza non ci consente d’escludere che possegga entrambe: acqua e atmosfera. Non solo: le condizioni termiche ipotizzate per il pianeta (tenendo conto della distanza dalla stella e della temperatura relativamente mite di quest’ultima, meno di 2800 gradi) sembrerebbero compatibili con la presenza d’acqua allo stato liquido.

Ancora, pur avendo una stima circa la sua massa minima, non possiamo dire altrettanto su quella massima. Dunque, stando ai dati, potrebbe anche non essere un “piccolo pianeta roccioso”. Però, ha spiegato Anglada-Escudé, per quanto sia vero che non abbiamo indizi sulla massa massima, l’esperienza con i pianeti rocciosi individuati da Kepler induce a ritenere che si tratti d’un pianeta comunque piccolo.

Infine, ma a questo punto dovrebbe essere scontato, nessuno è in grado d’affermare se lassù ci sia o meno la vita.

Cosa sappiamo

La posizione di Proxima Centauri (la "casa" di Proxima b) nei cieli australi. In primo piano, il telescopio da 3.6 metri dell'ESO, dov'è installato HARPS, lo strumento che ha scoperto il pianeta. Crediti: Y. Beletsky (LCO)/ESO/ESA/NASA/M. Zamani

Sappiamo che c’è. Va detto che, almeno formalmente, Proxima b non è collocato nella classe dei pianeti confermati, ma è ancora in quella dei candidati – come ben si evince anche dal titolo dello studio pubblicato oggi su Natureche illustra la scoperta: “A terrestrial planet candidate in a temperate orbit around Proxima Centauri”. E i falsi positivi sono numerosi, seppure in quantità minore per quanto riguarda i piccoli pianeti rocciosi come dovrebbe essere Proxima b. D’altronde, basti ricordare che un candidato di massa terrestre appena qualche settimana luce più distante di questo – a 4.3 anni luce da noi – era stato rilevato nel 2012, anch’esso con il metodo delle variazioni di velocità radiale, in orbita attorno ad Alpha Centauri B. Denominato Alpha Centauri Bb, anche nel suo caso la scoperta venne pubblicata su Nature, ma successive analisi hanno messo pesantemente in dubbio che esista davvero.

Però il caso di Proxima b è diverso. Tanto che –  scherzando, d’accordo, ma fino a un certo punto – Anglada-Escudé ha puntualizzato che quel ‘candidate’ che troviamo nel titolo dell’articolo su Nature si riferisce soprattutto all’aggettivo ‘terrestrial’, più che al sostantivo ‘planet’. E aggiungendo che la probabilità che si tratti d’un falso positivo è stimata attorno a uno su dieci milioni. Il perché di tanta sicurezza sta anzitutto in un numero: 1.4 m/s. Di tanto varia la velocità di Proxima Centauri per effetto dell’interazione gravitazionale con Proxima b. Misurato dallo spettrografo HARPS (vero protagonista della scoperta, installato sul telescopio da 3.6 metri dell’ESO in Cile), è un valore alquanto elevato, che mette sostanzialmente al riparo da rischi di smentite. A questo vanno aggiunte le conferme ottenute dalle misure fotometriche, come detto prima, e in generale la lunga durata e la progressione senza sorprese della campagna osservativa. «Ho continuato a verificare la consistenza del segnale ogni singolo giorno, durante le 60 notti della campagna osservativa Pale Red Dot», ricorda Anglada-Escudé a proposito degli ultimi, concitati, mesi di raccolta dati. «I primi 10 erano promettenti, i primi 20 erano in linea con quanto ci attendevamo, e dopo 30 giorni il risultato era praticamente definitivo, così ci siamo messi a scrivere l’articolo».

Ne conosciamo la massa minima, stimata attorno a 1.27 volte quella della Terra. Sappiamo quanto dura un suo anno: 11 giorni e 4 ore terrestri, questo il periodo di rivoluzione. E abbiamo una stima abbastanza precisa di quanto sia lontano da Proxima Centauri, la stella attorno alla quale orbita: circa 7.5 milioni di km, ovvero il 5 percento della distanza fra la Terra e il Sole. Pochissimo. Così poco da rendere probabili, nonostante la debolezza della stella rispetto al Sole, alcune caratteristiche non proprio a favore dell’abitabilità. Quali? La rotazione sincrona, per esempio, con la conseguenza che Proxima b potrebbe mostrare sempre la stessa faccia alla sua stella, e dunque avere un emisfero perennemente illuminato e l’altro perennemente al buio. Ancora, l’intensità delle tempeste stellari. O l’induzione magnetica della stella sul pianeta, vale a dire la densità del suo flusso magnetico. Ma la più minacciosa parrebbe essere la radiazione stellare che investe il pianeta, soprattutto in banda ultravioletta e X: quest’ultima, in particolare, si ritiene sia 400 volte più intensa di quella che investe la Terra.

Tutte avversità, osservano però Anglada-Escudé e colleghi, alle quali un’atmosfera come si deve potrebbe far fronte. Inoltre, sappiamo anche che le nane rosse hanno durata lunghissima. Proxima Centauri esisterà centinaia, se non migliaia, di volte più a lungo del Sole. E questa longevità è un fattore cruciale a favore dello sviluppo d’eventuali forme di vita.

Di Proxima b sappiamo infine, ed è la sua caratteristica più importante, quanto dista da noi. Pochissimo, in termini astronomici: 4.22 anni luce. Per un pianeta extrasolare – escludendo improbabili pianeti orfani – meno di così è impossibile, visto che Proxima centauri è la stella più vicina al Sole. Per dire, se mai qualcuno lassù fosse oggi intento ad ascoltare un nostro giornale radio, sentirebbe quello del 3 giugno 2012 – governo Monti, ricordate? Insomma, sarebbe quasi un nostro contemporaneo. Pochissimo in termini astronomici, dunque, ma comunque un’enormità per noi viaggiatori umani: 40 mila miliardi di km.

La "firma" del pianeta nelle variazioni di velocità radiale della sua stella madre. Crediti: ESO/G. Anglada-Escudé

Cosa ci attende

Il primo obiettivo, si spera a breve termine, è capire se Proxima b possiede un’atmosfera. Per riuscirci, l’osservazione di un transito sarebbe l’ideale: ci permetterebbe non solo di confermare al di là d’ogni ragionevole dubbio che Proxima b esiste, ma anche – appunto – di verificare la presenza di un’atmosfera e di analizzarne la composizione chimica. Purtroppo, però, per osservare un transito non bastano né la pazienza certosina del team guidato da Anglada-Escudé né la tecnologia più avanzata possibile: occorre anche trovarsi nella posizione giusta. E su questo c’è assai poco da fare.

Ecco dunque che potrebbe tornare quanto mai a proposito il progetto Starshot, del quale abbiamo parlato qualche mese fa su INAF-TV e che, in modo piuttosto irrituale per una conferenza stampa scientifica, ha trovato ospitalità anche nella presentazione dell’ESO. Ultimo fra gli speaker è infatti intervenuto, in qualità di chairman della Breakthrough Prize Foundation, Pete Worden, fino all’anno scorso direttore del NASA AMES Research Center. E ha spiegato che, fra i 20-25 anni necessari per la realizzazione delle micronavicelle spaziali – sponsorizzate da personaggi del calibro di Yuri Milner, Mark Zuckerberg e lo stesso Stephen Hawking – e gli altri 20-25 richiesti per coprire a velocità relativistiche la distanza che ci separa dal sistema di Alpha Centauri, dove si trova Proxima b, fra il 2060 e la fine del secolo potremmo cominciare a ricevere immagini ravvicinate del nostro vicino di casa.

Un’attesa troppo lunga per ricevere solo immagini, dite? Be’, consolatevi: se volessimo andarci di persona, e prima o poi lo vorremo, pur con tutto l’ottimismo possibile, anche i più giovani fra noi difficilmente assisteranno alla colonizzazione di Proxima b. I conti sono presto fatti. Prendiamo Solar Probe, un telescopio solare da mezza tonnellata il cui lancio è in programma per il 2018. Si prevede che toccherà punte di oltre 200 km/s, vale a dire 720 mila km/h, abbattendo così ogni record di velocità per oggetti costruiti dall’uomo. Ebbene, se anche riuscissimo a realizzare una navicella in grado di raggiungere la velocità di Solar Probe e capace di portare esseri umani a bordo, per arrivare su Proxima b impiegheremmo oltre 6 mila anni. Come dire, per essere là adesso saremmo dovuti partire nel V millennio a.C., in epoca neolitica, quando i nostri antenati conoscevano a malapena strumenti come l’aratro o la ruota. Insomma, prima di metterci in viaggio, meglio assicurarci che ne valga davvero la pena.

Per saperne di più:

Proxima b, un’altra Terra a 4,2 anni luce da noi